Alice Pavarotti

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“La Corea del Nord è l’esempio più lampante di incubo di società totalitaria. Qui i bambini non vanno semplicemente a scuola: ci marciano; la gente non lavora, lotta per la produzione. Le biblioteche hanno migliaia e migliaia di volumi, ma sono scritti tutti dalla stessa persona, tutto è pulito, organizzato, previsto. Tutti sono disciplinati, obbedienti e felici.”

(Tiziano Terzani, giornalista e scrittore italiano)

La divisione della Corea

La separazione tra Corea del Nord e del Sud avvenne nel 1945, a seguito della vittoria degli Alleati nella Seconda Guerra Mondiale: la potenza Giapponese che governava la Corea ne uscì sconfitta e ciò pose fine ad un dominio durato 35 anni. Ne conseguì la guerra di Corea, durata 8 anni, al termine della quale, il 27 Luglio 1953, ci fu l’armistizio tra i due territori e fu tracciata la linea di demarcazione che persiste ancora oggi. Sebbene il conflitto si sia  concluso nel ‘53, vi fu un ulteriore dissidio tra le due Coree anche durante la Guerra Fredda, prolungatosi fino ad oggi.

I due Paesi presentano delle differenze notevoli sul piano economico e politico ma soprattutto riguardo la libertà: infatti, se la Corea del Sud è una repubblica semi-presidenziale, al contrario in Corea del Nord vige una durissima dittatura, che lede i diritti dei cittadini.

Diritto e libertà di informazione

A causa del regime totalitario della dinastia Kim, la Corea del Nord ha, secondo le statistiche di Amnesty International e Human Rights Watch, il livello di rispetto dei diritti umani più basso al mondo; inoltre, si classifica all’ultimo posto per libertà di stampa  (180° Paese sui 180 valutati dall’organizzazione Reporters sans frontières). Lo scenario che si presenta nel Paese è quello di un popolo che non gode nemmeno della libertà di pensiero, non conosce dunque il privilegio di informarsi e avere una propria opinione sui fatti, ed è obbligato a seguire le idee del proprio Stato, poiché sono le uniche a cui hanno accesso.

Nonostante la Costituzione preveda libertà di parola e di stampa, ogni mezzo di comunicazione è in realtà controllato dal Governo: in primo luogo, i media hanno la funzione di riportare esclusivamente l’opinione dello Stato, inoltre i giornalisti sono in gran parte membri del Partito dei Lavoratori di Corea (il partito del dittatore Kim Jong-Un) e infine la visione di  canali televisivi stranieri viene punita con la condanna a morte; per questo in tutto il territorio nazionale sono presenti solo tre canali televisivi statali. Oltre a ciò, il regime è l'unico possessore dei siti internet, attraverso cui può controllare che si diffondano esclusivamente i propri contenuti propagandistici. Persino nell’ambiente radiofonico sono previste limitazioni: il governo di Pyongyang trasmette la Voce di Corea, stazione che trasmette notizie e informazioni finalizzate a glorificare e lodare il Paese.

L’inconsapevolezza dei cittadini

Stando alla precedente descrizione delle condizioni di vita dei cittadini coreani, potrebbe sembrare che essi vivano tutti i giorni una situazione sconvolgente e terribile; la realtà dei fatti tuttavia è che mentre a noi, che conosciamo ogni tipo di informazione, sembra più che assurdo che il nostro pensiero possa essere controllato dallo Stato, al contrario i coreani conoscono soltanto la loro realtà e per questo credono di vivere in un Paese privilegiato e di pieni diritti: non avendo alcun tipo di confronto, di scambio di opinioni o di pareri contrastanti, essi vivono nella convinzione che le notizie a cui hanno accesso siano realmente le uniche a disposizione, e di conseguenza non si pongono nè dubbi nè domande a riguardo. Ciò che viene inculcato nelle menti degli abitanti è un timore reverenziale nei confronti del dittatore, quasi una riconoscenza per aver portato lo Stato nordcoreano ad essere un sistema perfetto, senza errori: sembra quasi essere la concreta rappresentazione dell’immaginario regime totalitario descritto da George Orwell nel celebre libro 1984.

Tra tutti i cittadini che subiscono questo lavaggio del cervello ogni giorno senza porsi alcun quesito, ve ne sono molti altri che invece dubitano dello Stato, cercano di indagare a fondo ogni notizia e tentano in ogni modo di fuggire da un regime così restrittivo. Il prezzo da pagare qualora venissero scoperti è molto alto: la pena per un disertore è o la morte o la reclusione nei gulag nordcoreani; tuttavia, migliaia di persone all’anno lasciano il Paese, cercando rifugio a Seul, in Cina, e spesso anche in Laos e Thailandia, dove è presente una base delle Nazioni Unite allestita per accogliere i rifugiati nordcoreani. Non appena escono dal loro Paese, essi scoprono un nuovo mondo di cui prima non erano nemmeno a conoscenza e di cui avevano sentito solo la testimonianza del regime: “Nessuno può immaginare quello che prova un disertore nordcoreano la prima volta che posa gli occhi su Seul. Alla televisione nordcoreana ci veniva sempre mostrato che la Corea del Sud era povera e pericolosa, e poi mi ritrovai davanti questa metropoli ultra moderna e sviluppata. È qualcosa che non si può spiegare.” (Chung, disertore coreano)

Il primo passo per riuscire a comprendere il mondo che ci circonda è sicuramente la libertà di informazione e di parola: dobbiamo ritenerci davvero fortunati ad avere un tale privilegio, che spesso diamo per scontato.

Alice Pavarotti