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Di Francesco Starnelli

23 maggio 1992, ore 17:58: cosa nostra con 572 kg di esplosivo uccide Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.

Dopo 26 anni sorge spontanea una domanda: siamo Capaci soltanto di ricordare o possiamo trasmettere il sacrificio di un uomo capace di far tremare e temere l’intera compagine mafiosa? Perché Giovanni Falcone non ha certo bisogno di commemorazione, lui era perfettamente consapevole del suo destino tanto da affermare “È tutto teatro. Quando la mafia lo deciderà, mi ammazzerà lo stesso.”

Quindi cosa possiamo fare concretamente? Non limitarsi al 23 maggio, (tra l’altro giornata della legalità), andare oltre, raccontando di tutti quegli uomini che come canta Fabrizio Moro “passo dopo passo hanno lasciato un segno con coraggio e con impegno, con dedizione contro un’istituzione organizzata: cosa nostra”.

È il minimo che possiamo fare anche per rispondere Sì a chi come Roberto Saviano pensa: “mi chiedo se l’Italia che stiamo realizzando sia davvero quella che aveva in mente Giovanni Falcone.” Egli incarna alla perfezione lo spirito di servizio, sarà ammazzato per questo. Incarna, non incarnava. Giovanni Falcone è vivo, non è banalità, non è surrealismo, qui non si cade nella retorica. La gente muore solo quando viene dimenticata, le sue idee camminano davvero sulle gambe di altri uomini.
Oggi 23 maggio 2018 è arrivata al porto di Palermo la nave della legalità con a bordo più di mille ragazzi, e altri tantissimi giovani che parteciperanno all’iniziativa #PalermoChiamaItalia, frutto che ciò che scrisse Jovanotti dopo la strage di Capaci non era un sogno irrealizzabile, ma realtà:”I ragazzi son stanchi dei boss al potere, i ragazzi non possono stare a vedere, perché quando nel mondo si parli d’Italia  non si dica soltanto la mafia, i mafiosi,  perché oggi è per questo che siamo famosi, ma l’Italia è anche un’altra, la gente lo grida: i ragazzi son pronti per vincere la sfida.”

Cosa ci ha lasciato Giovanni Falcone? Cosa ci ha insegnato? Lo lascio dire a lui.

“Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola. L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio, è incoscienza.”