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Nel febbraio del 2015 AMC mandò in onda il primo episodio di Better Call Saul, prequel spin-off di Breaking Bad, serie pluripremiata e acclamata da pubblico e critica. L’ideatore e showrunner, Vince Gilligan, fresco del successo ottenuto dalle vicende della coppia Heisenberg-Pinkman, decise di rimettersi in gioco immettendo nel panorama OTT la sua nuova creazione. La sfida autoimpostasi dallo showrunner è tra le più ardue, quasi impossibile, poiché non si tratta semplicemente di approfondire concetti, personaggi o dinamiche della serie madre; il suo scopo è quello di realizzare un progetto superiore al precedente e rivoluzionare il concetto stesso di spin-off. Better Call Saul non si limita ad essere una semplice costola di Breaking Bad: ne riprende parte del cast, delle ambientazioni e degli scenari, tuttavia, fin dal pilot, si evince come sia una produzione tesa ad ottenere una propria autonomia. Sicuramente si tratta di una serie volta ad un pubblico alla ricerca di un prodotto profondo e caratterizzato, per la maggior parte del tempo, da un ritmo (obbligatoriamente) lento. Fino ad oggi l’impatto mediatico dalla serie ha portato a risultati eccezionali, a tratti imprevedibili. Andiamo ad analizzare la quinta stagione, diretta da Gilligan e Peter Gould, cercando di capire se le aspettative di pubblico e critica siano state nuovamente rispettate.

Un parallelismo destinato ad incrociarsi


La trama della quinta stagione di Better Call Saul si conferma come un’intricata ramificazione di eventi e personaggi che, progressivamente, si ricongiungono: nel primo episodio, grazie a un flashforward, ci viene nuovamente mostrato il protagonista costretto a vivere una desolante vita in incognito, a seguito della fuga da Albuquerque che l’ha portato a cambiare identità e a rifugiarsi dopo il finale di Breaking Bad. Con l’usuale filtro bianco-nero, utilizzato per caratterizzare queste sequenze, gli showrunner introducono un Jimmy McGill sempre più depresso e desolato, alle prese con una vita dominata da una routine poco appagante, dalla carenza totale di affetti e dalla nostalgia per la sua vita precedente. Un personaggio svuotato della sua essenza loquace e carismatica, costretto a rimanere rinchiuso in una sorta di limbo, in cui regna un silenzio assordante. L’ormai ex avvocato, tuttavia, si ritrova improvvisamente a dover fronteggiare una situazione di massima allerta, giacché due individui sconosciuti riescono a riconoscere la sua vera identità e a smascherarlo. Da qui il racconto nel presente si stoppa, facendo così ripartire il lungo flashback che ci accompagna da cinque stagioni (questo si colloca interamente negli anni antecedenti a Breaking Bad). Nel finale della quarta stagione si può metaforicamente affermare che James McGill è morto, la riabilitazione ad esercitare il ruolo di avvocato conclude una metamorfosi lenta e graduale, che porta il protagonista a cambiare nome e ad adottare lo pseudonimo che l’ha reso tanto celebre nella serie madre, ovvero Saul Goodman. Nella prima parte della quinta stagione vengono messi in risalto i cambiamenti radicali della personalità dell’avvocato: la sua unica intenzione è quella di monetizzare, di ottenere successo, basando tutto il suo operato su inganni, sotterfugi e scorciatoie illegali. Non s’intravede alcuna forma di moralità nelle spietate azioni di Saul, ormai è disposto ad utilizzare qualunque strumento per ottenere ciò che vuole, sia esso un nuovo cliente o un processo da vincere; addirittura, per riottenere il suo lavoro, arriva a sfruttare la figura del defunto fratello Chuck. Goodman decide oltretutto di indirizzare i suoi sforzi verso una clientela composta esclusivamente da criminali allo sbando, questo viene mostrato dagli sceneggiatori con alcune sequenze bizzarre, che mettono in risalto la personalità eccentrica del protagonista. Quel barlume di umanità presente in Jimmy svanisce irrevocabilmente e ciò si ripercuote inevitabilmente su coloro che gli sono vicini, a partire dalla sua compagna, Kim Wexler. Nelle stagioni passate l’avvocatessa costituisce la parte genuina e razionale di Jimmy, spesso si oppone ai metodi del compagno cercando di farlo rinsavire, e indurlo a scegliere la via più corretta, fallendo quasi sempre. La situazione, infatti, nella quinta stagione precipita: risulta evidente come Kim sia ormai totalmente corrotta dall’amore che prova per il compagno. Svuotata del suo buon senso e della sua etica decide, pur di non perdere Jimmy, è disposta ad amare Saul. Condivide i suoi metodi, ed incomincia ad abusarne a sua volta, ciò le permette di ottenere risultati irrealizzabili per vie legali, ma porta la sua stessa natura ad un lento ed inesorabile declino. La Kim del passato scompare con lo scorrere delle puntate, diventa complice di Goodman e si ritrova a mostrare il lato più oscuro di sé, agendo senza rimuginare sulle proprie azioni, sempre più crudeli. Persino una figura importante del suo passato come Howard, che ha la “colpa” di provare ad aprirle gli occhi sulla natura di Saul, finisce per diventare un bersaglio del suo sadico desiderio di azioni scorrette. La trasformazione di Kim è, forse, l’unico aspetto che riesce a smuovere la coscienza di Goodman, tant’è che nel finale di stagione egli si sofferma a riflettere su quanto sia deleteria la sua presenza nella vita della compagna. Parallelamente alla vicenda della coppia di avvocati, prosegue l’intreccio che vede per protagonisti Gustavo Frings e Mike Ehrmantraut, alle prese con l’eterna rivalità che li contrappone alla famiglia Salamanca (membri del Cartello messicano, capeggiati dall’invalido Hector e dallo spietato nipote, Lalo, figura inedita per i fan della serie madre). Come nelle stagioni precedenti, il personaggio che fa da ponte tra le due fazioni è Nacho Varga, mercenario dei Salamanca, il quale si ritrova, a causa di un ricatto di Frings, a dover tradire il clan di appartenenza. Queste due trame, quasi sempre distinte nelle scorse stagioni, finiscono per ricongiungersi; ben presto, infatti, Goodman si vede costretto, suo malgrado, a dover diventare l’avvocato del Cartello. Nella seconda metà della stagione questa dinamica rappresenta il cuore della vicenda: Saul viene obbligato ad aiutare Lalo (affascinato dall’astuzia e dalle capacità dell’avvocato) eseguendo incarichi sempre più pericolosi che elevano, come mai prima, il ritmo della trama, consegnandoci un finale di stagione concitato e carico di pathos. In vista di una sesta ed ultima stagione, l’equilibrio tra i personaggi è sempre più traballante e gli ultimi nodi si stanno per sciogliere. Il lungo flashback di Goodman sta per giungere verso il naturale riallaccio temporale con le vicende narrate in Breaking Bad.

Ozymandias e citazioni per il Breaking bad fanbase

Pur confermando Better Call Saul come una serie di livello assoluto e autonoma, Gilligan e Gould non si tirano indietro dal riempire le puntate di easter eggs, riferimenti alla serie madre e alle precedenti stagioni. La citazione più importante e significativa è rappresentata dall’ottava puntata, Bagman, la più carica di adrenalina e tensione dell’intera stagione. Essa riprende lo scenario, la disperazione e la desolazione dei personaggi della tanto acclamata terz’ultima puntata di Breaking Bad, Ozymandias (definita da molti come il vero finale della saga di Walter White). Il titolo di quest’ultima è tratto da un sonetto di Percy Bysshe Shelley, il cui tema centrale è l’inevitabile caduta dei potenti e dei loro imperi. Lo stesso tema viene illustrato in maniera altrettanto poetica da Gilligan nella “sua” Ozymandias, la puntata più drammatica e sconvolgente dell’intera serie, mostrando la caduta di Heisenberg, del suo impero e soprattutto della sua famiglia. Anche se in Better Call Saul viene riproposto il medesimo scenario, come possiamo notare l’intera puntata è ambientata nello stesso deserto, le tematiche vengono leggermente variate. Notiamo infatti un Goodman vicino a un declino che non riguarda il suo “impero” (come accadeva per Walter White), ma la sua stessa psiche. Saul conosce definitivamente i suoi limiti e compie uno sforzo disumano per oltrepassarli. La mimica facciale di Bob Odenkirk, interprete di Saul, dinanzi alla coperta di carta stagnola, utilizzata da Mike per ripararsi dalle gelide temperature del deserto notturno, è fortemente empatica. Questa, infatti, è il ricordo più emblematico del defunto fratello Chuck, egli era ossessionato dal pensiero di soffrire di “elettrosensibilità” e l’unico rifugio dalla sua pseudo malattia era la carta stagnola. Il ritmo della puntata viene sostenuto grazie a una magistrale gestione dei dialoghi con Mike, a un’atmosfera drammatica e alla fotografia perfettamente enfatica. Durante l’arco della stagione, inoltre, vengono inserite delle comparse mirate alla fanbase di Breaking Bad: superflue per la storia ma altrettanto efficaci sono, per citare alcuni esempi, le fugaci apparizioni dei due agenti della DEA Hank Schrader e Steve Gomez, i gemelli Salamanca, e Crazy 8. In chiusura sottolineiamo come la localizzazione in lingua italiana (e non solo), è stata per ovvi motivi indisponibile, privandoci della possibilità di ascoltare l’ottimo lavoro effettuato dal cast di doppiatori, specialmente Pasquale Anselmo nei panni di Saul. Tuttavia nulla può pareggiare il piacere di ascoltare in lingua originale Bob Odenkirk alle prese col suo motto principale: “It’s all good, man!”.

Thomas Caserio

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