Educate your son: l’educazione come antidoto alla violenza sulle donne

dic 16, 2020

Quando si parla di violenza sulle donne si fa riferimento a “ogni atto di violenza fondata sul genere che abbia come risultato, o che possa probabilmente avere come risultato, un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della
libertà, che avvenga nella vita pubblica o privata
” (Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne, 1993).


Quando si può parlare di violenza?
C’è violenza ogni volta che non c’è consenso. Eppure consenso è anche questa una parola facilmente raggirabile, a cui non viene mai data la grande importanza che ha. Si tende infatti ad approssimare, attribuendo alla donna un atteggiamento consensuale che si traduce spesso con la colpevolizzazione della vittima: il modo di vestire, la storia personale. Ma tutto questo non vale come presunzione di consenso. In Italia, una sentenza della Cassazione del 2008 ha stabilito che “il consenso agli atti sessuali deve perdurare nel corso dell’intero rapporto senza soluzione di continuità, con la conseguenza che integra il reato di violenza sessuale la prosecuzione di un rapporto nel caso in cui il consenso originariamente prestato venga poi meno a seguito di un ripensamento [...]”. La sentenza tutela anche i casi in cui una persona decida di interrompere un rapporto iniziato consensualmente. Ma non si parla di violenza soltanto in riferimento a quella fisica e sessuale, bensì anche in relazione a un qualunque comportamento che limiti le libertà dell’altro.


Educazione è forse sinonimo di soluzione?
Sin dall’inizio della pandemia, uno dei timori era sicuramente quello di un incremento dei casi delle donne maltrattate in famiglia, in seguito al lockdown, alla quarantena e all’isolamento. L’allarme era stato lanciato da subito, ma solo ora i dati hanno rilevato l’effettivo aumento: le richieste d’aiuto sono aumentate del
74,5% rispetto allo stesso periodo lo scorso anno. C'è poi un altro dato che mette in allarme, ed è il calo dei contatti con donne che non si erano mai rivolte alla rete prima: è un dato che sottolinea le difficoltà delle vittime di violenza a chiedere aiuto proprio perché sotto la continua minaccia del maltrattante.
Occorre però trovare soluzioni, non solo problemi. In giornate come quella del 25 novembre, dopo terribili storie recenti come quelle di Alberto Genovese, occorre fare discorsi costruttivi, perchè è un problema troppo grande per essere abbattuto. Dobbiamo riflettere sulle nostre abitudini, tornare indietro di parecchi anni, anni in cui le donne erano naturalmente considerate inferiori, e questa cosa ha purtroppo messo radici difficili da sradicare adesso. Un modo sicuramente efficace per asportare questo macigno è sicuramente l’educazione: sistemi educativi scolastici e familiari in cui i bambini, gli adulti di domani si formano. Occorre gettare le fondamenta del rispetto, dell’uguaglianza, dell’equità. Insegnare è
fondamentale: solo colui che impara può a sua volta trasmettere. Le denunce, purtroppo, sono spesso inutili, cadono nella lentezza della giustizia, e spesso vengono trascinate per anni o addirittura non considerate perché troppo “lievi”. Il cambiamento, quindi, deve partire da noi. La violenza contro le donne rappresenta sì un importante problema di sanità pubblica, ma è soprattutto una violazione dei diritti umani.


Lo stupro ha a che fare con il sesso come l'alcolismo con il piacere enogastronomico
L'informazione e la consapevolezza sono alla base di qualsiasi lotta, ma questa deve essere combattuta da un fronte unito. Noi donne dobbiamo imparare a costruire un muro, non a essere le une contro le altre. Non dobbiamo lasciarci allontanare dalle gelosie, dalle nostre insicurezze. Dobbiamo avere coraggio, di aiutare chi ha bisogno di una mano perchè non è in grado di farlo da sola, avere coraggio di dire la verità,
avere coraggio di non colpevolizzarci, di essere un fronte unico. Bisogna imparare a parlare di stupro “In un mondo perfetto non si lancerebbe alcuno stigma sull’essere una vittima di una violenza sessuale”. Comincia così un editoriale dell’autrice statunitense Jessica Valenti di qualche giorno fa. In quel mondo perfetto e inesistente, le vittime potrebbero raccontare quello che hanno vissuto senza temere di essere insultate, umiliate o minacciate. Se avremo insegnato ai nostri figli a guardare ogni donna con rispetto e alle nostre figlie a non avere mai paura di un uomo, avremo il merito di aver insegnato la più grande lezione di vita.