Millennials

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“Che cosa è la pena che una persona sconta quando sbaglia?”. Questa è la domanda che non ti aspetti quando ti intrattieni con un amico al telefono. Eppure questa è la domanda che il mio amico egiziano Martin, studente presso la scuola italiana “Don Bosco” de Il Cairo (Egitto), mi ha posto dopo aver studiato con la sua insegnante e i suoi compagni l’Illuminismo e Cesare Beccaria.

Questo perché la Generazione Millennials, ovunque nel mondo, scrive il nuovo futuro con la penna intinta anche nell’inchiostro del passato.

Ed il pensiero corre, allora, al particolare momento di ristrettezze dovute al contenimento della pandemia da Covid 19 che sta cambiato le nostre vite ed il nostro modo di pensare; che sta scrivendo il nostro futuro.

In Italia, in particolare, sembra di assistere ad una lenta metamorfosi della vita sociale democratica nella quale, alcuni, vi intravedono persino una marcata impronta neo-auoritaria.

Si moltiplicano gli interventi di politici e costituzionalisti sul tema che, anche in queste ore, è stato oggetto di aspro dibattito politico in Parlamento.

Sono trascorsi quasi settant’anni dalla Dichiarazione dei Diritti Umani e dall’entrata in vigore della Costituzione, eppure in questi giorni assistiamo, inermi, a riforme del processo penale in violazione di principi di civiltà conquistati con sacrifici e a una degradazione del concetto stesso di indagato, imputato e detenuto. Il particolare clima che si è creato mina le basi costituzionali del diritto: in pericolo non vi è solo il giuso processo, sancito dall’art. 111 della Costituzione, ma anche l’art. 27 che consacra l’umanità della pena e la rieducazione a cui questa deve tendere. Ne è un campanello d’allarme l’attacco populista agli avvocati e alla Magistratura di Sorveglianza, per le decisioni prese secondo diritto.

Il Tribunale di Sorveglianza, istituito nel 1975 quale garanzia dell’adeguatezza della pena alla personalità del condannato e del suo reale recupero, vede oggi erosa la propria indipendenza ed autonomia.

Ne è un esempio l’inammissibile sequenza di giustificazioni e scaricabarile offerte in diretta televisiva dal Ministero della Giustizia - Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) in merito alla scarcerazione di alcuni detenuti per reati di associazione mafiosa per il quale è stata richiesta una interrogazione parlamentare da parte di alcuni parlamentari.

Di maggiore allarme si rivela il ricorso alla decretazione d’urgenza anche in campo penale che potrebbe marcare una distinzione tra detenuti il cui diritto alla salute può essere garantito e detenuti per i quali questo diritto può essere limitato come se le persone in carcere fossero nemici prigionieri e non cittadini detenuti.

Ciò in violazione dell’art. 3 della Costituzione che sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini, compresi i carcerati, e nonostante la chiara e netta presa di posizione in senso contrario della Corte Costituzionale con la pronuncia n°253 del 4 dicembre 2019 sul tema della differenziazione di trattamento tra detenuti.

Sembra quasi che alla illuministica e moderna missione educatrice della pena si stia sostituendo l’antica funzione punitiva. Sembra quasi che il nostro sistema penale abbia dismesso le vesti di Cesare Beccaria per riprendere il mantello di Mastro Titta!

Si va costituendo un diritto penale selvaggio innanzi al quale non è possibile restare inermi. La pena, anche con la sofferenza che porta, deve tendere a fare riacquistare la dignità al detenuto. Cesare Beccaria deve tornare a parlare alle nostre coscienze!

Si impone necessario, quindi, lottare affinché l’ordinamento giuridico non ceda alla logica politica della degradazione della inciviltà del diritto. La Costituzione pone il rapporto giuridico tra legge e detenuto su un piano di relazione umana. Se il diritto non dovesse più essere per l’uomo, sarebbe l’uomo per il diritto e, dunque, il diritto contro l’uomo.  E’ urgente battersi per difendere una cultura giuridica, quella che consiste nella condivisione di valori costituzionali di cui tutto l’ordinamento è permeato, consapevoli che l’educazione del diritto sta nel rispetto della dignità umana.

Antonio Nucera