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Di Mattia Tripodi

“Flat Tax, prima le imprese poi le famiglie”

Questa la dichiarazione dell’economista Alberto Bagnai, parlamentare della Lega. Dalle parole del leghista la rivoluzione fiscale partirebbe dalle imprese, ma nel nostro ordinamento giuridico per le società di capitali e gli enti commerciali già è presente la flat tax, si chiama Ires, prevede una sola aliquota del 24%, fino a due anni fa era del 27,5% poi abbassata dal governo Renzi.

Per quanto riguarda le imprese individuali e le società di persone dal 2018, possono scegliere tra due regimi, quello tradizionale dell’Irpef con le aliquote a scaglioni oppure l’IRI, che prevede un’unica aliquota del 24% come l’Ires con il vincolo di investire una parte degli utili. La scorsa legislatura ha messo mano anche agli utili da partecipazioni in società eliminando le diversità di trattamento fiscale tra partecipazioni qualificate e non qualificate, e indistintamente tutti gli utili sono ora tassati con una ritenuta del 26%, anche in questo caso parliamo di un aliquota piatta che sottrae il reddito dalla progressività.

Quindi, per ora la rivoluzione fiscale è un bluff, sarebbe corretto parlare di un “aggiustamento dell’aliquota”. Mi sorprende che un economista come Bagnai, non conosca gli aggiornamenti fiscali degli ultimi anni.

Alle famiglie toccherà aspettare fino al 2020, sempre che non succeda qualcosa, e dalle prime parole di Giovanni Tria, ministro dell’Economia, che dichiara “aumentare l’Iva per finanziare la Flat Tax” non si annuncia nulla di positivo. Sicuramente Tria, parla da ragioniere, e una soluzione alla mancate entrate della flat tax possono derivare dall’Iva, ciò andrebbe sicuramente a colpire i consumi, aumentando ulteriormente le disuguaglianze sociali, senza dimenticare che la nostra Costituzione contiene il principio di progressività, e ulteriori imposte di tipo proporzionale porterebbero il nostro sistema fiscale ad essere incostituzionale.

Criticare, per i vari Bagnai, Borghi, e Siri è stato facile in questi anni, adesso al Governo, già rimandano le promesse fiscali, e che dire di più, se pure lo stesso Gasparri, alleato in campagna elettorale ha detto “i patti non erano questi”.