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Di Maria Pappini

L’operazione di restyling portata avanti da Matteo Salvini da quando è stato nominato segretario della Lega ha indubbiamente portato i suoi frutti: da partito regionalista del Nord, con una fortissima base in Piemonte, Lombardia e soprattutto in Veneto, il Carroccio è diventato un vero e proprio competitor a livello nazionale. Sono quattro i punti su cui si è concentrata l’azione del Segretario in vista delle elezioni: l’eliminazione della parola “Nord” dal simbolo, l’individuazione del nemico nazionale negli immigrati anziché nei meridionali, la ferrea opposizione alla Legge Fornero e l’insistenza sulle radici cristiane dell’Italia.

Queste scelte hanno permesso al partito di passare da un rosicato 4% delle elezioni del 2013 al 17% dell’ultima tornata, diventando il terzo partito italiano. Lo stile che Matteo Salvini ha voluto imprimere al suo partito prende gli aspetti più coinvolgenti della propaganda del Partito Repubblicano Americano, ma senza dimenticare gli elementi di costruzione dell’immagine di un leader così simile a quella del presidente russo Vladimir Putin. Salvini riesce infatti nei suoi comizi, come l’ultimo tenutosi in piazza del Duomo a Milano, ad apparire contemporaneamente come l’ “uomo forte” in grado di guidare l’Italia e come l’ “uomo rassicurante” che giura sui Vangeli.

Nonostante le apparenze, però, la Lega è e rimane un partito populista non solo nella forma – come dimostrato dall’ispirazione che trae da Trump e Putin -, ma anche e soprattutto nella sostanza: l’odio per gli immigrati, che anima fortemente i militanti, e la volontà di uscire dall’Euro e dall’Unione Europea dimostrano come l’anima del partito di Matteo Salvini non sia cambiata dai primi anni Novanta.

Il loro intero programma, inoltre, se analizzato al di là della patina di sicurezza che trasmette, si dimostra irrealizzabile sia sul piano sociale sia su quello economico. La sola abolizione della legge Fornero comporterebbe costi così elevati che il nostro intero sistema economico crollerebbe. La stessa Flat Tax, al di là dei suoi rilievi di incostituzionalità, dimostra come le attenzioni della Lega non siano rivolte agli ultimi, quanto piuttosto ai possessori di grandi patrimoni, che di fatto sarebbero gli unici a beneficiare di una tassazione unica al 15%.

La ragione più profonda del successo della Lega, quindi, non è il programma, né tanto meno i proclami, quanto piuttosto l’aver saputo intercettare il sentimento di paura e risentimento non solo delle classi più povere e meno istruite, ma anche di quelle più agiate, che non riescono o non vogliono approfondire troppo. Proprio per questi motivi il Partito Democratico e le forze moderate tutte non possono permettersi di concentrare tutti i loro sforzi nella sfida contro il Movimento Cinque Stelle. La Lega non è mai stata e a maggior ragione oggi non è “una costola della sinistra” come l’aveva definita Massimo D’Alema e la proposta della Flat Tax lo dimostra incontrovertibilmente: è un nemico insidioso dal quale dobbiamo difendere non solo noi stessi, ma anche e soprattutto coloro che hanno dato il proprio voto a questo partito.

Altri paesi europei, come la Francia e l’Austria, hanno la fortuna di avere forze moderate di destra e di sinistra che si coalizzano per arginare i pericoli populisti. In Italia l’unico baluardo è rappresentato dal Partito Democratico: la sfida è senza dubbio impegnativa, ma altrettanto fondamentale per il nostro futuro.