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La pandemia non è una novità storica. La storia però non si ripete mai per schemi uguali e il nuovo virus rappresenta davvero una sfida per il mondo interconnesso. Se guardiamo al passato, pandemie come l’AIDS, l’influenza A/H1N1 e la SARS hanno già, in tempi più o meno recenti, messo a dura prova il sistema relazionale ed economico non soltanto per la loro letalità ma soprattutto per l’impatto sulle proprie abitudini e modi di vivere.

Non da meno è la zoonosi da Covid-19. Il pericolo di un forte “big crunch” dopo il “big bang” dell’economia globale è, a mio avviso, molto attuale, la crisi generata da Covid-19 è sia finanziaria (come nel 2008) che economica.

La crisi della globalizzazione e le iniziative dei singoli stati

Si rischia un processo di “de-globalizzazione” con il ritorno ad economie più ristrette in quanto, con il lockdown di quasi tutto il mondo, è impossibile effettuare gli spostamenti necessari ad un’economia globale: perché, con le idee e i capitali, viaggiano (ancora) le persone. Il rischio di una “Grande Recessione” stile anni ‘30 è possibile. E sappiamo tutti com’è finita. Il Presidente F.D. Roosevelt, in contrasto con gli ideali liberisti, decise di adottare misure di tipo keynesiano, costruendo opere pubbliche (eclatante è l’esempio della “Hoover Dam”) e aggiungendo una decisa componente statale all’economia.

La filosofia mercatista e, di conseguenza, il processo della globalizzazione, si fondano su una forte interdipendenza fra Stati ma con la pandemia questa modalità è stata forzatamente interrotta. Ogni nazione ha preso le proprie iniziative, dimostrando che, in assenza di un disegno globale, i singoli Stati ben possono decidere in totale autonomia.

La sanità globale che non ha funzionato

È proprio l’aspetto della sanità che forse andrebbe preso maggiormente in considerazione in un’ottica di crisi globale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità è, a tutti gli effetti, un esempio di globalizzazione della sanità.

A dire il vero, l’OMS si era già mossa nel settembre 2019, sottolineando come la crescita demografica esponenziale, la rapida urbanizzazione, l’integrazione economica globale e gli spostamenti rapidi e diffusi, potessero rappresentare un rischio per un possibile sviluppo di malattie alle quali il mondo non sarebbe stato pronto. Ma tutti abbiamo visto come la risposta dell’OMS non sia stata però, una volta iniziata l’epidemia, rapida e soprattutto, con la sua iniziale immobilità, abbia lasciato spazio a iniziative dei singoli Stati.

Ritorno al modello di Stato-nazione?

Il ritorno al modello dello “Stato-nazione”, già profetizzato anni fa dai grandi critici della globalizzazione, si (ri)presenta sulla scena mondiale.

In merito a ciò, è sicuramente preoccupante la scelta di Trump di bloccare i fondi all’OMS, quasi a ricordare che, senza i fondi statunitensi, il sistema globale può facilmente incepparsi: un richiamo al forte legame che intercorre fra dinamiche “global” e dinamiche “local”. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il premier ungherese Orbàn che ha chiesto e ottenuto pieni poteri dal proprio parlamento, mostrando come si preferisca far leva sulle capacità del singolo stato piuttosto che guardare a una soluzione mondiale. Proprio partendo dall’esempio ungherese, sorge anche una riflessione sul rischio che stanno correndo le democrazie.

Rischio isteresi

Senza allontanarci troppo, restando in Italia, l’utilizzo da parte del Presidente del Consiglio di DPCM (che non passano per le camere) a discapito di una discussione e soprattutto voto in Parlamento, dimostra come, se “necessario”, si bypassino tutti i passaggi democratici pur di avere risposte più rapide: certo non siamo ancora alla Cina, che in poche settimane ha realizzato una vasta e totale chiusura, sacrificando però, non pochi dei residui principi democratici.

Non sto parlando di una deriva autoritaria, ma che sicuramente c’è il rischio di una isteresi. Ovvero che le decisioni adottate oggi, in una situazione emergenziale, potranno sopravvivere anche in futuro, con gravi rischi per una globalizzazione democratica e, nel particolare, anche per i diritti costituzionali dei cittadini italiani.

Occorre una “visione globale”

In conclusione, se l’epidemia è globale (pandemia), le misure da adottare devono essere globali e univoche: se nel 2008, dopo la bolla subprime, si era subito ricorsi a un G20 che delineasse un progetto globale di ripresa, oggi, si assiste a una strana tendenza all’ isolazionismo degli Stati (una sorta di quarantena delle relazioni internazionali) e di un possibile G20 “COVID” non se ne vede l’ombra.

Già il ritardo della Cina nel comunicare la diffusione del virus era un segno avverso ad una visione globale, ma si sa, lo diceva Eschilo: “In guerra la verità è la prima vittima”. Cerchiamo di evitare altre di queste vittime.

Pierluigi Frontoni