Linda Marsili

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Negli ultimi giorni di Febbraio, in seguito all'inizio della diffusione del virus Covid-19 in Europa e in particolare in Italia, si sono verificati diversi episodi di aggressione, fisica o verbale, nei confronti di alcuni membri della comunità cinese.

La sinofobia

La sinofobia è un sentimento di paura e avversione verso le persone di etnia cinese, diffusosi in seguito al tentativo di integrazione di alcuni gruppi asiatici all'interno della società occidentale: oggi, l’acuirsi di questo particolare tipo di xenofobia è senz’altro dovuto alla psicosi di massa che ha investito l’Europa, causata in parte dall'allarmismo veicolato dalla stampa nelle prime fasi della pandemia.
Emblematici sono alcuni casi di discriminazione verificatisi nell’ultimo mese: a un ventenne di origini cinesi, in provincia di Vicenza, è stata spaccata una bottiglia di vetro sul volto, mentre un bambino cinese di soli 11 anni nel comune di Bologna è stato vittima di pesanti minacce; arriviamo, infine, alle violenze subite in provincia di Como da un povero anziano che, dopo essere stato insultato, è stato addirittura assalito. In alcuni casi, purtroppo, chi ha assistito a queste violenze è rimasto ad osservare la scena, rendendosi quindi indirettamente complice degli aggressori; in altre situazioni, per fortuna, i cittadini italiani si sono ribellati alla violenza, mostrando la propria fratellanza nei confronti delle vittime di razzismo.
Ma perché comportarsi così? Come reagirebbero gli aggressori se fossero loro ad essere discriminati e maltrattati a causa della loro nazionalità? Perché è proprio questo ciò che è accaduto agli italiani all’estero: gli inglesi, ad esempio, li hanno etichettati come "untori", proprio come gli italiani stessi avevano fatto con i membri della comunità cinese.

La soluzione

La parola chiave è collaborazione: attraverso l'aiuto reciproco tra popolazioni, sarà possibile superare sia l'emergenza sanitaria sia quella economica che stanno dilagando in tutto il mondo in questo momento. L’Italia si è dimostrata solidale con il popolo cinese quando quest'ultimo ha dovuto affrontare la fase più drammatica del contagio: ad esempio, alcuni imprenditori toscani hanno raccolto fondi per donare delle mascherine a Wuhan nel momento di massimo bisogno e ora la Cina si è mostrata disponibile a ricambiare il sostegno ricevuto, inviando nella nostra penisola medici specializzati nella cura del Covid-19 per aiutare il personale medico-sanitario locale. Un supporto reciproco tra nazioni non porterebbe soltanto ad un netto rafforzamento della lotta contro il virus: una maggiore collaborazione favorirebbe anche l’apertura mentale dei cittadini nei confronti della società multiculturale in cui viviamo oggi. L’arrivo di medici da diverse parti del mondo (Russia, Albania e Cina) dimostra l’importanza di credere in un ideale comune di difesa dell’umanità. Il governo italiano, inoltre, si è impegnato molto al fine di diffondere notizie veritiere e informazioni utili per affrontare il Covid-19, a discapito di alcune fake news di matrice razzista pubblicate da una parte della stampa, che inizialmente etichettava questa pandemia come un “virus cinese”.

I fatti dimostrano dunque che la solidarietà tra le nazioni è necessaria, ora più che mai, dato che stiamo combattendo una guerra priva di colore politico, in cui è l’intera umanità ad essere schierata contro un virus potenzialmente letale.

Linda Marsili