Cesare Manzaro

Cesare Manzaro

Leggi altri post di questo autore

In questi giorni, sui giornali e sui social network, abbiamo assistito ad un dibattito molto acceso riguardo l’approccio di Albania ed Ungheria all’emergenza Coronavirus. Viktor Orban, primo ministro ungherese, ha colpito l’opinione pubblica e la classe dirigente europea per via delle sue scelte di politica interna, assumendo i pieni poteri con il pretesto di contrastare la pandemia in corso. Edi Rama, premier albanese, si è invece fatto apprezzare per l’invio di un contingente di trenta medici verso l’Italia preceduto da uno splendido discorso in lingua italiana sui valori dell’amicizia e della collaborazione. Di conseguenza, si pone una questione legata alla collocazione internazionale di questi due Paesi: da una parte la monocrazia e l’isolazionismo di un Paese dell’Unione, l’Ungheria; dall’altra, il grande cuore dell’Albania, uno Stato ancora semplicemente candidato ad entrare nell’UE.

Ungheria tra dittatura, blocco dei migranti e sovranismo: è davvero Europa?

La deriva autoritaria di questi giorni è solo la punta dell’iceberg costituitosi gradualmente negli ultimi dieci anni in Ungheria, che ha permesso però di fare chiarezza sulla reale condizione antidemocratica in cui versa il paese magiaro. L’Ungheria è membro dell’Unione Europea dal 2004, classificata come Paese in via di sviluppo, e da quell’anno ha avuto accesso ad una gran quantità di fondi strutturali (circa 53 miliardi di euro). Solo nel 2018, l’UE ha finanziato circa 6,3 miliardi (pari al 4,27% dell’economia ungherese) per favorire lo sviluppo di alcuni ambiti meno evoluti della struttura economica e finanziaria ungherese. Oltre a favorire la crescita, questi fondi dovrebbero servire ad implementare le strutture istituzionali che si occupano di scopi comunitari, tra cui immigrazione, giustizia e libertà di parola. Nel corso degli anni la direzione intrapresa dal Governo Orban si è discostata dagli obiettivi prefissati dall’UE: nel 2011 è stata attuata una riforma che ha ridotto i poteri della Corte Costituzionale, a cui è seguito un pensionamento di massa dei giudici (circa 400) con nuove nomine vicine all’esecutivo; inoltre, nel 2017, diciotto testate regionali sono state rilevate da figure vicine al premier e nel 2018 i media filo governativi sono confluiti nella neonata Fondazione della Stampa e dei Media dell’Europa Centrale, nel cui consiglio sono presenti alcuni deputati di Fidesz, il partito di governo. Come se non bastasse, dei 53 miliardi europei prima citati, una buona parte ha finanziato appalti truccati vinti da oligarchi vicini ad Orban.

Alcuni dei fatti più gravi compiuti da questo governo sono però la legge sull’immigrazione “Stop-Soros” del 2018 e la creazione di due muri nel 2015, uno al confine con la Serbia e uno al confine con la Croazia, costati all’incirca 130 milioni di euro. Con questa legge di fatto l’Ungheria ha reso illegale, non soltanto l’immigrazione clandestina, ma anche e soprattutto le attività di sostegno ai richiedenti asilo. È arrivata conseguentemente la denuncia alla Corte di Giustizia europea e la decisione della Commissione di avviare una procedura di infrazione contro l’Ungheria per aver negato cibo ai migranti al confine con la Serbia. Anche le Nazioni Unite sono intervenute a difesa dei diritti fondamentali della persona che in questo caso, chiaramente, sono venuti meno.

Albania: il sogno europeo diventerà realtà?

Le dinamiche socio-culturali dell’evoluzione dell’economia e della società albanese affondano le radici nel 1990: in quell’anno, infatti, cadde il regime politico comunista e il Paese potè così svincolarsi dall’URSS ed avviare un processo di democratizzazione e privatizzazione, quest’ultimo ancora in corso. Seguì anche una grande emigrazione che coinvolse soprattutto uomini dai 17 ai 70 anni (ad oggi se ne contano più di un milione sparsi in tutta l’Europa) che cercarono fortuna al di fuori dei confini del loro Paese per sostenere le proprie famiglie: si stima infatti che ai giorni nostri questi emigrati siano ancora oggi una parte fondamentale dell’economia albanese, sostenendo circa il 20% del PIL nazionale. Tutte queste vicende hanno indubbiamente cambiato il volto dell’Albania ma l’hanno anche messa a dura prova; nonostante ciò, nel 1999, durante la guerra tra la NATO e la Serbia lo Stato albanese accolse mezzo milione di rifugiati provenienti dal Kosovo, dando prova di grande spirito umano e internazionale.

L’Albania non è attualmente parte dell’Unione Europea ma nonostante ciò ha dato prova in questi giorni di abbracciare totalmente il significato di Europa: lo spirito di collaborazione e il senso di amicizia spontaneo di questo popolo hanno di conseguenza conquistato tutta l’Unione. La vicenda europea per l’Albania è stata però piuttosto travagliata: in seguito alla richiesta di adesione all’Unione nel 2009, anno in cui è entrata a far parte della NATO, l’Albania ha atteso 5 anni per ottenere lo status di Paese candidato, arrivato soltanto nel 2014.

I requisiti legislativi per entrare a far parte dell’UE sono infatti molto rigidi e richiedono un grande sforzo, per questo nel 2016 è stata approvata una riforma costituzionale del sistema giudiziario, fino a quel momento corrotto e poco organizzato, che ha previsto la limitazione dello strapotere dei magistrati, il contrasto all’influenza politica sulla giustizia e la realizzazione di una cultura orientata verso valori di probità, senso del dovere e rispetto di istituzioni e giustizia. Non solo in questi giorni quindi l’Albania ha dato prova di senso di giustizia e di spirito di collaborazione, ma in tutta la sua storia democratica, cosa che ha permesso di dare il via libera, nel 2020, ai negoziati per l’adesione ufficiale all’UE.

Il peso dei valori all’interno dell’UE

In conclusione, è importante riproporre i due discorsi che hanno dato origine a questa vicenda: “Non siamo ricchi ma neanche privi di memoria, […] gli albanesi e l’Albania non abbandonano mai l’amico in difficoltà”.

Queste le parole di Edi Rama, che si sposano perfettamente con i valori europei, a differenza di quelle di Viktor Orban che dimostrano invece tutta la sua arroganza autoritaria: “Tutto il mio tempo è impiegato a salvare le vite dei cittadini ungheresi” a cui è seguita la prima legge che nulla ha a che vedere con l’emergenza Coronavirus, ovvero il divieto sui cambi di sesso.

Ci rendiamo conto, quindi, di quanto siano difettosi alcuni sistemi democratici all’interno dell’Unione. La domanda sorge dunque spontanea: quale peso hanno oggi i valori all’interno dell’UE?

Speriamo che ci si renda conto della differenza abissale che esiste tra questi due Paesi. Per questo dico #Ungheriaout e #Albaniain.

Cesare Manzaro