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Dichiarazione Schuman – 9 maggio 1950 | Unione Europea

“La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano.” Con queste parole, il 9 maggio 1950 il ministro degli Esteri francese Robert Schuman apriva il discorso che è passato alla storia con il suo nome, nel quale appena cinque anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale la Francia proponeva alla Germania (e a tutti gli Stati che lo volessero) di mettere in comune la produzione del carbone e dell’acciaio, i cui giacimenti nelle zone della Ruhr e della Saar, al confine tra i due Paesi, erano stati oggetto di contesa da secoli. Con la sottoscrizione di un simile accordo, tramontava la rivalità franco-tedesca che aveva dilaniato l’Europa sin dal Medioevo. Schuman – e con lui Jean Monnet, Altiero Spinelli e tutti i padri fondatori – vedevano l’unificazione economica e, in prospettiva, politica, del continente come l’unica via per rendere un altro conflitto armato “non solo impensabile, ma anche impossibile”.

La Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), controllata e gestita da un’ “Alta Autorità” indipendente, ha posto le fondamenta e le premesse per i trattati di Roma (1957) e Maastricht (1992), andando a costituire, nelle parole lungimiranti dello stesso ministro la “prima tappa della Federazione europea”, “indispensabile per il mantenimento della pace”. Francia, Germania, Italia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo furono i primi a sottoscrivere il trattato, formando l’embrione dell’Unione Europea che conosciamo oggi; le sue istituzioni sovranazionali, tra cui il Parlamento, la Commissione, il Consiglio e la Banca, per menzionarne solo alcune, si sono sviluppate sul modello della CECA, andando a rivestire un ruolo sempre più importante con il passare del tempo.

In questo periodo di crisi sta diventando sempre più evidente che lo stato nazionale si trova in una fase di declino, dalla quale forse non riuscirà a riemergere. Il Novecento ne ha mostrato le debolezze e ne ha sfruttato i fallimenti, ma l’opinione pubblica e la politica non sono ancora pronte a compiere il passo successivo verso un’integrazione europea più vera e profonda. Sebbene oggi l’UE si stia mostrando sempre più necessaria nella lotta contro il coronavirus, non mancano le voci critiche: non basta aver messo a disposizione degli Stati membri strumenti finanziari dal valore di oltre 1000 miliardi, non basta finanziare e coordinare la ricerca di un vaccino, che molti esperti ritengono l’unico strumento per debellare la malattia. L’Europa non sta facendo abbastanza, dicono le voci critiche; sorvolando sul fatto che si tratta delle stesse voci che fino a poco tempo fa si dichiaravano apertamente ostili all’Unione Europea, hanno ragione. L’Europa non sa facendo abbastanza, nel senso che potrebbe fare molto di più; il suo potenziale è enorme, e questa crisi, per quanto tragica, ha presentato l’opportunità unica di compiere il passo definitivo verso una concreta manifestazione di solidarietà e integrazione. L’idea originale degli eurobond, basata sulla condivisione del debito avrebbe infatti avuto questo effetto, e proprio per questo è stata modificata, ridotta, privata della sua potenza. Ancora una volta, la politica si è dimostrata incapace di prendere una posizione decisa.

Tuttavia, come sottolineava Robert Schuman, “l’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”; in queste parole è racchiusa la consapevolezza che realizzare il sogno europeo non sarebbe stato – e non sarà – facile. Ma se c’è una lezione che possiamo imparare dalla dichiarazione Schuman è che pensando con lungimiranza, creatività e senza paura si può veramente cambiare il mondo: settant’anni fa, sulle ceneri di un’Europa distrutta, Paesi che si erano massacrati a vicenda fino a pochi anni prima sono stati capaci di mettere da parte rivalità secolari in nome di un’ideale di solidarietà e di pace, in nome di un bene comune. Adesso spetta a noi, alla nostra generazione, compiere i passi successivi, portando avanti il progetto federalista degli Stati Uniti d’Europa, per quanto utopico ci possa sembrare in questo momento.

Benedetta Giocoli

Immagine: https://europa.eu/european-union/sites/europaeu/files/europe_day/shuman_declatation/70-years-shuman-annivereray-banner_it.jpg