Lorenza Ferraiuolo

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Di solito il bis si concede agli spettacoli. Si richiede a un piatto di bucatini all'amatriciana in un locale nel cuore della Capitale. O comunque, di solito il bis, si reclama per qualcosa che abbiamo particolarmente gradito. E invece, questa volta è toccato a un "decreto sicurezza".

Novembre 2018. Il ministro dell'Interno Matteo Salvini, con 396 sì e 99 no, riesce a far diventare il decreto Sicurezza ufficialmente legge. Contenuti: essenzialmente, una stretta sull'immigrazione e sul sistema Sprar, ma anche Daspo urbano, reato di blocco stradale e taser alla polizia.

Per il vicepremier la nuova legge avrebbe dovuto migliorare la sicurezza dei cittadini e rendere più efficace la gestione dell’immigrazione, ma c'è chi, fin dal primo momento, l'ha definita incostituzionale e ne ha evidenziato gli effetti controproducenti, come l'aumento del numero degli stranieri irregolari nel nostro Paese.

Già in quell'occasione, infatti, si è sollevata la protesta da parte del PD con le "maschere bianche": una sorta di flashmob in Aula per denunciare le "persone invisibili" che il nuovo decreto avrebbe generato.

State creando centomila persone senza più nome né volto, oggi sono seguite dai comuni, domani saranno espulse dai percorsi regolari ma non spariranno: vagheranno come fantasmi per le nostre città

Aveva dichiarato Graziano Delrio, capogruppo del PD.

Ed ecco che, non soddisfatto neanche lo stesso Salvini, sbarca il Decreto sicurezza bis, che approvato dal Senato il 5 agosto, è adesso legge.

Ma cosa è cambiato?

Il provvedimento è composto da 18 articoli ed è suddiviso in due parti: la prima riguarda i migranti, il salvataggio in mare e il soccorso nel Mediterraneo, soprattutto da parte delle navi delle Ong. La seconda si concentra sull’ordine pubblico e le manifestazioni sportive.
In sostanza, si tratta di strette ulteriori di quelle già applicabili col decreto sicurezza.

In particolare, la prima parte dell’articolato riguarda i poteri del Viminale (nello specifico, del ministro dell’Interno, che può “limitare o vietare il transito o la sosta di navi nel mare territoriale per motivi di ordine e sicurezza pubblica”), e le sanzioni previste per le Ong, con multe che vanno da 250mila euro a un milione per il mancato rispetto delle direttive del ministero dell'interno (principale novità del provvedimento).
Le sanzioni saranno rivolte a comandante, armatore o proprietario della nave che sbarca in territorio italiano. Come sanzione aggiuntiva è previsto anche il sequestro della nave. Se il sequestro della nave viene confermato, l’imbarcazione diventa di proprietà dello Stato, che potrà usarla o venderla, oppure distruggerla dopo due anni dalla confisca.

Arriva poi un fondo per i rimpatri, con una cifra per ora prevista di due milioni di euro per il 2019. L’obiettivo è quello di favorire i rimpatri dei migranti irregolari. I fondi arriveranno dalla riduzione dello stanziamento del Fondo speciale di parte corrente del programma ‘Fondi di riserva e speciali’ della missione ‘Fondi da ripartire’ dello stato di previsione del ministero dell’Economia nel 2019.

Inoltre, il decreto sicurezza bis interviene non solo in tema di migranti, ma anche delle operazioni di polizia sotto copertura. Vengono previsti nuovi fondi per potenziare “l’utilizzo dello strumento investigativo delle operazioni sotto copertura”. La somma impiegata sarà di 500mila euro per il 2019, un milione di euro per il 2020 e un milione e mezzo per il 2021.

Ed infine, nel decreto viene introdotto anche un pacchetto contenente cinque norme, per il contrasto alla violenza negli stadi, con “disposizioni urgenti in materia di contrasto alla violenza in occasione di manifestazioni sportive”, secondo cui è punibile chiunque, "nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico, utilizza – in modo da creare concreto pericolo a persone o cose – razzi, fuochi artificiali, petardi od oggetti simili, nonché mazze, bastoni o altri oggetti contundenti o comunque atti ad offendere”.

160 voti a favore. Uno in meno della maggioranza assoluta.
Eppure, anche questa volta, nonostante gli applausi, lo spettacolo non è una storia a lieto fine.

L’avvocato Paolo Iafrate ha messo in luce che "non ci sono i presupposti di urgenza e necessità previsti per l’uso di questo tipo di strumento legislativo": i decreti infatti devono contenere misure di “immediata applicazione” che riguardino un tema specifico e omogeneo. “Secondo i dati diffusi dal ministero dell’interno gli sbarchi sono diminuiti dell’84,3 per cento con 2.601 sbarchi (dal 1 gennaio al 28 giugno 2019) rispetto ai 16mila sbarchi del 2018: questo è un dato importante”, ha affermato.

Inoltre, secondo l’esperto, il decreto legge non rispetta il requisito di omogeneità della materia trattata: “Contiene infatti articoli che riguardano riforme del codice penale, della normativa sull’immigrazione, del codice della navigazione, dell’ordine e della sicurezza”, afferma Iafrate.

L’alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ha rilevato, infine, che il decreto è in contrasto con la normativa internazionale: in particolare con le convenzioni Unclos, Solas e Sar e con l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra del 1951, che stabilisce il principio di non respingimento.

Il professore di diritto internazionale Cesare Pitea afferma invece che l’Italia rischia di violare le leggi internazionali sul diritto del mare e potrebbe essere portata in giudizio dagli stati di bandiera delle navi. Pitea chiarisce che la convenzione di Montego Bay, che pure viene citata nel decreto, impone soprattutto di tutelare la vita delle persone in mare e inoltre che il disegno di legge si baserebbe sul presupposto che le autorità libiche esercitino sovranità territoriale sulle acque internazionali in cui avvengono di solito i soccorsi.

Lo stato costiero esercita una responsabilità nella zona Sar primaria ma non esclusiva, questo significa che gli altri stati vicini mantengono un obbligo di soccorso e anche un obbligo di coordinamento per favorire i soccorsi. Il comandante ha il potere e il dovere di individuare il porto sicuro, che non è necessariamente il più vicino se il più vicino non è un porto sicuro

Conclude Pitea.

Per il professore di diritto internazionale Giuseppe Cataldi questo deve avvenire anche se non c’è nessun diritto di una nave di entrare in un porto, fatta eccezione nel caso in cui si verifichi uno stato di necessità a bordo della nave, e nel caso è il comandante a stabilire se a bordo della nave si verifica uno stato di necessità.

Sembra diffondersi l’idea che il capitano della nave debba rivolgersi al porto più vicino o debba andare in giro in mare per sbarcare le persone soccorse. La normativa sul soccorso in mare prevede molto chiaramente l’obbligo degli stati di cooperare per liberare, in tempi brevi e con la minima deviazione possibile della rotta, il comandante dalla responsabilità di aver effettuato i soccorsi. Non liberarlo da quella responsabilità comporta un carico economico tale che si rischia di portare, non solo le Ong, ma anche le navi commerciali a non effettuare soccorsi per non incorrere in perdite economiche da parte degli armatori. Eventualità che è sempre un illecito perché il soccorso è un obbligo.

Severo -e riassuntivo- il commento sul decreto sicurezza bis da parte di don Luigi Ciotti, presidente Libera e Gruppo Abele:

Il grado di umanità del nostro Paese si è corrotto. La politica ha tradito la Costituzione, i sogni e gli ideali di chi l’ha pensata e scritta e delle convenzioni internazionali. Siamo davanti ad una scelta politica indegna per un paese che vuole essere democratico non solo di nome ma di fatto un Paese civile. La politica esca dai tatticismi, dai giochi di potere e riduca le distanze sociali e si lasci guidare dai bisogni delle persone.

Per il resto... The show must go on.