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A qualcuno potrebbe far sorridere, ma non si tratta di uno scherzo: negli ultimi mesi, numerosi organi d’informazione hanno lanciato questo preoccupante messaggio. Risultato? Frotte di attivisti ambientalisti chiedono una carbon tax su queste attività produttive, già molto provate dalla devastante crisi economica del 2008. L’opinione pubblica appare sempre più disorientata di fronte a quella che sembra un battaglia sempre meno scientifica e sempre più ideologica. La questione è mal posta. Si intende forse che l’inquinamento prodotto da tutti gli allevamenti intensivi è superiore all’inquinamento prodotto da tutte le automobili? Cosa si intende con allevamento intensivo? E con inquinamento?

QUALCHE NOZIONE TECNICA


Anzitutto, bisogna precisare che inquinamento ed effetto serra non sono sinonimi. Per inquinamento si intende emissione in atmosfera di gas tossici per la salute umana o di altri esseri viventi, mentre per effetto serra si intende il fenomeno per il quale alcuni gas non nocivi causano riscaldamento globale. I principali gas serra sono la anidride carbonica (CO2) ed il metano (CH3), i quali sono prodotti sia da attività industriali, sia dall’allevamento degli animali. Al contrario, è bene ricordare come i gas inquinanti propriamenti detti, nocivi alla salute umana, quali ad esempio ossidi di azoto ed ossidi di zolfo, siano emessi esclusivamente dalle automobili e da altre attività antropiche: nessun bovino emette tali composti. Detto questo, resta da definire cosa significa esattamente “allevamento intensivo”. Purtroppo negli ultimi tempi questa espressione ha assunto un’accezione negativa, come ad indicare un qualcosa di pericoloso, ai limiti della legalità e poco accettabile dal punto di vista etico.

In realtà, da un punto di vista squisitamente tecnico, senza entrare troppo nel dettaglio, “intensivo” non indica affatto che gli animali hanno poco spazio a disposizione; questo termine si riferisce al rapporto fra numero di capi presenti in una azienda agricola e la estensione dei terreni posseduti dall’azienda stessa. In ogni caso, è bene ricordare come gli aggettivi intensivo ed estensivo non abbiano nulla a che fare come il benessere degli animali o con l’effettivo spazio a disposizione del singolo.
Prendiamo il caso emblematico dei bovini: vacche, vitelli e simili producono (dati FAO) il 18% dell’anidride carbonica emessi annualmente in atmosfera.Viene quindi da pensare che gli allevamenti intensivi di bovini da latte e da carne, diffusissimi in Pianura Padana, possano essere il problema: in realtà non è così.Non bisogna infatti incorrere in un grave equivoco: non tutti i bovini vengono allevati in condizioni intensive. Infatti, al contrario di quanto la retorica dei mass media suggerisca, la stragrande maggioranza dei bovini vive al pascolo od in condizioni simili al pascolo. In Italia ciò non è possibile per mancanza di spazio, ma nelle grandi praterie dell’Australia, dell’America Latina ed anche della Francia questi animali pascolano liberamente.

L’EVOLUZIONE DEL SETTORE

Se facciamo qualche passo indietro con gli anni, durante gli anni del boom economico, il numero di capi allevati è cresciuto esponenzialmente in pochi anni: ecco che gli allevatori italiani si sono dovuti adattare a contenere molti animali in spazi limitati, non potendo usufruire di terreni da destinare al pascolo. Al contrario, nelle zone del mondo precedentemente citate, l’aumento dei bovini allevati si è accompagnato ad una drastica deforestazione, come ad esempio in Brasile. Da un punto di vista meramente economico, è molto più conveniente lasciare gli animali liberi di pascolare: non bisogna giornalmente alimentarli e soprattutto non si devono costruire e mantenere delle grandi stalle. L’intensivizzazione della produzione rappresenta un notevole progresso scientifico: un gran numero animali può essere cresciuto in spazi limitati evitando consumi di suolo significativi ma soprattutto incrementando l’efficienza produttiva del latte o della carne. Il concetto di efficienza produttiva, nel caso di un animale da reddito, è definito come “chilogrammi di alimento somministrato / chilogrammi di latte o carne prodotti”, il tutto espresso il percentuale. Restando sull’esempio dei bovini, ipotizziamo da carne, essi possiedono un’efficienza produttiva del 10% se allevati in condizioni intensive: questa efficienza decresce drasticamente, anche al 5%, se allevati in condizioni estensivi. Detto in parole povere: gli animali al pascolo mangiano di più e producono di meno.
Ecco che la questione si ribalta: se si decidesse di allevare qualsiasi animale in condizioni estensive (o per dirla con un lessico più semplice, anche se non del tutto appropriato, al pascolo), volendo al contempo mantenere gli attuali circa 20 miliardi fra bovini, ovini, suini e pollame si dovrebbero disboscare aree di notevoli dimensioni, e questo non è certamente auspicabile. Posto che nei prossimi decenni si prevede una rapida crescita della popolazione, è ragionevole pensare che anche il numero di animali allevati dovrà aumentare. Una obiezione apparantemente valida potrebbe essere la seguente: non potremmo fare a meno della carne, del latte e della uova? Purtroppo (o perfortuna) no. Anzitutto, alcuni amminoacidi essenziali per l’organismo umano sono presenti esclusivamente in questi alimenti. In secondo luogo, rinunciare ad alimenti di origine animale vorrebbe dire convincere 7,7 miliardi di persone a farlo: se nel mondo occidentale non mancano certo gli estremisti di una dieta green, non si può dire lo stesso dei paesi meno sviluppati. Chi per decenni si è nutrito di patate, riso o cassava ed ha sofferto la malnutrizione vuole accedere a cibi più nutrienti, come appunto carne, latte e uova. Bisogna vietare alle popolazioni africane ed asiatiche di alimentarsi dignitosamente? Credo proprio di no.

LE RESPONSABILITÀ DI TUTTI

A fronte di ciò, ed è estremamente impopolare sostenere una tesi del genere, la soluzione sono gli allevamenti intensivi; certo, esistono margini di miglioramento. Una grossa criticità da riconoscere è la gestione dei reflui zootecnici, i quali se dispersi nell’ambiente senza le adeguate precauzioni liberano nell’aria notevoli quantità di anidride carbonica, metano ed ammoniaca (tutti gas serra). Molto spesso gli agricoltori hanno una scarsissima sensibilità nei confronti della tutela dell’ambiente; questo deriva da una scarsa conoscenza e comprensione dei punti critici per l’ambiente della loro attività imprenditoriale. Bisogna però evitare anche l’estremo opposto, ossia quello di colpevolizzare chi colpe non ne ha; non ne hanno sicuramente i poveri animali, e ne hanno poche anche gli imprenditore agricoli. I livelli di CO2 in atmosfera hanno subito un forte incremento a partire dalla seconda rivoluzione industriale, periodo storico durante il quale gli allevamenti intensivi non esistevano. Certo, oggigiorno ogni settore produttivo ha le sue responsabilità, compreso l’allevamento, ma il suo contributo rimane minoritario rispetto ad altri comparti. La risposta perciò è no: gli allevamenti intensivi non inquinano nel vero senso della parola, ed inoltre emettono meno CO2 delle automobili. Essere coscienti di questo è utile a ridurre la circolazione di notizie false e tendenziose, che fanno male all’economia senza far bene all’ambiente. Indagare criticamente le notizie sull'ambiente significa smettere di ragionare per slogan. Ogni problema va analizzato nella sua complessità, non esistono soluzioni facili a questioni complesse.

A nessun allevatore è mai venuto in mente di abolire le automobili, quindi per favore, che a nessuno venga in mente di abolire gli allevamenti, sopratutto se intensivi.

Matteo A. Colombo

BIBLIOGRAFIA