Lorenza Ferraiuolo

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Lotteró fino alla morte per il nazismo

Cosi aveva dichiarato Anders Behring Breivik, nel 2016, all'udienza del processo contro lo Stato norvegese che lo tiene in isolamento.

Breivik? Stato norvegese? Isolamento?
Facciamo un passo indietro. Anzi otto. Come gli anni trascorsi da quella terrifica data: 22 Luglio 2011.

Anti-multiculturalista, anti-marxista, anti-islamico con ideologie di estrema destra, Anders Behring Breivik è un cittadino norvegese autore degli attentati nella città di Oslo e sull'isola di Utøya il 22 Luglio 2011: due attacchi terroristici coordinati pianificati con estrema cura, volti ad attaccare il Governo della Norvegia, un seminario politico estivo e la popolazione civile. Un'autobomba in pieno centro e poi una sparatoria contro un raduno di giovani laburisti.

Breivik aveva acquistato i componenti per costruire l'ordigno da far deflagrare nel cuore del Regieringskvartalet, il quartiere del governo, a poche centinaia di metri dal Parlamento. Un attentato di "depistaggio" che doveva servire (e così è stato) ad attirare gli uomini dell'antiterrorismo e i soldati dell'esercito nel cuore della capitale norvegese, senza prestare attenzione a quell'uomo vestito da poliziotto - proprio Breivik, che aveva acquistato un'uniforme online- che intanto già si affrettava alla corsa verso Utoya, dove 650 giovani attivisti del Partito laburista (Lega dei Giovani Lavoratori) erano riuniti per il tradizionale campo estivo.

La bomba di Oslo è esplosa alle 15.26: otto morti.
E mentre si rafforzavano le misure di sicurezza in tutti i luoghi del potere e i membri della famiglia reale venivano portati al sicuro, Breivik passava all' atto secondo del suo disegno spietato.

Circa tre ore dopo Oslo, l'isola di Utøya era macchiata di sangue e sulla terra e sulla sabbia giacevano sessantanove cadaveri, tutti tra i 14 e i 20 anni.

Bilancio finale: settantasette morti, oltre trecento feriti.

Breivik, colto in flagrante e senza via di uscita, arresosi e reo confesso, è stato condannato a 21 anni di carcere (massimo della pena in Norvegia) in isolamento, al fine di evitare contatti con altri detenuti per timore che possa tentare una fuga prendendoli in ostaggio.

Tuttavia, la legge norvegese proibisce che un detenuto venga tenuto in isolamento per lunghi periodi di tempo: sarebbe un trattamento inutilmente crudele e senza alcun intento di riabilitazione. Per questo motivo il carcere ha assunto personale appositamente addestrato per fargli compagnia e giocare con lui a scacchi o praticare sport al chiuso, come per esempio l’hockey.

Eppure, tre anni fa, Breivik ha fatto causa allo stato norvegese denunciando "condizioni di detenzione inumane".
Breivik ha accusato il governo di tentare di spingerlo al suicidio con il regime di isolamento e impedendogli di ricevere posta da altri simpatizzanti.
La sua forza, ha dichiarato nella stessa occasione, la trae dai principi che ha imparato dal Mein Kampf di Adolf Hitler.

Breivik in seguito agli attentati ha affermato di aver agito "per fermare i danni del Partito Laburista” e bloccare “la decostruzione della cultura norvegese a causa dell’immigrazione di massa dei musulmani”, sollevando e sviluppando anche un dibattito preoccupato sulle retoriche della destra e della xenofobia in Europa e negli Stati Uniti.

Oggi, otto anni dopo le stragi di Oslo e Utøya, la Norvegia e l'Europa intera, ricordano con dolore quel giorno d'estate rosso non di Sole ma di Sangue, ma allo stesso tempo sono infinitamente grate di vivere in un paese in cui si lotta contro l'oblio e si scende ancora nelle strade con fiori e candele per serbar memoria ma soprattutto per proteggere la democrazia.

Nel 2011, a pochi giorni dagli attentati, il primo ministro norvegese Stoltenberg in un celebre discorso pronunciato alla nazione disse:

I nostri padri e le nostre madri ci avevano promesso:"Non ci sarà mai più un 9 aprile

Oggi diciamo:

Non ci sarà mai più un altro 22 Luglio.