Margherita Della Penna

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Coronavirus in Africa: cosa dicono i dati?

Nel fragile contesto africano il Coronavirus potrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso: stando agli ultimi dati dell’UNECA, si potrebbe arrivare a contare oltre 3 milioni di morti, a seconda delle precauzioni prese dai diversi Paesi. Il virus sta avanzando progressivamente nell’ultimo periodo, in modo lento e costante, senza però raggiungere un improvviso innalzamento della curva. Solo nelle ultime 24 ore il bilancio è salito a 3mila positivi: questi i dati condivisi dalla piattaforma “Covid19-Africa” dell’Unione Africana, ma bisogna purtroppo considerare un ampio margine di casi non dichiarati.

Le vittime dirette potrebbero quindi essere decine di migliaia ma bisogna considerare anche gli effetti secondari dell’epidemia: nelle bidonville africane l’accesso all’acqua pulita è pressochè impossibile, il 27% della popolazione in Burkina Faso non ha acqua potabile, le baraccopoli sono perennemente sovraffollate e l’informazione difficilmente raggiunge tutti; è semplice dunque comprendere quanto risulta difficile anche il gesto più elementare per fronteggiare il virus, lavarsi le mani. La sanità è un capitolo impegnativo, pochi sono i tamponi finora applicati rispetto ai 57 milioni di abitanti del continente, solo in Nigeria sono stati fatti appena 5mila tamponi su un totale di 190 milioni di abitanti. Mancano le terapie intensive e i ventilatori polmonari, la Repubblica Centraficana conta solo 3 ventilatori in un Paese di cinque milioni di persone. Parlando al quotidiano francese Le Monde, un medico di Lagos ha affermato: «Il sistema di screening è completamente saturo. E non sappiamo neppure se i risultati dei test siano affidabili o meno».

In Africa il Covid-19 non è l’unica minaccia

I problemi dovuti alla mancanza di servizi igienici-sanitari, allo scarso accesso all’acqua e ai campi densamenti popolati sono aggravati dal grande numero di profughi costretti a spostarsi a causa delle piogge che hanno devastato soprattutto l’Africa Orientale nel mese di marzo, senza dimenticare le continue situazioni conflittuali, le guerre, ulteriori profughi che andranno a sommarsi alle già numerose famiglie che affollano quei campi in cui il virus può diffondersi in modo preoccupante. Ma non è il Covid-19 l’unica malattia che minaccia il continente africano: ci sono anche l’ebola, la malaria, il colera, l’Aids, malattie diffusissime che necessitano di adeguato personale medico e delle migliori medicine. Il Covid farà alzare il numero di richieste di aiuto da parte di Paesi che dipendono già fortemente dall’assistenza esterna, come la Repubblica Centrafricana, in cui il 70% dei servizi sanitari è sostenuto dalle organizzazioni estere. Matshidiso Moeti, direttrice generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per l’Africa (la prima donna nella storia dell’OMS a ricoprire questo ruolo) ha affermato: “Dalla prossima settimana inizieranno i programmi di vaccinazioni a malattie che in Africa sono ancora letali e presenti. Ma quello che ci preoccupa di più sono in piani nazionali dei singoli Stati africani contro la malaria, la disponibilità di medicine, le campagne di prevenzione e di attenzione alla malattia. Dopo alcuni anni di diminuzione della malattia il 2020 rischia di riportarci ai numeri degli anni precedenti al 2000”.

Africa ed Europa: occorre una nuova partnership

La sfida economica causata dal virus sarà ancora più dura e coinvolgerà anche l’Europa. Si prevede che la popolazione africana in età lavorativa aumenterà da circa 705 milioni nel 2018 a quasi 1 miliardo entro il 2030 e sono proprio i giovani, che contano circa il 60% dei disoccupati, quelli che vengono in Europa in cerca di migliori condizioni di lavoro, di vita: solo il 20% si sposta infatti a causa di conflitti e violenze, mentre arriva fino al 70% il numero di quelli che partono sperando in una vita più felice. La situazione Covid-19 non farà altro che rafforzare tutti i punti strutturali preesistenti della disoccupazione: i bassi livelli di trasformazione industriale, mancanza di sviluppo delle infrastrutture, la ritardata integrazione finanziaria e monetaria, e le barriere tariffarie e non tariffarie. Il prezzo del petrolio è crollato ai minimi storici, così come alcuni metalli (tra cui alluminio e rame), il turismo è fortemente a rischio (i viaggi nel 2019 coprirono l’8,5% del PIL) ma anche le fonti di finanziamento estere, grazie alle quali il continente riequilibra le proprie lacune economiche, hanno già ritirato parecchi miliardi di investimenti.

In questo scenario particolarmente drammatico l’Unione Africana si appella all’Europa, chiedendole di cambiare paradigma, di stabilire accordi e collaborare. Cercare di diminuire le possibili trasmissioni di contagio è indispensabile, gli aiuti sono altrettanto inevitabili per riuscire ad evitare una catastrofe umanitaria. Africa ed Europa, così come tutto il resto del mondo, sono ugualmente impotenti davanti all’avanzare del virus: occorre riunirsi, non lasciare indietro nessuno. L’Africa necessita di almeno 100 miliardi di dollari, come sottolineato dal segretario dell’Uneca Vera Songwe, “per finanziare immediatamente gli interventi sanitari e i sistemi di sicurezza sociale”, ma non si tratta soltanto di aiuti economici bensì di solidarietà, di azioni umanitarie, di missioni; ma come si fa ad agire se i confini sono chiusi? Non lasciamoci immobilizzare dal virus, dalla psicosi. Quante volte abbiamo sentito ripetere, quasi come un banale slogan aiutiamoli a casa loro: è adesso il momento giusto per darsi da fare e non lasciar scadere questa frase nella semplice propaganda politica. L’Africa è un Paese ricchissimo di risorse naturali, idriche, forestali, minerarie, energetiche (petrolio e gas naturale), ma queste sono mal distribuite sul territorio oppure sfruttate dalle multinazionali mondiali che non coinvolgono la popolazione locale nel ricavo economico; è inoltre densamente popolata, e la maggior parte è giovane, non supera i 25 anni. Occorre quindi unire le forze per ripensare ad uno Stato africano al servizio del benessere della sua gente, rompere con le nostre prerogative sovrane, adottare scienza, tecnologia e ricerca al nostro e al loro contesto.

Quest’estate avrei avuto in programma un viaggio in missione in Tanzania, a Ilembula, un piccolo villaggio vicino a Mbeya. È sempre bello sentire parlare di volontariato, di gruppi di persone pronte ad aiutare, anche se non sono mai abbastanza. Io con il mio gruppo, guardando le foto di bambini seduti per terra, sotto il sole, che mangiavano ognuno una scodella di riso o di patate, con i grembiuli colorati proprio come i bambini qui in Italia, volevamo lasciare qualcosa di nostro, cambiare un po’ qualcosa anche noi: è così che ci era venuto in mente di raccogliere fondi per la costruzione di una mensa. Non saremo mai noi da soli a fare la differenza, in un Paese in cui i contributi esterni sono sempre tanti e vari, ma la cosa più importante è andare, vedere, esserci, perchè conoscere è il primo passo per cominciare a comprendere.

Margherita Della Penna