Carcere: unica soluzione possibile?

Attualità e politica dic 11, 2020

Il tema delle misure alternative alla detenzione è sicuramente uno degli argomenti più impopolari da affrontare. Del resto come si può spiegare a chi non ha mai affrontato studi giuridici che la componente vendicativa non è l’unica da considerare nell’ambito della pena? Diciamoci la verità: ognuno di noi almeno una volta nella vita ha sperato che un criminale potesse passare il resto dei suoi giorni in una cella triste e buia. Ma siamo sicuri che questa possa davvero essere considerata giustizia?

Cosa sono le misure alternative alla detenzione?

Il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa definisce le misure alternative come: “misure che mantengono il condannato nella comunità ed implicano una certa restrizione della sua libertà”. Ai sensi dell’art. 27 comma 3 della Costituzione: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. La finalità di tale rieducazione, diversamente da quanto si crede, non è quella di formare un buon detenuto bensì quella di formare un onesto cittadino. Se così non fosse considereremmo il reo quale semplice burattino il cui compito è “comportarsi bene” per accedere ai benefici. Una volta assodato tale concetto, diventa facile comprendere che le misure alternative alla detenzione non devono essere in alcun modo concepite come un premio, bensì come una vera e propria pena da espiare al di fuori del carcere. In particolare il legislatore italiano prevede diverse forme di misure alternative alla detenzione: l’affidamento in prova ai servizi sociali, la semilibertà, la liberazione anticipatae la detenzione domiciliare.

Perché sono utili?

Fin dagli ultimi anni del 1800 siamo a conoscenza di quelli che sono gli effetti criminogeni delle pene detentive di breve durata. Prendiamo l’esempio di un giovane spacciatore  di marijuana che abbia trascorso qualche mese all’interno di un istituto carcerario. Durante tale lasso di tempo il giovane ha avuto l’opportunità di conoscere delinquenti abituali e membri della criminalità organizzata, i quali potrebbero convincerlo, una volta riottenuta la libertà, ad unirsi a questi. Non a caso il nostro paese è tristemente noto per l’alta recidiva dei soggetti sottoposti ad una pena detentiva (pari addirittura al 68,45% dei casi). Ben diversi sono i dati relativi ai soggetti che abbiano scontato una pena alternativa alla detenzione: meno del 20% dei condannati commette ulteriori reati. Se tenessimo poi conto di come attraverso un investimento su tali misure andremmo a risparmiare circa 500 milioni di euro l’anno, potremmo affermare che il carcere non solo è la pena economicamente più costosa, ma anche quella che meno garantisce la rieducazione del reo. Nell’esempio del giovane spacciatore risulterebbe essere più adeguata, ad esempio, la misura dell’Affidamento in Prova al Servizio Sociale: misura alternativa alla detenzione volta ad ottenere un reinserimento del reo all’interno della società nonché a vigilare circa il suo comportamento durante tale periodo. Non a caso il legislatore prevede che laddove il soggetto dovesse violare le prescrizioni a lui attribuite, il giudice avrebbe il compito di revocare la misura stessa rideterminando la pena residua da espiare. Di fatto però è innegabile che non tutti i soggetti possano essere rieducati attraverso una misura di questo tipo. Ed è per questa ragione che la Corte Costituzionale nel 1997 ha ribadito che l’affidamento in prova è ammissibile solo quando “alla luce dell’osservazione della personalità e di altre acquisizioni ed elementi di conoscenza, sia possibile formulare una ragionevole prognosi di completo reinserimento sociale all’esito della misura alternativa”. Ampliare le ipotesi ove è possibile accedere alle misure alternative alla detenzione, parrebbe anche una soluzione al sovraffollamento carcerario. Tutti sappiamo quanto il nostro paese sia tristemente noto per le condizioni cui sono sottoposti i detenuti. Certo, molti di loro sono criminali spietati con cui è difficile empatizzare. Ma come affermava Dostoevskij: “Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni”. E siamo sicuri che il nostro Stato possa definirsi civile quando conta circa 60mila detenuti su 47mila posti disponibili?

In conclusione

Le misure alternative alla detenzione, non devono essere viste come misure volte a superare del tutto l’istituto carcerario. Del resto è lo stesso legislatore a prevedere una serie di reati che, una volta commessi, comportano l’impossibilità di accesso a queste. Tuttavia è innegabile che al momento queste misure possano essere concepite come una parziale soluzione alle varie criticità che caratterizzano il nostro ordinamento. I dati relativi al sovraffollamento e alla recidiva parlano chiaro: il nostro paese difficilmente riesce a garantire un diritto penale liberale compatibile con il nostro assetto Costituzionale. Per i populisti questa non sarà una priorità, ma come affermava Montesquieu: “un’ingiustizia fatta all’individuo è una minaccia fatta a tutta la società”.

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Gianluca Parrinello

Classe 1997, studio Giurisprudenza a Milano. Appassionato di legge e di politica cerco di promuovere una concezione liberale di diritto.