Simone Corrado

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Dalla borgata Boredom al successo di Mainstream. L’ascesa del fenomeno Calcutta è un viaggio attraverso i luoghi simbolo della nuova scena musicale romana.

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I luoghi del cantautorato italiano

Ma ai cantautori di oggi non gliene si può fare una colpa se sono arrivati quando la strada era stata già tracciata e percorsa. Ciò che afferma Mattia Marzi è vero. Degli studi RCA di via Tiburtina o del Folkstudio certa polvere pesante, invero, copre il parato se cerchi De Gregori, Venditti, Lo Cascio, Bassignano o la stratigrafia musicale della fine degli anni '60 e i primi anni '70. Parlavano linguaggi diversi Venditti, Baglioni, Gaetano, Zero, vieppiù incompatibili. Vano, a pensarci, complicato sarebbe trovare una radice comune tra l'ermetismo di Francesco De Gregori e le provocazioni di Renato Zero, tra l'ironia di Rino Gaetano e il romanticismo di Claudio Baglioni. Ciononostante, questi cantautori andarono formando - forse inconsapevolmente - una prima scuola romana che li vedeva condividere collaboratori e sopracitati spazi, anche discografici - Vincenzo Micocci, ad esempio, era fondatore della It, etichetta che lanciò De Gregori, Venditti e Gaetano. Per cercare la zana della seconda scuola, invece, volgasi al Locale di vicolo del Fico, tra la fine degli anni '90 e l'inizio degli anni 2000: riconosceremmo con buona approssimazione i primi palchi dell’underground romano e ci verrebbero incontro Fabi, Silvestri, Gazzé, Britti, Zampaglione e i Tiromancino.  Ma nel farci più in qua, ci capiterà, per la bussola del tempo, di trovarci in nuovi lidi, a San Lorenzo e al Pigneto, ad esempio, e da questo a San Basilio, l’Esquilino, il Flaminio, Ostiense, Prati, Trastevere, Monte Sacro. Perché questi sono i laboratori della leva cantautorale degli anni Duemiladieci.

Cantautorucoli e canzonette al Pigneto

Dietro i palchi affacciati sui locali del Pigneto o di San Lorenzo come il Circolo degli Artisti, Na’ cosetta, Marmo, un Matteo Cantaluppi, braccio destro dei Thegiornalisti o una Marta Venturini dal suo Studio nero di Roma - condiviso da Calcutta, Coez e Giulia Anania - producono una musica che ricorda certo genere andato di moda grazie a Levante, I Cani, Cosmo, Colapesce e Lo Stato Sociale (tutti in qualche modo "figli" dei Baustelle, che sono stati probabilmente i primi ad unire sonorità "indie" con atmosfere più "pop"), e che a volte guarda al brit pop anni '90 (soprattutto nei Thegiornalisti e in Coez), altre volte si ricollega al cantautorato italiano puro. È un pop che potremmo definire "alternativo", con un suono elettronico, tutto tastierine e sintetizzatori, dalle atmosfere lo-fi. Animano la scena romana i nomi più recenti, figli, tutti e quattro, degli anni '80, questi cantautori nati artisticamente tra la fine degli anni 2000 e l'inizio degli anni 2010. “Ciao Matilde, è tardissimo, sto tornando a casa e ti volevo dire che...". Le loro canzoni sono semplici, istantanee, "pop": parlano della quotidianità, raccontano senza filtri la generazione dei ventenni e della libertà di vivere i propri sentimenti, dell'amore ai tempi di Instagram e dei social network. I cantautori degli anni '60 e '70 – afferma Mattia Marzi - erano rivoluzionari forse perché riuscivano a trasformare in canzoni gli stimoli della cultura, della politica, della società che li circondava e si facevano, rispetto a quelle, espressioni musicali e letterarie di quegli anni italiani. Ma questi cantautorucoli con le loro canzonette, improvvide per gli eccellenti paragoni, non saranno dei rivoluzionari come Battisti e De André, ma sono dei bravi interpreti dei nostri tempi e presso loro la geografia è quotidiana. Un po’ tutti, dalle prime registrazioni fatte in casa e interamente autoprodotte, hanno raggiunto una certa visibilità anche fuori le mura della Capitale, fino ad arrivare al successo "mainstream".

Cristoforo Colombo e una band di “racimolati”

Si dice che Cristoforo Colombo volesse originariamente arrivare a Calcutta costeggiando le rive del Gange. Partito senza troppo sapere dove andava Colombo ha trovato l’America. Analoga può apparire la vicenda di una popstar: può essere, se vuoi, la storia di un cantautore partito magari dagli scantinati di Latina e diventato nel giro di pochissimi anni, con i suoi inni generazionali, l'emblema del nuovo cantautorato italiano. Ma ciò che seguirà queste poche parole sarà il caso di una popstar per così dire inconsapevole, imperfetta, “glitch” nel sistema. Con la storia della Calcutta di Colombo ci sarebbe, infatti, un misunderstanding di fondo: che il nostro Calcutta, questa America, non l'ha mai cercata. Edoardo d’Erme – questo il nome al secolo - organizzava solo concerti in un Circolo Arci a Latina dove praticamente non veniva mai nessuno. Quando decise di mettere insieme una band di “racimolati” che «più o meno sapevano gli accordi», con sé impegnato a scrivere le canzoni, alla gente «piaceva». I dodici cambiavano spesso nome finché a una certa, senza un ragionevole perché, si decisero per “Calcutta”. Quel nome Edoardo se lo sarebbe tenuto anche dopo che ebbe constatato che proprio racimolare tutte le volte dodici racimolati «di cui ognuno suonava solo un tasto era diventato un problema».

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Un’insicurezza, il primo Ep

Ad ogni modo, l'alibi – s’intende quello della storia di Colombo - gli permette ancora oggi di dribblare qualsiasi cosa: evitare le etichette che molti hanno provato ad appiccicargli addosso in questi anni (a partire da quella di capofila della nuova scena indie), giustificare i passi di lato rispetto alle aspettative, continuare a fingere di essere rimasto lo stesso che nei locali del Pigneto suonava cover dei Lunapop e di Cesare Cremonini di fronte a quattro gatti. Ma a Latina, al palco del 21 Luglio 2018, in concorrenza a una solita notte bianca, ce ne sarebbero stati insolitamente migliaia. Al proposito, sottoscriverebbe che la pubblicazione dei pezzi del suo primo Ep Sabaudian Tape non sarebbe stata una sua iniziativa; si è detto «incazzatissimo» per l’uscita del suo primo disco, Forse… del lontano 2012.  Ha detto che erano state canzoni abbozzate, album nemmeno tratteggiati, «fotografie fatte col telefono». D’altronde lo avevano portato in un paese sopra casa sua, registrato quelle cose su un divano. E se non si fosse accorto che in tanti iniziavano a credere in lui Mainstream l’avrebbe fatto sei anni dopo, per «una sua insicurezza» dice.

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Un affare da due euro

In quell’occasione, vero tornante della carriera, pure dovette subire molte critiche, via social, dai puristi dell’indie per il prezzo del disco: non i canonici dieci euro da artista indipendente, ma dodici. Ecco, Marzi ha detto che l'essenza di Calcutta sta tutta in quei due euro. E conveniamo che quei due euro rappresentino simbolicamente il suo passo in avanti, una sorta di biglietto per provare a mettere un piede fuori dal recinto. A rischiare, semmai, con la canzone italiana. Sentiva che questo era il senso di una nuova stagione musicale in cui ad esempio Cosmo, i Cani, Truppi, ognuno di questi faceva un po’ «il cazzo che gli pareva». Pure in maniera diversa: proprio a quanti gli domandano il senso dei suoi testi, un po’ vaghi e sfuggenti ribatte che «tutti c’hanno bisogno di parlare di qualcosa, forse i miei testi sono un po’ più sfocati rispetto ad altri e lasciano più spazio all’interpretazione». Perché - se lo saranno chiesti e diciamocelo -: «Pesaro è una donna intelligente» cosa vuol dire? Si sappia che Calcutta comprenderebbe da un lato il bisogno umano di interpretare, ma sappi, allo stesso tempo, di stare a scocciarlo un po’: «Io non sono mai andato a chiedere a un artista che cosa voleva dire sta cosa, non ce n’è bisogno». «Come ‘frfff’ può essere il rumore del fuoco, lo stesso vale per le foglie mosse dal vento».  Per lui ogni parola è un’onomatopea di un sentimento ed è sempre soggettiva. Quelle parole-onomatopee le usa per il suo piacere e non è detto che abbia un significato riconoscibile a tutti. Parole sue. In ogni caso i testi, tanto più quelli di Calcutta, bisogna pensarli dentro il contesto della musica, al di là di cosa vogliono dire, perché «se suscitano qualcosa allora l’esperimento è riuscito».

Dalla borgata Boredome a Mainstream

La mattina del 21 dicembre 2015 Calcutta ha scoperto di essere un nuovo fenomeno “mainstream”. Al risveglio sentì passare su Radio Deejay una canzone con una melodia orecchiabile e un ritornello che si imprime. Decisamente pop, ma è lui. Alla stessa maniera con la quale ci si sveglia e si sbaglia il passo, Edoardo si trovò catapultato fuori dalla sua nicchia. Era solo il 27 settembre quando sul proprio canale Youtube l’etichetta indipendente romana Bomba dischi pubblicava il videoclip di “Cosa mi manchi a fare” con regia di Francesco Lettieri, accreditata a Calcutta, anche se il nostro rigorosamente - con qualche riserva in futuro - non compare in favore di un pingue ragazzino cingalese. A quella data dicembrina il suo nome non circolava ancora presso le radio mainstream ma da un paio d’anni il suo nome era nome di culto nella borgata “Boredom”, la scena musicale di Roma est, il cui epicentro è rappresentato dal Pigneto.

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È proprio nei locali del quartiere a Dal Verme e al Funfulla che Edoardo d’Erme, classe 1989, originario di Latina, fa conoscere la sua musica. Forse… e l’Ep The Sabaudian tape riflettevano proprio l’aria della borgata romana, connotata tutt’oggi dalle urbane sonorità lo-fi e dall’approccio “do-it-yourself” dei suoi artisti. Da quel momento Mainstream, scritto e inciso con l’aiuto di Niccolò Contessa, mente dei Cani, e della produttrice Marta Venturini e uscito nel Novembre di quell’anno, lo avrebbe portato al successo e sarebbe stato l’anello di congiunzione tra indie e mainstream. Ma questa è l’America.

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