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Di Giorgio Ferrigno

Cara Repubblica,
Buon compleanno e 100 (si spera anche di più) di questi giorni.

Il 2 giugno riporta sempre a quel periodo oscuro ma così tracotante di speranze. Quei mesi in cui il Paese era devastato dagli orrori e dalle ferite della guerra, eppure il popolo italiano si è riunito a coorte e ha preteso da se stesso un futuro migliore: di libertà e di uguaglianza.

La Repubblica, insieme alla sua Costituzione, è stato il regalo più prezioso che ci potessimo fare: il simbolo di una democrazia ruggente che non ha mai avuto paura di mettere in discussione i tempi e le realtà. Molte battaglie sociali sono arrivate in ritardo ma sono state comunque combattute con una grinta che contraddistingue lo spirito italiano.

Il 72° anniversario minacciava però di rivelarsi come l’ultimo degno di festeggiamenti. La democrazia trema e ahimè tremerà sotto il peso dell’ignoranza e della sua più rozza degenerazione: la demagogia.

Nei giorni passati abbiamo vissuto una crisi istituzionale senza precedenti. Un attacco alle istituzioni che ha scatenato, per fortuna solo per un paio d’ore, un clima da guerra civile. Io personalmente ho sentito le voci più vicine per organizzare mobilitazioni, ho scritto un articolo a poche ore dall’accaduto ed ero pronto a schierarmi per il glorioso Fronte Repubblicano.

Da una parte abbiamo Di Maio che, a circa un’ora dalla scelta di Mattarella, dichiara la sua decisione di proporre l’applicazione dell’articolo 90 della Costituzione e mettere sotto stato d’accusa il Presidente. Le parole sono pesanti e centinaia di attivisti si scatenano con minacce di morte verso Mattarella. Successivamente si scoprirà l’esistenza di profili fake e di pagine hub che organizzano tra le tante cose le campagne distruttive di una certa fazione politica

Ugualmente grave è stata la citazione storica di Salvini: “O lunedì sappiamo il giorno del nuovo voto, o noi andiamo a Roma.” L’ultima volta che qualcuno marciò su Roma ci siamo ritrovati in un abbonamento ventennale di autarchia e saluti romani. E’ proprio per disdire quell’abbonamento che quel 2 giugno 1946 la maggioranza degli italiani ha votato Repubblica e i Padri Costituenti hanno redatto la Costituzione.

Proprio per non dimenticare gli sforzi e i sacrifici che ci hanno reso il Paese civile e democratico di oggi, la Sinistra si è (finalmente) riunita e ha manifestato ieri a Roma e a Milano.
Io ero sul palco e respiravo la speranza nelle parole, tra i tanti, di Federica Angeli, giornalista famosa per aver denunciato gli affari criminali ad Ostia e del segretario Maurizio Martina.

Alla manifestazione c’erano anche personalità esterne al Pd come Laura Boldrini che già qualche giorno fa su Twitter stava esprimendo aperture verso una riconciliazione. Negli ambienti di Sinistra non si respira certo ottimismo ma abbiamo forse riacquistato la grinta e la passione dopo la batosta elettorale e ora siamo pronti a risorgere come fenice.

Contemporaneamente si stava svolgendo il giuramento del nuovo Governo.
In molti hanno criticato infatti la scelta di manifestare in nome del Presidente proprio quando quest’ultimo dava il via ufficiale al nuovo esecutivo.

Mattarella ha seguito il volere democratico e ha compiuto il suo lavoro di garante. Purtroppo verba volant sed scripta manent. Se per gli altri schieramenti è normale passare da un giorno all’altro dall’odio verso le istituzioni al sedersi insieme ad esse sugli spalti della parata di oggi, per noi invece è importante ribadire sempre dove la Sinistra si colloca, quali sono i nostri valori e dove ci proiettiamo ieri, oggi e domani.