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Un po' di storia

La storia boliviana è ricca di colpi di stato e cambi di regime, ma gli eventi all’origine degli avvenimenti odierni risalgono al 1952 quando, a seguito della rivoluzione nazionalista, il Movimento Nacionalista Revolucionario (MNR) prese il potere. Ciò permise al popolo boliviano di eliminare il precedente governo oligarchico e iniziare il programma di nazionalizzazione delle risorse partendo, allora, dalle miniere di stagno. Questa parentesi però ebbe vita breve e nei decenni tra gli Anni Cinquanta e Novanta il Paese ha subito il costante alternarsi di governi militari e repubblicani, senza dimenticare l’attività dei gruppi rivoluzionari comunisti di Che Guevara. Naturalmente, approfittando della situazione di costante crisi nella quale versava lo Stato, molte multinazionali estere avevano preso il controllo dei giacimenti minerari boliviani.

La svolta Morales

Alla fine degli Anni Novanta i governi dei Presidenti Gonzalo Sanchez de Lozada e Hugo Banzer Suarez avevano ulteriormente ampliato il programma di privatizzazioni permettendo agli investitori esteri di controllare quote, anche maggioritarie, di numerose imprese pubbliche mentre il Paese cadeva in una crisi economica e sociale sempre più grave. Questa situazione portò al verificarsi di numerose proteste anti-privatizzazioni, soprattutto nelle città della regione degli altipiani. I manifestanti accusarono il governo di corruzione, specialmente da parte degli Stati Uniti, e pretesero un serio programma di nazionalizzazione delle risorse. Il rifiuto di accettare tale richiesta portò ad un inasprimento degli scontri fino a quando, nel 2006, venne eletto il primo Presidente indio del paese, Evo Morales, a capo del Movimiento al Socialismo (MAS). Gli obiettivi del nuovo programma di governo incontravano esattamente le richieste dei manifestanti e, già dal primo anno di mandato, il processo di nazionalizzazione interessò il settore dell’estrazione degli idrocarburi, all’epoca controllato da operatori brasiliani, spagnoli ed argentini. I nuovi contratti formulati dal Governo portarono enormi guadagni tanto che, dopo solo un anno, nel 2007, le casse statali ottennero da questo settore un guadagno di 1.600 milioni di dollari rispetto ai soli 300 milioni dell’anno precedente, chiudendo così il proprio bilancio annuale in positivo dopo trent’anni. Inoltre, la Bolivia da allora non è più controllata economicamente dalle direttive del Fondo Monetario Internazionale e nel 2008, al momento dello scoppio della crisi mondiale, è stata uno dei pochi Paesi che hanno registrato un incremento vertiginoso del Pil piuttosto che una sua discesa.

Fonte immagine:

https://secure.i.telegraph.co.uk/multimedia/archive/02208/morales_2208559k.jpg

Lithium

Come il nome dato dai Nirvana ad una loro celebre canzone anche la Bolivia e le sue questioni interne sono tornate alla ribalta grazie a questo metallo. In America Latina oggi si trova circa l’80% delle riserve di lito mondiali e di questa percentuale una gran parte è situata nel sottosuolo boliviano. Rimasto in carica per i due mandati del 2010 e 2014, il Presidente Evo Morales ha proseguito il suo programma di nazionalizzazione spostandosi dal settore idrocarburico a quello minerario. In Bolivia vengono estratti, oltre al litio, molti metalli e minerali preziosi quali stagno, oro e argento; il controllo delle miniere è stato sempre affidato a cooperative controllate spesso da gruppi o società stranieri, ma gli ultimi provvedimenti governativi hanno invertito questa tendenza, consegnando la gestione delle miniere interamente nelle mani di gestori nazionali o a maggioranza statale. Dunque, i nuovi regolamenti, che limitano anche la quantità annua di risorse da poter estrarre, hanno posto in difficoltà molte aziende produttrici di device informatici e di autoveicoli elettrici. Le batterie che alimentano questi strumenti, infatti, sono ricche di litio, grazie al quale sono capaci di durare a lungo nel tempo avendo la possibilità di essere ricaricate innumerevoli volte. Questo fattore, unito alla costante domanda di nuovi dispostivi e vetture elettriche per limitare il riscaldamento globale, ha determinato, malgrado non l’abbia ancora ammesso nessuno ufficialmente, la fine della stabilità politica boliviana. Evo Morales, infatti, dopo la vittoria alle elezioni a novembre del 2019, è stato accusato di aver alterato i risultati elettorali; ciò ha innescato numerose proteste e alla minaccia, da parte dell’esercito, di scendere in strada se Morales non avesse rinunciato alla carica di Presidente della Repubblica, con il rischio di innescare una guerra civile. Morales ha, quindi, deciso di fuggire, rifugiandosi prima in Messico e poi in Argentina. Attualmente ricopre la carica di Presidente ad interim dello Stato Jeanine Anez. Possiamo parlare di golpe? In molti oggi lo affermano, ma l’unico dato certo è che non si sa quale sarà il destino della Bolivia. Si continuerà con il braccio di ferro per le nazionalizzazioni o assisteremo ad un pericoloso ritorno al passato?

Fonte immagine: https://www.radiofides.com/es/wp-content/uploads/2018/12/litio.jpg

Vittorio Repetto