Federico Colli

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Un album interamente composto di canzoni tradotte costituisce un evento raro, soprattutto perché ci si assume il compito gravoso di rendere con fedeltà i significati dei testi e di non stravolgere gli arrangiamenti. Siccome parliamo di Bob Dylan, è corretto segnalare che c’è un precursore in questa operazione, difatti Tito Schipa Jr. nel 1988 aveva pubblicato Dylaniato, album di canzoni del cantautore di Duluth. Francesco De Gregori, nonostante si fosse cimentato in traduzioni di Dylan già a inizio carriera, negli anni ’70, ha aspettato decenni prima di rivolgere questo omaggio al suo idolo.

De Gregori canta Bob Dylan - Amore e furto è il nome che Francesco De Gregori ha voluto dare al suo ventunesimo album in studio, dedicato al suo grande mito: Bob Dylan. Perché anche i migliori, non va scordato, hanno avuto dei punti di riferimento. Il titolo che il cantautore romano ha scelto di dare a questo lavoro è eloquente, ma non immediato come appare: anche qui De Gregori non ha voluto perdere l’occasione per citare il cantastorie americano, poiché Love and theft è stato il disco in cui Dylan ha manifestato le sue influenze musicali. Tutto torna.

Bob Dylan, da leggenda vivente a Premio Nobel per la Letteratura ...

È superfluo dire quanto Bob Dylan abbia inciso nella storia della musica, e non solo d’autore, ma almeno qua ci importa di ricordare che è riuscito a fare di sé il paradigma del cantautore. Il folk revival di cui è grande protagonista influenza molti cantanti italiani, tra cui un giovane Francesco De Gregori che nel 1970 è all’esordio. Questi, quarantacinque anni dopo, con una carriera che gli ha permesso di ascrivere il suo nome tra i più grandi della scena musicale italiana, decide di celebrare l’artista che può a buon diritto chiamare “collega”.

De Gregori canta Bob Dylan – Amore e furto”: tutte le ...

Amore e furto è un’attenta operazione filologica: se la traduzione dall’inglese è la fase che presenta meno ostacoli, il rispetto della metrica richiede una grande sensibilità. È inevitabile, in qualunque traduzione, non mantenere una perfetta aderenza al testo originale, ma perché esso possa risultare gradevole qualche sacrificio è necessario. Benedetto Croce sosteneva che le traduzioni potessero essere brutte e fedeli o belle e infedeli. Ad ogni modo De Gregori si è destreggiato splendidamente in questo compito. Vediamo ad esempio uno dei versi più popolari di Dylan, da Sweetheart Like You (reso Un angioletto come te), canzone che De Gregori ha posto in apertura dell’album: «Steal a little and they throw you in jail, steal a lot and they make you king». Il cantante romano rende: «Ruba una mela e finirai in galera, ruba un palazzo e ti faranno re»; la scelta di sostituire poco e tanto inglesi con mela e palazzo, non stride anzi, sottolinea il messaggio sociale veicolato in questo verso, sull’eterna disparità tra deboli e potenti. Ancora, De Gregori si è potuto divertire intervenendo in Servire qualcuno (originale Gotta Serve Somebody), perché un verso recita: «You may call me Bobby, you may call me Zimmy». La frase allude al nome di battesimo del cantautore statunitense, ovvero Robert Zimmerman (dal 1962 l’artista ha legalmente cambiato nome in quello con cui è noto); a questo punto De Gregori ha preferito mantenere il senso della canzone e del verso, scegliendo quindi di deviare intelligentemente il riferimento verso sé stesso: «Puoi chiamarmi Ciccio, puoi chiamarmi Generale»; generale è un’opzione felicissima. Una canzone che certamente ha necessitato particolare cura è stata Desolation Row, da molti ritenuta uno dei capolavori di Dylan, che raggiunge alte vette di lirismo. Questo pezzo in Italia è già noto come Via della povertà, contenuto nell’album Canzoni di Fabrizio De André: l’opera di traduzione fu condotta a quattro mani, in una collaborazione del ligure proprio con De Gregori. Il cantautore romano ha comunque deciso di cimentarsi in una nuova traduzione per l’album del 2015, riuscendo a restituire il turbinio di immagini della realtà distorta ivi raccontata: forse nessun’altra canzone di Dylan, anche grazie al testo a tratti ermetico e allusivo, sembra appartenere così tanto a Francesco De Gregori. Questi erano alcuni passaggi esemplari per avere uno scorcio sulle diverse elaborazioni portate avanti da Francesco De Gregori.

Un piccolo commento va dedicato anche alla parte più propriamente musicale del disco, perché per questo aspetto la missione filologica è stata portata a compimento all’insegna del “non si tocca nulla”. Come giustamente fatto notare da De Gregori, laddove il testo non può essere rispettato in pieno, almeno gli arrangiamenti, già costruiti da mostri sacri come Mark Knopfler, si possono rispettare fedelmente senza difficoltà. Ascoltando il disco si noterà come questa affermazione non viene disattesa, anche i cori giungono con estrema puntualità.

L’omaggio che Francesco De Gregori fa a Bob Dylan (che si è poi complimentato), è un lavoro certosino, guidato dalla passione e dalla infinita ammirazione verso un artista che è stato poi definito “da Nobel”. Un lavoro di tale gravità richiede raffinatezza sia di cuore sia di testa, e alcuni sosterrebbero che per tradurre un poeta ci vuole un poeta.

Un adagio recita: «I buoni artisti copiano, i grandi rubano». Non dissentiamo.

Federico Colli

Immagine1: https://www.tvdaily.it/musica/de-gregori-ancora-sulla-strada-in-tour.php

Immagine2:https://www.mosaico-cem.it/cultura-e-societa/personaggi-e-storie/bob-dylan-leggenda-vivente-premio-nobel-la-letteratura

Immagine3: http://www.ritrattidinote.it/interviste/de-gregori-canta-bob-dylan-amore-e-furto-album.html