Antonella Consoli

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Inauguriamo oggi la nostra rubrica a tema letterario: Teatro Costanzi. A prima vista il titolo potrebbe essere ingannevole, rimandare unicamente al mondo teatrale ma così non è; qual è allora il significato? Lo scopriremo settimana prossima: un articolo ripercorrerà un avvenimento fondamentale, anche se poco conosciuto, per la storia del giornalismo culturale. State con noi, non ve ne pentirete! E ora ecco a voi il primo articolo, un’attuale riflessione su una delle opere più famose della storia Greca: l’Antigone

La forza del destino

Con monologhi lunghissimi e mancanza di azione, le tragedie greche possono essere di stimolo al rinnovamento del teatro contemporaneo. Hanno secoli di vita ma sono quanto mai attuali. Parlano del diritto, di giustizia, di verità, di tutto ciò che riguarda l’uomo di tutti i tempi. La tragedia Antigone venne scritta da Sofocle nella seconda metà del V secolo a.C., in un arco di tempo che vide l’apogeo e l’imminente decadenza della potenza ateniese nella penisola Greca. Hegel la considera “una delle opere d' arte più eccelse e a ogni riguardo più perfette di tutti i tempi”(1).  Nonostante sia molto antica, continua ad offrire spunti interessanti di riflessione in diversi ambiti. La tragedia narra la vicenda che conduce alla morte Antigone, nata dall’incesto tra Edipo e sua madre Giocasta.  Ella è il frutto di un’unione contro natura, è destinata a soccombere al tragico destino che ha toccato anche i suoi genitori. Dopo aver appreso l’incesto fatale Giocasta s’impicca, Edipo, esiliato dalla citta di Tebe, si acceca; il figlio più giovane, Eteocle, briga per avere il potere ed esilia il fratello maggiore Polinice. Questi attacca Tebe con un potente esercito, ma né l’uno, né l’altro l’hanno vinta perché entrambi cadono in battaglia. Il nuovo re, Creonte, afferma, tramite un editto, che se il primo sarà seppellito con tutti gli onori, la memoria di Polinice sarà esecrata con la proibizione che sia seppellito nei confini della città, perché ritenuto traditore della Patria. Antigone, contravvenendo al divieto, si dirige al campo di battaglia davanti a Tebe e viene sorpresa mentre getta un pugno di terra sul cadavere del fratello, un gesto semplice ma importante nella cultura della Grecia antica, perché sancisce il passaggio dell’anima nell’Ade, sottraendola da un errare senza pace, e per questo viene condotta alla presenza del re.

Il potere e la ribelle

La donna ammette il proprio gesto, dichiarando che esistono anche leggi divine non scritte più importanti di quelle del sovrano. Creonte la condanna a morte. Leggendo la tragedia c’è una frase che spiega il motivo per cui Antigone è stata condannata, aldilà delle azioni, delle leggi: “L’uomo sarebbe lei, e non io se restasse impunito questo gesto di forza”. Questa frase, nella grandezza della tragedia sofoclea, è l’eco di un pensiero collettivo, fa comprendere come i Greci (o almeno quelli come Creonte) concepissero la donna. Un mondo in cui la visione della donna era così distorta che alcuni comportamenti, naturali nell’uomo, erano talmente lontani dalla realtà femminile che, solo il fatto di compierli, sarebbe stato imitazione dell’uomo. Antigone è una donna esemplare perché, in un mondo in cui difendere a voce alta una convinzione è una donna, mostra a tutti noi che non esiste azione, idea e convinzione che può essere concepita esclusivamente da un sesso.

Pietas contra Legem

Antigone, pur credendo fermamente nella giustizia come valore e come strumento di ordine tra i rapporti umani, esercita allo stesso tempo una sorta di diritto alla disobbedienza, perché i suoi ideali danno voce a un sentimento di bene viscerale nei confronti della vita e dell’umanità intera. Per quanto possa essere giusta la legge che condanna Polinice, è comunque suo fratello e come tale merita le sue cure. Morire, allora, sembra essere l’unico atto necessario, perché, come lei stessa dice: “Non sono nata per condividere odio, ma per condividere amore”. La grandezza del testo di Sofocle sta nel mostrare le buone e le cattive ragioni di ambedue le prospettive, lasciando allo spettatore il diritto di mettersi nei panni dell'una, dell'altro o di entrambi i protagonisti. Il conflitto tra Antigone e Creonte è sia reale che simbolico. È il conflitto tra la condizione femminile e quella di uomo. È il conflitto tra due opposte visioni etiche, ma allo stesso tempo tra due opposte visioni politiche. È il conflitto tra il governo degli uomini e il governo delle leggi, tra la responsabilità sociale e l’azione individuale. E’ il grande conflitto tra la dignità umana e il diritto. È questo un conflitto che sta tutto dentro la legge positiva. La dignità umana non è qualcosa che sfugge al diritto essendo ben all’interno del sistema giuridico. Nonostante la sua origine sia non giuridica, la sua finalizzazione è nel diritto, svelandone le lacune. La sua forza è nell’assenza di una definizione. La dignità umana aiuta il diritto a rigenerarsi e a non chiudersi solo in un codice scritto.

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Il dialogo: mezzo e messaggio

La filosofa Martha Nussbaum(2) sostiene che entrambi siano nel torto, perché non fanno alcuno sforzo per aprirsi l’uno alle ragioni dell’altro: non trovano un terreno d’incontro, non riescono a dialogare, non possiedono la virtù della prudenza, necessaria per vivere in armonia. Entrambi vivono la propria condizione senza alcun dubbio sulla validità delle proprie ragioni, invece sarebbe necessaria un’apertura, una negoziazione tra le due parti, mantenendo sempre, però, la propria identità. Questa interpretazione esce dal genere tragico per entrare nel dramma, una rappresentazione teatrale dove i protagonisti possono cambiare il loro destino, attivandosi per trovare le soluzioni più adatte ai loro problemi; nella tragedia, invece, ognuno segue il proprio destino passivamente. A tal proposito, andrebbe presa in considerazione la figura di Ismene, la sorella della protagonista che è l’unica a cercare una soluzione di compromesso. “Io non so niente” sono le parole di Ismene, che si caratterizza come la figura della quiete, votata alla mediazione. Per quanto entrambi abbiano ragione, entrambi sono colpevoli di hybris. Il tiranno Creonte non è politico, ma anzi è antipolitico, perché nemico del bene della città, un despota che per salvare la sua città finirà per distruggerla. Messo di fronte alla sfida di Antigone, per paura che la disobbedienza di una sola persona possa riaprire le porte al caos, Creonte s’irrigidisce nella difesa dei valori della città, diventa intollerante, rifiuta il confronto, si rifugia nella violenza e finisce per fare il deserto intorno a sé. Antigone rifiuta di rispettare una regola che a suo giudizio, come direbbe Aristotele, non si fonda sulla recta ratio, le leggi a cui lei obbedisce sono l’espressione di quei principi etici sentiti come imprescindibili e inattaccabili dall’essere umano. Hegel (3) riconosce in Creonte il portavoce della legge pubblica dello Stato; Goethe(4) vede invece nell’editto di Creonte “un’azione che offende gli uomini e gli dei”, quindi “un delitto di Stato”. Creonte muore moralmente, quando si rende conto di aver causato la morte di Antigone, di Emone (suo figlio), di Euridice (sua moglie) e conclude dicendo “che io più non veda giorno a venire”. Antigone invece diventa immortale, come la più pura delle eroine, simbolo di una coscienza morale libera, che persegue un’ideale etico di giustizia. Giustizia come il risultato di scelte condivise, che stanno alla base della società umana, non un’imposizione calata dall’alto. L’Antigone ci insegna che i pilastri portanti della nostra società sono due, il diritto e il governo: il diritto senza governo è l’anarchia, mentre il governo senza diritto è il dispotismo. Tenere insieme le due istanze è il compito della Costituzione e ogni qual volta si arride ad essa, attraverso i propri comportamenti, si mina l’equilibrio della società e quindi si agisce o per il dispotismo, nelle sue molteplici forme, o per l’anarchia. Sarebbe necessario, quindi, che il cittadino negozi le proprie esigenze con quelle della comunità, lasciando da parte i propri interessi, e, allo stesso tempo, che lo Stato si preoccupi dei suoi membri, senza mai violare l’identità di nessuno di essi.

Antonella Consoli


Note:

(1);(3)  Hegel, Fenomenologia dello spirito, Bompiani,2000                             (2) M.Nussbaum, La fragilità dell’uomo, Il Mulino,1986                                                       (4) Goethe, Le nuove frontiere della storiografia filosofica, introduzione di Girolamo Cotroneo, Rubbettino Editore,2003