“In 24 ore ho ricevuto tante testimonianze di vittime, che vogliono semplicemente far sentire la loro voce, parlando di come il gruppo abbia rovinato le loro vite. Perché è una violenza virtuale, è vero, ma ha conseguenze drammaticamente reali" (Simone Fontana, giornalista di Wired, primo a denunciare il più recente caso di revenge porn in rete).

Revenge porn: che cos’è?

Con l’espressione “revenge porn” si intende la condivisione di immagini o video intimi tramite internet senza il consenso dei protagonisti degli stessi: in alcuni casi, la vittima è consapevole di essere stata immortalata, in altri invece no.

Il caso Telegram

Poco meno di una settimana fa su Telegram, un servizio di messaggistica simile a Whatsapp, si è verificato uno dei più eclatanti episodi di revenge porn, soprattutto minorile: all’interno di diversi gruppi e canali che contanooltre 45mila iscritti, ogni giorno, nonostante le segnalazioni, vengono fatti circolare circa 30mila messaggi contenenti immagini e video privati, numeri di telefono e profili social, di amiche o ex ragazze degli iscritti, con lo scopo di renderle vulnerabili.

Analizzando nello specifico il caso Telegram, non si è trattato soltanto di divulgazione di materiale pornografico e pedopornografico ma anche di “doxing”, ossia la pratica di diffondere online informazioni personali e private e dati sensibili di un individuo, con lo scopo di denigrarlo pubblicamente. Semplici foto, video, selfie presi dai social delle ragazze, sono diventati oggetto di un vero e proprio stupro virtuale, tramite aberranti commenti da parte di chi considera la donna nient’altro che un oggetto sessuale. SecondoAmnesty International, in Italia almeno una donna su cinque ha subito molestie e minacce online, episodi che indipendentemente dalla loro gravità incidono fortemente nella vita di una donna. Serena, 21 anni, vittima del gruppo, afferma: “Qualcuno ha preso delle foto dal mio profilo Instagram e le ha pubblicate sul gruppo. Non mi vergogno di quelle immagini, è tutta roba pubblica, ma è stato un po’ come gettare un pezzo di carne in un gabbia di cani affamati. Penso sempre a chi possa aver deciso di pubblicare le mie foto, le mie generalità. Potrebbe essere chiunque, è vero, ma se fosse stato un mio amico?

Oltre a questo, si trovano anche veri e propri contenuti intimi che le vittime avevano precedentemente inviato ai loro ex partner e amici oppure che sono stati fatti circolare, nei casi più preoccupanti, dagli stessi genitori delle vittime, i quali “vendono” le loro figlie a cui gli utenti dedicano tributi (laddove per tributi si intende l’atto di masturbarsi sulla foto della ragazza in questione).  Gli utenti che fanno parte di questi gruppi non hanno dovuto effettuare registrazioni o iscrizioni di alcun tipo e molti si nascondono dietro a profili anonimi utilizzandoli come garanzia di qualsiasi gesto, dando sfogo agli istinti peggiori ed evitando inoltre di rendersi perseguibili penalmente. Il fatto ha scatenato un dibattito anche all’interno della Commissione Europea: l’europarlamentare Pina Picierno ha infatti presentato un esposto alla Procura della Repubblica, affermando: “Il revenge porn é un reato odiosissimo e come tale va perseguito”.

In seguito a ciò, Telegram ha eliminato la maggior parte dei gruppi in questione ma l’intervento della piattaforma sembra non bastare, in quanto nuovi gruppi nascono ogni giorno, innescando un circolo vizioso.

Cosa dice la legge italiana?

La legge italiana dal luglio 2019 ha reso perseguibili penalmente gli utenti responsabili di revenge porn con condanne che prevedono la reclusione da 1 a 6 anni e multe da 5mila a 15mila euro (art 612-ter del codice penale).

Vittime di revenge porn: come reagire?

Considerando i numerosi casi che purtroppo si verificano quotidianamente, è necessario che le vittime sappiano come comportarsi: innanzitutto, occorre sporgere denuncia alla polizia postale o ai carabinieri, mostrando non soltanto le foto pubblicate e i rispettivi commenti ma anche la conversazione, nel caso la si possieda, con l’ex partner, amico o parente che ha diffuso senza consenso i contenuti incriminati; se tali contenuti sono stati condivisi sui social network o tramite servizi di messaggistica, è necessario richiederne al più presto la rimozione segnalandoli ai gestori della piattaforma. Nel caso in cui le foto non siano ancora in circolazione, invece, ma esiste comunque la possibilità che lo siano in futuro, è opportuno contattare il potenziale diffusore chiedendogli di non divulgarlo in quanto materiale privato: questo è utile non tanto per evitarne l’effettiva diffusione, ma come prova scritta del volere della vittima in caso di denuncia.

Alice Pavarotti & Margherita Della Penna