Chi è Joe Biden il nuovo Presidente degli Stati Uniti d'America

News nov 07, 2020

Il nuovo presidente americano ha perso sua moglie Neilia e la piccola Naomi  sua giovanissima figlia poco prima di giurare al Senato. Poi ha incontrato Jill, che gli ha ridato la vita. Una carriera sempre in ascesa fino alla vicepresidenza con Obama. Poi la scomparsa del figlio Beau, e la nuova corsa per diventare presidente. Con sempre accanto la sorella Valerie.

Da ragazzo Biden aveva combattuto a lungo la balbuzie: "Joe Impedimenta" lo soprannominavano i compagni con la spietatezza che sanno avere gli adolescenti (mai avrebbe immaginato, il giovane Joe, che molti anni dopo a bullizzarlo sarebbe stato il presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump). Quella prima corsa al Senato l’aveva vinto per un soffio contro ogni pronostico grazie alla sua testardaggine, all’empatia e all’immagine ottimista e proiettata nel futuro della sua giovane famiglia: la moglie Neilia, sposata nel ’66, e i tre figli Beau, Hunter e Naomi.

A nemmeno un mese dall’inaspettato successo, la tragedia che gli avrebbe cambiato la vita. Il 18 dicembre 1972, mentre era a Washington a scegliere lo staff, Neilia e la piccola Naomi, che aveva appena un anno, morirono in un incidente stradale nel quale rimasero feriti sia Beau, 3 anni, sia Hunter, due. Erano usciti tutti insieme per andare a scegliere l’albero di Natale. Biden pensò di ritirarsi, ma il partito lo convinse a restare.

Il 23 gennaio 1973 il neosenatore Joe giurò accanto al letto di ospedale di Beau, con la gamba ingessata: quello scatto sarebbe diventato una delle foto simbolo della sua carriera. Messa da parte l’idea, accarezzata con Nellie, di comprare una casa nella capitale e trasferirsi lì, Biden decise di lasciare i figli a Wilmington, e di tornare ogni sera da Washington. «Amtrak Joe», è un altro dei suoi soprannomi. «Conosceva tutti i macchinisti sul treno», raccontano i suoi collaboratori. Una vita da pendolare, che l’ha tenuto ancorato alla comunità che lo ha eletto – si racconta di raccolte fondi organizzate per i vicini malati di cancro, visite e consigli ai vicini in difficoltà – e ha contribuito a costruire la sua immagine di uomo normale, lontano dai cocktail e dagli intrighi della capitale.

Nel 1976 Joe accettò un appuntamento al buio organizzato dal fratello e bussò alla porta di Jill Jacobs, papà di origini italiane (Giacoppa era il nome del nonno, prima che lo americanizzasse), nove anni più giovane di lui, già sposata e divorziata, all’ultimo anno di college. «Uscivo con ragazzi in jeans, zoccoli e t-shirt, lui si presentò in giacca sportiva e mocassini e pensai: non funzionerà mai», ha raccontato Jill a Vogue nel 2010. E invece funzionò, sin da quella prima sera, passata al cinema a Filadelfia a vedere «Un uomo e una donna». Quando tornò a casa Jill chiamò la mamma: «Mamma, ho finalmente incontrato un gentleman». Di lei Biden, nella sua autobiografia del 2007, Promesse da mantenere, ha scritto: «Mi ha ridato la vita. Mi ha fatto cominciare a pensare che la mia famiglia sarebbe potuta essere di nuovo completa». Dovette però chiederle cinque volte di sposarla, prima che gli dicesse di sì: «Nel frattempo avevo conosciuto i bambini, ero pazza di loro. Avevano già perso la madre, non potevano perderne un’altra. Dovevo essere sicura al 100 per cento».

Il matrimonio si celebra il 17 giugno 1977 nella cappella delle Nazioni Unite a New York, con Beau e Hunter sull’altare con gli sposi. Poi partono tutti insieme per la luna di miele. Nel 1981 nasce Ashley e Jill, che intanto aveva completato anche il dottorato, interrompe l’insegnamento per due anni e mezzo. Dopo quella pausa non ha mai più smesso, neanche quando Biden è stato eletto vicepresidente. Amante delle maratone, sorridente, scherzosa, è uno scudo per il marito. Letteralmente, come quando ha fermato con un incredibile scatto due donne che protestavano contro di lui in un comizio a Los Angeles, o come quando, in un video circolato molto in rete, la si vede allontanare Joe dai giornalisti assicurandosi che rispetti il distanziamento sociale.

Il fatto che Joe Biden abbia vissuto nei suoi lunghi anni al Congresso una vita «normale» e si sia costruito l’immagine di politico alla mano e vicino ai sentimenti e alle preoccupazioni degli elettori, non deve nascondere la potente ambizione che è stata il motore della sua carriera. Nel 1979, a tre anni dall’elezione e nel pieno della Guerra fredda, era con altri cinque senatori a Mosca per incontrare l’allora premier sovietico Alexei Kosygin. Alla fine degli anni Ottanta sedeva già nell’importante Commissione giustizia del Senato ed era diventato un nome nella Camera alta, dove si era fatto conoscere per il ruolo nello spingere leggi importanti sulla violenza domestica e sulla lotta alla droga e per la capacità, soprattutto in commissione Esteri, di intrecciare relazioni con i repubblicani. Biden è stato molto amico di pezzi da novanta come Jesse Helms e John McCain, la cui vedova, Cindy, ha sostenuto da destra la sua corsa alla Casa Bianca. La sfida con Trump ha invece spezzato il legame con il senatore della South Carolina Lindsey O. Graham, che pure diceva di Joe: «Se qualcuno non lo ama come persona, ha un problema. Cosa c’è da non amare in lui?».

Biden tentò una prima corsa alla presidenza nel 1988, finita malamente per le accuse di plagio (aveva copiato brani dei discorsi del leader laburista britannico Neil Kinnock). Quello stesso anno ebbe un doppio aneurisma. Perse conoscenza per cinque ore, e dovette sottoporsi a un intervento molto delicato. Jill «lo scudo» fu inflessibile nel proteggere la sua ripresa vietandogli lavoro e telefonate: anche l’allora presidente Ronald Reagan, che chiamò due volte, due volte fu respinto. Biden riprovò a correre per la presidenza nel 2008. Ma sulla sua strada trovò Obama. La giovane star che sbaragliò a sorpresa il campo democratico, sapeva però di avere poca esperienza delle manovre washingtoniane e sul palcoscenico internazionale, e lo scelse come suo vice.

Risate, cene in famiglia, battute. E meme infiniti sul web. Il rapporto tra il presidente Obama è il suo vice Biden è strettissimo, tanto che la Rete scherza ancora sul «bromance» tra i due. «La loro è stata un’amicizia genuina, che ha coinvolto anche le rispettive famiglie, e un matrimonio politico», ha spiegato tempo fa a 7 Steven Levingston, critico del Washington Post e autore di Barack and Joe: The Making of an Extraordinary Partnership «come non si è mai visto tra un presidente e un vicepresidente. Ma già dal voto del 2016 le loro idee su dove dovesse andare l’America hanno cominciato a divergere. Obama voleva passare il testimone a Hillary: la prima donna presidente dopo il primo afroamericano avrebbe consolidato l’idea che Barack avesse rotto per sempre un vecchio modello politico, mentre Biden sarebbe stato un ritorno al passato, un altro anziano uomo bianco».

L’ex senatore alla fine non si candidò. Nel 2015 un’altra tragedia colpì la sua famiglia: il figlio Beau, veterano della guerra in Iraq, procuratore generale del Delaware, una brillante carriera politica davanti, morì per un tumore al cervello. In tanti, con il senno di poi, si sono detti certi che il vecchio Joe sarebbe riuscito dove Hillary ha fallito. Nemmeno quest’anno Obama era convinto della corsa del suo ex vice, anzi secondo molte ricostruzioni gli avrebbe detto di non ricandidarsi, speranzoso in un candidato più progressista. Ma non radicale quanto Bernie Sanders: quando il presidente postideologico ha capito che il vecchio senatore del Vermont avrebbe potuto vincere la nomination democratica, ha orchestrato una delle più grandi controffensive strategiche mai viste nelle primarie: alla vigilia del Super Tuesday ha convinto i candidati rimasti in gara a uscire di scena e riallinearsi sul suo vice unendo le forze contro «Bernie».
In fondo chi meglio di Biden può far brillare l’eredità di Barack? E Obama negli ultimi giorni di campagna si è speso senza sosta per assicurarsi che lo choc del 2016 non si ripeta.

Se nel 2016 il lutto per la sua morte è stata una delle ragioni che hanno frenato Biden dal ricandidarsi alle primarie democratiche, della sfida a Trump Beau sembra essere il nume tutelare e l’ispiratore. Joe lo cita spessissimo: «Aveva tutto il meglio di me ma senza i difetti e gli errori». L’altro figlio invece, Hunter, è un po’ il suo tallone d’Achille. Cinquant’anni, lunghissimi problemi con alcolismo e droga, una vita sentimentale travagliata: nel 2017 divorzia dopo vent’anni dalla moglie che lo accusa di spendere tutto in strip club e sostanze stupefacenti, poi si fidanza con la vedova di Beau, storia naufragata ma durante la quale, emergerà in seguito, Hunter ha un figlio da un’altra donna. Oggi è sposato con una modella sudafricana portata all’altare dieci giorni dopo averla conosciuta. «Hunter Biden metterà a rischio la campagna di suo padre?», si chiedeva un lunghissimo ritratto del New Yorker già nel 2019. I repubblicani hanno provato a usarlo fino all’ultimo. E come per Hillary nel 2016, anche stavolta c’entrano le email. Una in particolare, pubblicata dal New York Post, proverebbe come Hunter, quando sedeva nel cda di Burisma, società ucraina del gas, avesse facilitato un incontro di un alto dirigente della compagnia con il padre Joe, all’epoca vicepresidente. Il candidato democratico ha smentito quell’incontro parlando di diffamazione. Ma da sempre sui suoi lavori sono emersi dubbi e possibili conflitti di interesse, fino agli incarichi in Ucraina e in Cina.
È innegabile che il padre abbia voluto aiutarlo a trovare una strada. Nessuno però ha mai provato, almeno finora, che l’abbia fatto in modo compromettente. E in qualche modo il figlio perfetto scomparso prematuramente e quello che ha perso la strada non hanno fatto che umanizzare ancora di più Joe Biden.

Joe Biden sarebbe il secondo presidente cattolico della Storia dopo JFK. La mattina del voto è andato a messa, e poi a pregare sulla tomba del figlio. Come racconta in Papà, fammi una promessa (tradotto in Italia da Nr edizioni), la fede l’ha sempre aiutato nei tanti momenti difficili che hanno costellato la sua vita . «L’idea che ho di me stesso, della mia famiglia, della comunità, e l’idea più ampia di mondo, vengono direttamente dalla mia religione». Aveva un rosario tra le mani anche la notte, immortalata in una foto che ha fatto la Storia, del famoso raid che ha ucciso Osama bin Laden.
Un candidato democratico che non abbia paura di parlare di religione, anzi lo faccia con questa naturalezza, riesce a raggiungere segmenti di elettorato che normalmente sono schierati nettamente con i repubblicani. Lo stesso voto cattolico non è più solidamente democratico, anzi quattro anni fa ha favorito Trump. Ma Biden è partito alla riconquista, unendo la fede alle origini working class: il presidente e i suoi, ha detto nell’ultimo dibattito e in molti comizi, «guardano dall’alto in basso persone come i cattolici irlandesi, la gente come me cresciuta a Scranton».

I Biden, come scherza spesso anche Michelle Obama, sono un grande clan. Ma forse non c’è nessuno vicino a Joe, a parte Jill, quanto la sorella Valerie, che ha molte volte descritto come «la mia migliore amica». È Valerie, tre anni più piccola, che l’ha aiutato a superare la balbuzie, è lei che per i primi anni ha cresciuto Beau e Hunter, lasciando il suo lavoro e trasferendosi (con il marito) a casa di Joe. Ed è lei che guida le sue campagna elettorali. Da sempre. Tranne quest’ultima, nella quale però rimane una presenza costante e decisiva. Ci sono le sue impronte dietro l’impostazione della convention, il cui messaggio mirava a legare le difficoltà degli americani con la storia di come il fratello ha superato le tragedie della sua vita. Valerie riguarda i suoi discorsi, ha partecipato alla preparazione ai dibattiti, controlla gli spot prima che vengano diffusi.

"Sceglierò una vicepresidente donna. Che somigli all’America", disse Biden.

Era il 15 marzo, l’ultimo dibattito delle primarie democratiche con Bernie Sanders.  Una frase che ha poi assunto una nuova sfumatura dopo le proteste contro la violenza della polizia e le discriminazioni razziali scatenate in tutto il Paese dalla morte di George Floyd, ucciso da un agente a Minneapolis. Somigli all’America: quindi non solo al 50,5% della popolazione composto da donne e sottorappresentata, ma anche in grado di rispecchiare la diversità etnica di una nazione sempre meno bianca. Così si sono moltiplicati gli appelli a scegliere un’afroamericana. Ed è arrivata Kamala. I due avevano avuto un momento difficile durante le primarie, con la senatrice che aveva accusato Biden di essersi messo di traverso alla desegregazione razziale degli studenti neri all’inizio della sua carriera. Un pugno nello stomaco, disse Jill, ma ad appianare le tensioni ha giocato anche il fatto che Kamala fosse molto amica di Beau.

«Sono l’uomo delle gaffe». Lo dice lui stesso, e la storia della sua carriera è tappezzata di incidenti più o meno buffi. Non sono divertenti e hanno rischiato di far deragliare anche questa corsa i suoi atteggiamenti troppo espansivi con le donne: in sette lo hanno accusato di «comportamenti impropri»: baci sulla nuca, mani sul collo, visi troppo vicini, abbracci troppo invadenti. Ma le accuse di molestie più gravi, quelle avanzate da Tara Reade, non si sono dimostrate affidabili abbastanza da essere prese sul serio.

Su dimenticanze e svarioni il vecchio Joe ha imparato a scherzare, anche se durante la campagna elettorale Trump e i figli hanno usato i suoi balbetti e i suoi errori per dipingerlo come un anziano affetto da demenza senile. La sua incontinenza verbale è così famosa che quando Obama lo scelse come vice i due mitici David, Plouffe e Axelrod, rispettivamente campaign manager e principale consigliere di Barack, lo incontrarono in gran segreto a casa della sorella di Joe in Pennsylvania terrorizzati all’idea che potesse far trapelare la notizia. Biden giurò che non si sarebbe fatto sfuggire nulla fino all’annuncio. E mantenne la promessa: Parola di Biden, come ama dire.

Nella campagna contro Trump il chiacchierone Joe si è trasformato nello stupore di tutti quelli che lo conoscono nel Joe silenzioso: ha condotto una campagna dimessa ma senza sbavature; ha capito che l’unico modo di provare a battere Donald era fare da contraltare sereno e stabile al fiume in piena, agitato, rabbioso, spesso scomposto, del presidente di Twitter.

Fonte Corriere.it

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Arianna Furi

Classe 1998, nata e cresciuta a Roma. Fondatrice dei Millennials studia Scienze delle Amministrazioni e delle Relazioni internazionali.