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Nascita, educazione e giovinezza

Una biografia non deve ridursi al racconto dei grandi momenti nella vita di un personaggio, ma deve mettere in luce anche i diversi aspetti della sua personalità. Per scrivere la biografia di Alessandro, Plutarco opera come una guida.

L’adolescenza di Alessandro fu affidata a tre famose figure: sua madre, il suo cavallo e il suo tutore. Come detto, per Plutarco, in ogni caso, senza alcuna esitazione, Alessandro nacque da Filippo e Olimpiade nel 356 a.C., però per il giorno della sua nascita sono tramandate tre diverse date. Delle tre date, la metà di luglio è la più probabile. Anche sui suoi genitori ci furono delle dispute: furono i Persiani a integrare Alessandro nella loro genealogia reale, inventando una storia per cui Olimpiade aveva visitato la corte persiana, dove il re aveva avuto una relazione amorosa con lei, e poi l’aveva rimandata in Macedonia, perché aveva l’alito terribilmente cattivo. La storia, invece, racconta che Olimpiade era orfana, sotto la tutela di suo zio, quando Filippo la incontrò per la prima volta, suscitando il reciproco interesse.
Fu di statura non molto alta e di carnagione chiara. La sua educazione alla corte di Filippo sarebbe stata quella di un giovane principe, destinato un giorno a succedere a suo padre. Praticava la caccia e Plutarco (Vita di Alessandro,6) ci riferisce anche di come il giovane principe riuscì a domare il focoso cavallo che nessuno era riuscito a sottomettere e fu così che Filippo, pieno di orgoglio, gliene fece dono e Alessandro lo chiamò Bucefalo. All’arrivo in Macedonia Bucefalo era indomabile e solo Alessandro ci riuscì, perché capì che l’animale aveva semplicemente paura della sua ombra. Alessandro lo amò per vent’anni e gli insegnò anche a inginocchiarsi davanti a lui per montarlo più facilmente quando era armato. Questo fedele compagno lo avrebbe scortato durante le sue conquiste e la sua morte provocò al re un immenso dolore. Gli ufficiali di Alessandro sostenevano che il cavallo nacque nello stesso anno del suo padrone.
Dal momento che la corte di Macedonia era intrisa di cultura ellenica, al giovane Alessandro vennero insegnati i poemi omerici, a lui già familiari. Egli infatti intraprese la spedizione in Asia con l’Iliade come suo bagaglio. Il giovane però non limitò la sua lettura ai soli poemi omerici, ma apprezzò anche i tragici greci e quando si trovava in Asia avrebbe chiesto ad Arpalo di inviargli le tragedie di Eschilo, di Sofocle e di Euripide. Forte fu l’influenza di Aristotele nei suoi confronti.
Plutarco riporta la citazione di una lettera che Alessandro inviò ad Aristotele dopo essere venuto a conoscenza della pubblicazione dei libri che, oggi, conosciamo con il nome di “Metafisica”:

“io preferirei distinguermi per la conoscenza delle cose più che per la potenza delle armi e di un impero”– alla quale il Maestro replicò sostenendo che il libro non presentasse “alcuna utilità né per insegnare né per imparare da soli questa materia” ma “per servire come traccia a chi è stato educato fin da principio secondo le teorie ivi esposte”. Già, fin da queste prime battute, è possibile percepire il rapporto dialettico tra i due, che quindi non fu privo di “fratture”, ma comunque sempre pieno di rispetto ed ammirazione quasi uguale a quella riservata al padre, tant’è che egli stesso confessava come “in grazia dell’uno viveva, in grazia dell’altro viveva virtuosamente (1)”.

La personalità di Alessandro si può ben delineare dagli aneddoti riferiti da Plutarco nella sua Vita di Alessandro. Le sue straordinarie qualità possono essere raggruppate sotto queste voci: il coraggio e la tenacia, la padronanza di sé, la generosità, la bontà e il comportamento dettato dalla ragione. Il suo coraggio venne fuori quando, nonostante i pareri contrari, non esitò a bere la pozione preparata dal medico Filippo, per lottare contro la malattia che aveva contratto facendo un bagno nelle acque gelide di Cidno. Con questo gesto dimostrò la fiducia che accordava a coloro i quali considerava suoi amici.
Alessandro, però, non era solo un grande stratega, capace di schierare i diversi capi del suo esercito per meglio cogliere di sorpresa il nemico, ma partecipava direttamente in prima persona al combattimento, senza temere di essere ferito e di rischiare la vita. Infatti in India partecipò personalmente all’attacco alla rocca della Sogdiana e si impossessò della fortezza. Aveva anche molta padronanza di sé, era capace di dominare le passioni ed era inoltre capace di privarsi del cibo e del bere. Infatti durante l’inseguimento di Besso soffrì la sete come i suoi cavalieri. Vedendolo assetato, alcuni Macedoni che erano riusciti a procurarsi dell’acqua per i loro figli, gliela offrirono, ma la rifiutò perché non voleva essere un privilegiato rispetto ai suoi cavalieri. Aveva un grande rispetto per le donne. Questo rispetto lo manifestò soprattutto per quelle della famiglia di Dario. La madre, la moglie e le due figlie del Gran Re erano cadute nelle sue mani. Si sa che nel mondo greco le prigioniere si trovavano alla mercé del vincitore, ma Alessandro si guardò bene, malgrado la loro bellezza, dal gettarsi in qualsiasi atto di violenza nei loro confronti.
Altra prova di grande rispetto per le donne fu il suo comportamento nei confronti di Rossane, la sua legittima sposa, che egli non volle neppure toccare senza la sanzione della legge. Fu anche molto generoso, sempre pronto a distribuire ripetuti doni ai suoi familiari, agli amici e ai soldati. Dopo la conquista di Tiro e di Gaza, mandò a Olimpiade, a sua sorella Cleopatra e ai suoi amici rimasti in Macedonia gran parte del bottino. Dopo la vittoria di Gaugamela, Alessandro offrì sontuosi sacrifici agli dei e donò agli amici ricchezze, poderi e cariche pubbliche. A seguito delle conquiste di Susa e di Persepoli, Alessandro si impadronì di notevoli quantità di oro e di argento che distribuì ai capi delle sue armate e ai soldati semplici. Un’altra forma di generosità si manifestò dopo il ritorno a Susa, dove Alessandro pagò ai creditori i debiti contratti dai soldati nel corso delle campagne. Questa saggezza di Alessandro era sicuramente frutto dell’insegnamento di Aristotele. Il suo comportamento era degno di un filosofo; egli non aveva solo il dominio di sé e la resistenza ai piaceri, ma era anche bravo a mettere in guardia i suoi compagni contro l’amore del lusso. I rimproveri che formulava nei loro confronti erano espressi senza asprezza, facendo appello alla ragione, al fine di incitarli alla virtù.
Il suo più grande merito “filosofico”, però, fu quello di considerare l’umanità intera come una sola comunità, mescolando Greci e Barbari. Il fine era di sottoporre tutta la terra a una stessa legge razionale, di fare di tutti gli uomini un unico demos.
Verso il 350 a.C., il satrapo persiano Artabazo, costretto ad andare in esilio, portò la sua famiglia a Pella, e fu qui che Alessandro vide per la prima volta la sua bellissima figlia Barsine, che aveva dieci anni più di lui. Alessandro passò molte ore di studio con Aristotele apprendendo la medicina, gli animali, la configurazione della terra e la forma dei mari. Alessandro non era il solo discepolo macedone di Aristotele, ma veniva a prendere lezioni dal grande filosofo anche Efestione, l’uomo amato da Alessandro; infatti quella con Efestione fu la relazione maschile di Alessandro più intensa. Certo questo non impedì ad Alessandro di avere un’amante e successivamente una moglie. Il modello che Alessandro seguì nella sua vita fu Omero, perché il tema dell’Iliade di Omero è il legame che connette figure ed episodi della giovinezza di Alessandro, soprattutto con Achille. Come Alessandro, Achille fu un uomo di passione e di azione che combatté per la gloria personale e che scelse la gloria al posto del ritorno in patria e come Alessandro morì giovane. Caccia e cavalli, combattimenti e banchetti erano i campi in cui si metteva alla prova il valore di un eroe. Alessandro diede ampio spazio alla caccia, dal Libano alle colline dell’attuale Afghanistan. A pranzo il re intratteneva i nobili e gli ospiti personali in uno stile cerimoniale che rievocava i grandi banchetti della vita omerica.
Durante questi banchetti reali, che erano una parte essenziale del tessuto sconnesso del regno, si brindava cerimoniosamente ai successi in battaglia. In Alessandro, invece, viveva anche l’antica tradizione omerica dei doni regali agli amici di famiglia. questa abitudine di onorare gli ospiti è un elemento fondamentale per i legami personali che costituiscono il canone dell’esistenza dei re omerici. Ma i nobili partecipavano anche a un altro onore, cioè servivano alla corte dei loro re; nella Macedonia di Alessandro, allo stesso modo, alcuni compagni selezionati, assistevano anche i sovrani in battaglia. Il costume e la tradizione permettevano ciò che nessuna legge definiva, però nessun diritto e nessuna costituzione proteggeva il re: il suo governo era personale e la sua autorità era assoluta nella misura in cui riusciva ad imporla. È attraverso Omero che riuscirono a far rivivere Alessandro.
All’interno della Macedonia Alessandro aveva già dimostrato una rapidità degna del suo eroe omerico. A metà dell’autunno era giunto il momento di estendere la sua autorità all’estero, perché Filippo aveva lasciato un’eredità, in politica estera, che si estendeva dal Danubio e dalla costa dalmata ai capi meridionali della Grecia e alle isole dell’Egeo. Il trono macedone era ora sicuro ed era la Grecia che per prima richiedeva l’attenzione del suo erede. Quando fu chiesto ad Alessandro come sarebbe riuscito a controllare i Greci, egli rispose: “Non rimandando mai a domani quello che deve essere fatto oggi”. Molto presto diventò signore della Tessaglia e capo degli alleati Greci.
Filippo si era innamorato così perdutamente della nipote del suo generale Attalo, Cleopatra Euridice, che divenne la sua settima moglie. Questo matrimonio portò all'accendersi di aspri contrasti tra Alessandro e suo padre; il futuro re era probabilmente preoccupato della sua posizione di erede, poiché il futuro figlio di Cleopatra Euridice sarebbe stato l'unico figlio legittimo di Filippo ad essere interamente di sangue macedone (la madre di Alessandro, Olimpiade, era epirota).
I timori di Alessandro furono in qualche modo confermati al banchetto nuziale, quando Attalo, il padre della sposa, si augurò in un brindisi che gli dei potessero presto concedere alla Macedonia un erede legittimo. Alessandro, comprensibilmente, si infuriò. Plutarco (Vita di Alessandro, 9-10) ci riporta la sua risposta ad Attalo: dopo averlo insultato, gli avrebbe domandato «Ed io cosa sarei, un bastardo?». Filippo si offese molto del trattamento che suo figlio ebbe per il novello suocero e fece per scagliarsi contro Alessandro, ma scivolò su una pozza di vino. «L'uomo che si prepara a passare dall'Europa all'Asia» avrebbe detto allora Alessandro «non riesce neanche a passare da un letto all'altro».
Per fuggire l'ira del padre, Alessandro fuggì con la madre a Dodona, in Epiro, dove regnava suo fratello, Alessandro d'Epiro. Qui restò pochi giorni, prima di continuare verso l'Illiria, dove trovò rifugio da un re locale. Filippo, tuttavia, decise di perdonare molto presto il figlio, che richiamò a Pella dopo appena sei mesi.
Nell'estate di quell'anno, il 336 a.C., mentre si trovava ad Ege, la capitale ancestrale del regno macedone, per assistere al matrimonio di sua figlia Cleopatra con Alessandro d'Epiro, Filippo fu assassinato da una delle sue guardie, Pausania, che fu subito ucciso dalle guardie macedoni. Non conosciamo le motivazioni alla base dell'assassinio, e anche le fonti antiche discordano. Alcuni, tra cui Plutarco, accusano Olimpiade o lo stesso Alessandro di essere stati a conoscenza della congiura, se non di avervi addirittura preso parte. Altri pensarono che il mandante dell'assassinio fosse il re di Persia, Dario III, da poco salito sul trono di Persepoli. Secondo Aristotele, infine, Pausania era un amante di Filippo, ed avrebbe ucciso il re perché avrebbe ricevuto violenze sessuali da parte dei seguaci di Attalo, il padre della nuova moglie di Filippo. Il fatto, comunque, che si abbiano testimonianze attendibili dell'esistenza di alcuni complici, in attesa di raccogliere Pausania in fuga, tende ad escludere quest'ultima ipotesi in favore di un complotto politico.
In ogni caso, alla morte del padre, Alessandro fu immediatamente proclamato re dall'esercito e dai dignitari, all'età di soli vent'anni.


Conclusione

Il problema che si pone allo storico è quello di misurare il posto che hanno tutte le tradizioni mitiche nella vita di Alessandro. All’inizio del suo regno non sono ancora visibili. La politica di Alessandro è fedele a quella che aveva condotto Filippo, di cui vuole essere continuatore: continuare a rispettare i popoli vicini alla Macedonia, mantenere l’ordine in Grecia, preparare la campagna d’Asia. Il riconoscimento della natura divina di Alessandro si ebbe nel 324 a.C., dopo il compimento della sua spedizione asiatica. Alessandro esigeva dai Greci il riconoscimento degli onori divini. Sappiamo che i culti eroici rappresentano un aspetto importante nelle pratiche religiose dei Greci, sin dall’inizio dell’epoca arcaica.
Questi culti erano rivolti ai fondatori di quelle città che i Greci avevano edificato sulle sponde del Mediterraneo e implicavano processioni, sacrifici e concorsi. Allo stratega ateniese Agnone e al generale spartano Brasida fu instituito un culto dopo la loro morte. Un ulteriore passo nell’eroizzazione dei grandi strateghi viene compiuto alla fine del secolo, e fu di nuovo uno spartano a esserne oggetto; il navarca Lisandro. Questi, vincitore della flotta ateniese agli Egospotami, nel 405, intese celebrare in effetti la sua vittoria con l’erezione a Delfi di un monumento in cui la sua statua figurava in mezzo a quella degli dei. Subito dopo la guerra del Peloponneso, nei primi decenni del IV secolo, si vide erigere per la prima volta una statua in onore dello stratego Conone. Gli esempi di un simile onore si andavano moltiplicando nel corso del IV secolo a.C., sempre per ricompensare strateghi vittoriosi. Così Ificrate, Cabria, Timoteo ottennero l’erezione di una statua nell’agorà per commemorare importanti vittorie da loro riportate. L’erezione di una statua era dunque una forma di eroizzazione e veniva riservata agli strateghi vittoriosi. E, la dedica di questa statua concessa al vincitore, lo elevava se non al rango degli dei, almeno a quello degli eroi. Nel 324 a.C., quando portò a compimento la sua spedizione asiatica, Alessandro era diventato il generale vittorioso per eccellenza e Demostene propose di erigergli una statua. Nello stesso anno, poco prima della sua morte, Alessandro pretese dai Greci che lo vedessero come un “dio invincibile”.

Giuseppe Vitolo

Note

(1)Massimo Occhipinti, Alessandro Magno e Aristotele: la dialettica dell’educazione