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Alessandro Magno vanta da duemila anni il ruolo indiscusso di simbolo dell’eroismo, il conquistatore per eccellenza, una reputazione che ha suscitato nei suoi confronti, in tutto il mondo (occidentale e non), un’ammirazione, un interesse ed una suggestione che ha pochi pari.
Fu un uomo misterioso e controverso, fu un grande viaggiatore ed esploratore, ma fu soprattutto un instancabile sognatore, che conquistò il mondo con imprese irrealizzabili per i comuni mortali. E, in effetti, Alessandro di comune agli altri aveva poco o niente.

“Intraprese molte guerre, si impadronì di fortezze e uccise i re della terra; arrivò sino ai confini della terra e raccolse le spoglie di molti popoli. La terra si ridusse al silenzio davanti a lui; il suo cuore si esaltò e si gonfiò di orgoglio”. (Primo libro dei Maccabei, 1,2-3).

I suoi pensieri furono sempre indecifrabili per gli altri ma, come ci dice Arriano nella sua Spedizione di Alessandro VII 1-4, “non erano né ordinari, né meschini”, erano semplicemente i pensieri di un personaggio di una categoria superiore a tutti, il quale, continua ancora Arriano, “non sarebbe rimasto contento di ciò che possedeva, neppure se avesse aggiunto l’Europa all’Asia, o le isole britanniche all’Europa: sempre avrebbe cercato qualcosa di ancora ignoto, e se non avesse avuto altri rivali, sarebbe stato il rivale di se stesso”.

Le fonti principali

Di Alessandro Magno e delle sue imprese, che caratterizzarono gran parte della produzione storiografica dell’età ellenistica, hanno scritto più di venti suoi contemporanei, ma a noi non è pervenuto nessuno dei loro scritti, se non qualche sporadica citazione, comunque non proveniente dal dettato originale, e qualche menzione giuntaci dallo storico Diodoro Siculo, autore della Bibliotheca historica: una storia universale caratterizzata da estratti di numerosi storici a lui anteriori, che si erano occupati di particolari argomenti (come Ctesia che trattò la storia assira, Timeo quella siciliana, Eforo quella greca fino a Filippo, Polibio le guerre puniche e molti altri).
Tornando agli autori contemporanei, che scrissero per primi del Macedone, essi furono gli “storici di Alessandro” o “Alessandrografi”, i quali, dietro la spinta motivazionale dello stesso Alessandro, ne narrarono le incredibili gesta con toni adulatori e celebrativi (e in molti casi leggendari, fantasiosi ed esagerati) in scritti la cui attendibilità storica è quasi nulla. Ricordiamo Callistene di Olinto, Clitarco (del cui filone narrativo è rimasto il Romanzo di Alessandro, giuntoci in tre libri sotto il nome di Callistene e attraverso varie redazioni e traduzioni), Eumene di Cardia, Tolemeo d’Egitto e Nearco di Creta.
Fonte principale a cui affidarci per ricostruire la biografia del condottiero macedone è Plutarco che, nelle sue Vite parallele, fa un quadro di quasi tutta la storia greca e romana attraverso la realizzazione di veri e propri ritratti narrativi dei protagonisti principali della storia antica. L’interesse preminente di Plutarco era il racconto dell’influenza dei caratteri sulle vite e sui destini degli uomini celebri. Alessandro fu accoppiato con Giulio Cesare, in quanto entrambi furono condottieri che dominarono il mondo, ma non sempre riuscirono a fare lo stesso con le proprie passioni. I due, infatti, si mossero sempre tra passioni contrapposte l’una all’altra, cioè tra generosità e crudeltà, tradizione e innovazione, esaltazione e demonizzazione, ira e lucidità di esecuzione. Entrambi aspirarono sempre a raggiungere il potere assoluto in vista della creazione di una monarchia universale, del riscatto politico e morale della propria patria d’origine.
Ricordiamo anche due trattati Sulla fortuna di Alessandro sempre ad opera di Plutarco, uno scritto del romano Quinto Curzio Rufo e la già citata Spedizione di Alessandro del greco Arriano di Nicomedia. In questa opera lo scopo dello storico è fornire una biografia del macedone finalmente accurata, dettagliata e veritiera, priva di leggende e fantasie, rispetto agli scritti dei cosiddetti “storici di Alessandro”. Per fare ciò Arriano utilizza solo le fonti che giudica migliori, escludendo quelle ritenute “infedeli” e servendosi in gran parte delle fonti Tolemeo e Aristobulo.
Anche nell’Epitome di Giustino viene trattato di Alessandro, in particolar modo del contrasto con il padre Filippo, della crudeltà e del terrore incusso.
Nel libro IX dell’Epitome di Giustino, infatti, l’autore accetta la versione secondo cui Olimpiade, in accordo con Alessandro, ordì l’uccisione di Filippo. Giustino descrive, inoltre, Filippo come un avido e ne sottolinea la dissipatezza e il suo continuo tramare e dissimulare (IX8,1-10).
Successivamente inizia un confronto-contrasto tra padre e figlio (IX8,11-21). All’interno di questo, l’autore sottolinea come Alessandro superò tanto le virtù quanto i vizi del padre. Se da una parte di Alessandro si sottolinea la maggior trasparenza in guerra e l’amor di gloria, di Filippo, invece, la maggior capacità di gestire l’ira e l’ubriachezza. Di Alessandro viene data un’immagine palesemente negativa quando si afferma che egli spesso lasciava il simposio solo dopo aver ucciso uno dei suoi uomini; questo perché era un sovrano che amava essere temuto ed incutere timore.
Giustino, nel suo giudizio su Alessandro (XII16), si concentra sui presagi della nascita, arrivando a definire il Macedone come un “uomo del destino”. Continuando sugli interessi personali, vengono messe in risalto anche la sua smania di sapere e la capacità di vincere.
Altro punto di incontro-scontro tra Filippo e Alessandro è, secondo Giustino, l’esercito. Su quest’aspetto l’Epitome non lascia dubbi: l’ago della bilancia pende dalla parte del padre, in quanto l’esercito di Alessandro che passò in Asia viene ritenuto modesto da Giustino, ma soprattutto viene sottolineata la composizione di tale esercito. Non erano giovani, ma veterani che avevano combattuto con Filippo; in questo modo viene esaltato chi questi uomini li forgiò, e non poteva certamente essere il ventenne Alessandro.
Il giudizio complessivo di Giustino, nei confronti di Filippo, dunque, non risulta negativo, ma anzi, data la sua morte non per mancanza di virtù bensì per le trame altrui, egli sembra quasi una vittima del destino.
Così, sempre Giustino (IX,3,11), riassume in poche fasi il regno di Filippo:

“Filippo il Macedone, quando raggiunse il comando dell'impero, rese il suo regno assai florido. Ma, inizialmente, poichè sembrava che la patria fosse sfinita a causa delle continue guerre e egli stesso fosse stanco e logorato a causa delle continue incursioni degli avversari e degli agguati dei nemici, dopo aver stipulato la pace, dispose di porre fine ad alcune guerre, che sembravano doversi affrontare, mentre ne volle terminare altre con le armi. Assediati i nemici, iniziò a desiderare il dominio di tutta la Grecia, ma usò una grande astuzia nei confronti dei Greci. Infatti con questo proposito aumentò e fomentò le discordie tra i cittadini delle varie città, cercando di creare invidie tra loro per indebolire le forze di tutti. Così, avendo nascosto a lungo di essere lui stesso un nemico, alla fine, sconfitti gli altri Greci e costrettili alla resa, fece guerra agli Ateniesi che, iniziato il combattimento a Cheronea, sconfisse nettamente. Questo giorno sembrò strappar via sia la gloria sia l’antichissima libertà a tutta la Grecia”.



http://www.storiain.net/storia/alessandro-magno-e-limpero-ellenistico/


Il padre: Filippo II

Filippo, il più giovane di tre fratelli, salì al trono di Macedonia nel 360-359 a.C. dopo che un fratello, Alessandro II, fu ucciso dall’usurpatore Tolemeo di Aloro e l’altro, Perdicca III, cadde in guerra contro gli Illiri. Subito ebbe a scontrarsi con i popoli confinanti (Illiri, Peoni e Traci). Trovò un compromesso con Peoni e Traci, trattò con gli Ateniesi, grazie a Parmenione sconfisse gli Illiri e, in funzione antillirica, sposò Olimpiade, principessa epirota, futura madre di Alessandro Magno. Con la grande energia e volontà che lo contraddistinse in tutta la sua vita, conquistò Anfipoli e sfruttò la Terza Guerra Sacra per inserirsi nelle vicende greche.
Dopo la disfatta di Argolas, in Tessaglia, ricominciò la guerra contro Fere da parte delle altre città tessale, le quali si rivolsero a Filippo per avere la meglio. Ed infatti egli si fece nominare tago dei Tessali, sconfiggendo i Focesi ai Campi di Croco. Successivamente, con la fine della Terza Guerra Sacra e la pace di Pella, Filippo si trovò a controllare l’Anfizionia. Nel 338 a.C. il suo esercito sconfisse quello della Lega ellenica nella battaglia di Cheronea e, con la pace di Demade, risultò vincitore anche della Quarta Guerra Sacra. Fondò, poi, la Lega di Corinto e fece votare la guerra contro la Persia. Nel 336 a.C., però, ad Ege, morì durante il matrimonio della figlia Cleopatra, assassinato dall’ufficiale reale Pausania per motivi privati, come ci riferisce Aristotele (Politica, V, 1311b).
Una puntuale ed esaustiva rassegna del regno di Filippo la ritroviamo nella Bibliotheca historica di Diodoro Siculo, scorrendo XVI 1:

“Filippo, figlio di Aminta, regnò sui Macedoni per 24 anni e, sebbene avesse avuto condizioni di partenza poco favorevoli, facendo uso di pochissimi mezzi, fece del suo regno il più grande dei domini che c’erano allora in Europa, e dopo aver ricevuto in eredità la Macedonia che era in balìa degli Illiri che l’avevano ridotta in schiavitù, la trasformò rendendola signora di molti popoli e città potenti [...]. Così, grazie al suo valore, ottenne la supremazia di tutta la Grecia, con le città che volontariamente si sottomettevano al suo dominio. Grazie alla vittoria sui predatori di Delfi, entrò nel consiglio anfizionico e, per la sua religiosità, ebbe in premio i voti dei Focesi sconfitti. Dopo la vittoria ottenuta su Illiri, Peoni, Traci e Sciti, progettò di abbattere l’impero persiano e trasportare truppe in Asia, liberando così le città greche; ma nel mezzo della sua impresa fu fermato dal fato; lasciò tante e tali forze che il figlio Alessandro non ebbe bisogno dell’aiuto di alleati per abbattere l’egemonia persiana. Filippo compì queste imprese non col favore della fortuna, ma solo col proprio valore”.

La madre: Olimpiade

https://27esimaora.corriere.it/19_novembre_20/alessandro-altro-che-magno-senza-mamma-7753d3ac-f67d-11e9-852d-8d5c113e41ca.shtml


Diodoro XIX, 51,6 così ci parla di Olimpiade nel momento della morte:

“Così morì Olimpiade, che aveva goduto del massimo prestigio fra le persone del suo tempo, che era la figlia di Neottolemo, re degli Epiroti, sorella di quell’Alessandro che aveva combattuto in Italia, e infine la moglie di Filippo, il più potente tra coloro che avevano regnato prima di lui in Europa e la madre di Alessandro che aveva compiuto le più grandiose e più illustri imprese”.

La figura femminile che in modo preminente ha influito sull’indole di Alessandro, condizionandone anche il “modus vivendi”, è stata la madre Olimpiade. Nata con il nome di Myrtale intorno al 375 a.C. da Neottolemo I d’Epiro della dinastia dei Molossi, Olimpiade poteva vantare tra i propri illustri avi l’eroe omerico Achille.
Secondo una versione del mito, Alessandro non era figlio di Filippo ma di Zeus, che si era unito a Olimpiade in forma di serpente.
Ecco la versione di Plutarco (Vita di Alessandro, 2) in merito:

“La notte precedente quella nella quale furono consumate le nozze, parve alla ragazza che, scoppiato un gran tuono, un fulmine la colpisse nel ventre e dalla ferita si levasse un gran fuoco che si divise in fiamme diffusesi nelle varie direzioni e poi si spense...dopo le sue nozze Filippo ebbe un sogno: egli imprimeva un sigillo sul ventre di sua moglie e l'impronta del sigillo era la figura di un leone. Aristandro di Telmesso (ritenuto espertissimo nell'arte divinatoria, accompagnò Alessandro in Asia e predisse quasi tutti gli eventi di maggiore importanza) disse che la donna era incinta e che era incinta di un ragazzo animoso e della natura di un leone.
Un'altra volta fu visto un serpente disteso al fianco di Olimpiade addormentata; narrano che soprattutto questo attenuò le manifestazioni di amore di Filippo per lei, tanto che non andava più di frequente a letto con lei, o che temesse che alcuni incantamenti magici gli venissero fatti dalla donna. C'è a questo proposito una tradizione secondo la quale tutte le donne della Tracia sono da antico tempo legate ai riti orfici e dionisiaci. Olimpiade, che più delle altre praticava queste cerimonie e in modo più selvaggio si abbandonava all'invasamento, portava nei tiasi grandi serpenti addomesticati, i quali spesso, emergendo dalle foglie di edera che ricoprivano le ceste sacre e avvolgendosi attorno ai tirsi e alle corone delle donne, atterrivano gli uomini.”

Alessandro amò molto la madre, la quale, dopo la morte del figlio, si lasciò implicare nelle lotte di successione che la portarono alla morte. La figura di Olimpiade fu sempre molto presente nella vita del figlio, sebbene le fonti sulle imprese di Alessandro non la citino praticamente mai. Ma Olimpiade influenzò, seppur rimanendo nell’ombra, la vita, l’educazione e le scelte del Macedone.
Plutarco (Aless.,27,9) riportò l’idea che Alessandro fosse figlio di Zeus, poiché, quando il Macedone andò a far visita al santuario oracolare di Amon (Zeus nella mitologia egizia) all’oasi di Siwa nel deserto libico, si narra che in quell’occasione l’oracolo compì un errore di pronuncia dicendo “παιδιος” (figlio di Zeus) invece di “παιδιον” (figlio), offrendogli in tal modo un punto di partenza per l’istituzione di un culto divino incentrato sulla sua persona. I re di Macedonia si dicevano discendenti di Eracle, uno di quei semidei nati da una donna mortale e da Zeus. Alessandro, per parte materna, contava tra i suoi avi, anche la dea Teti, che dall’unione con il mortale Peleo aveva avuto un figlio, Achille, l’eroe epico per eccellenza. Quest’ultimo era di origine divina, della famiglia degli Eacidi, che regnava sull’Epiro, famiglia alla quale apparteneva Olimpiade. Tanto per parte di padre, quanto di madre, Alessandro poteva dunque credersi lontano discendente di Zeus, attraverso Eracle, nonché discendente della dea Teti attraverso Achille.
Ora, noi non sappiamo se Alessandro fosse veramente convinto d’essere figlio di Zeus, ma questo è poco importante. Sappiamo che attraversò il deserto d’Egitto per visitare il tempio di Ammone e farsi ivi riconoscere una natura divina. E noi non possiamo astenerci dall’ipotizzare che, con ciò, Alessandro intendesse rendere un tributo alla propria madre e, contemporaneamente, negare la paternità di Filippo: incarnando la divinità, egli avrebbe ottenuto di assumere su di sé l’autorità che, con ciò, sottraeva al padre reale. D’altro canto, ci risulta, e Plutarco ne fa più volte menzione nel suo racconto, che tra padre e figlio non corresse buon sangue; addirittura, poco più che adolescente, si rammaricava delle conquiste di Filippo perché temeva che non avrebbe lasciato a lui, Alessandro, “nessuna impresa grande e luminosa”.
Sembra opportuno, a conforto dell’ipotesi appena avanzata, riportare le parole di Plutarco che descrive l’incontro di Alessandro con il sacerdote di Ammone:

“[...] Là il sacerdote di Ammone lo salutò a nome del dio, cioè di suo padre. Alessandro domandò se gli era sfuggito qualcuno degli assassini di suo padre. Il profeta lo invitò a non bestemmiare: suo padre non era mortale. Alessandro cambiò allora il modo com’era formulata la domanda e chiese se gli assassini di Filippo erano stati puniti tutti; interrogò inoltre l’oracolo riguardo al suo regno, domandò se gli sarebbe concesso di diventare signore del mondo intero. Il dio rispose positivamente ad ambedue le questioni: gli sarebbe concesso di essere signore del mondo, e quanto a Filippo, era stato vendicato compiutamente. Alessandro offrì quindi degli splendidi doni al dio e regalò dei soldi ai sacerdoti”.

Giuseppe Vitolo