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Di Emanuele Cristelli

Avere a che fare ogni giorno da rappresentante degli studenti in Senato Accademico a Trieste con i conti di un Ateneo, le richieste e anche molte volte le giuste pretese di una comunità studentesca, permette di far tenere ben piantati per terra i piedi, ma con la passione e la tenacia di chi comunque vuole apportare miglioramenti alla qualità della vita degli studenti.

E’ questo quello che ho pensato non appena ho sentito l’annuncio del leader di Liberi e Uguali Pietro Grasso sull’abolizione delle tasse universitarie, e per questo ho deciso di dire la mia al riguardo.

L’iniziativa è nobile ed è chiaramente votata ad attirare le simpatie giovanili, ma il mio ruolo di rappresentante mi impone di dire delle parole di verità: è una grandissima presa in giro.

Oggi le borse di studio che sostengono gli studenti meno abbienti e meritevoli (troppo spesso non sufficienti in molte regioni), sono in larga parte finanziate con i soldi delle tasse universitarie, soprattutto degli studenti appartenenti a ceti più abbienti, soprattutto dopo l’introduzione della no tax area e della maggiore progressività del sistema di tassazione, che permette davvero a chi non può farlo di studiare e a chi ha minori opportunità economiche è garantita un’esenzione importante sulle tasse.

Tagliare quindi le tasse universitarie, addossando i famosi 1,6 miliardi sulla fiscalità generale, quindi sui ceti più deboli, lascia un punto interrogativo sul sostegno al diritto allo studio scoperto e sostenuto dalle finanze regionali: borse di studio, residenze e servizi essenziali per gli studenti.

Ma non è finita qui. Finanziare una misura del genere attraverso la fiscalità generale è un modo carino per dire di far pesare i costi del mantenimento del sistema universitario anche sui ceti più deboli, quelli che ad esempio pagano l’IRPEF e che magari potrebbero anche non usufruire del servizio di istruzione universitario.

Come diceva qualche giorno fa il ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda: “Perché un operaio dovrebbe pagare l’università a mia figlia?”

La proposta di Liberi e Uguali, lanciata così in maniera semplicistica è fallace inoltre sul versante dei conti pubblici: le Università italiane denunciano da anni un progressivo decurtamento di risorse del sistema universitario e riduzione costante del FFO, il finanziamento ordinario alle università.

Oltre che destabilizzare gli atenei italiani che oggi con le tasse universitarie tengono in piedi le loro strutture a causa dei tagli, questa misura non considera che il potenziale allargamento della platea di studenti derivato dal taglio delle tasse, comporterebbe il necessario aumento dei costi relativi ai servizi da erogare a questi.

Quindi caro Grasso, come si fa ad andare in tv e sostenere che una misura del genere, così impattante, così complessa e senza una visione organica, costi solo 1,6 miliardi di Euro?

Io una risposta ce l’ho, ma credo gli italiani siano abbastanza saggi da comprendere la portata demagogica e illusoria di proposte di questo tipo, prive del linguaggio della realtà.

E sapete qual è il bello? In tutto questo manca ogni tipo di ragionamento su investimenti nella ricerca, sulle condizioni dei ricercatori, del personale universitario, sul finanziamento di strutture strategiche per promuovere il collegamento delle università col territorio e il mondo del lavoro e dell’impresa.

Cosa comporterebbe questa misura quindi nell’immediato? Un favore ai ceti più ricchi, un punto interrogativo sul diritto allo studio, una lettera morta sugli investimenti nella ricerca e una destabilizzazione dei conti pubblici degli Atenei italiani.

Ritorniamo alla realtà e confrontiamoci con essa, grazie.