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LA TRAMA IN PILLOLE

Le vicende di I Am Not Okay With This vedono come protagonista la diciassettenne Sydney, interpretata da Sophia Lillis, alle prese con dei problemi familiari e sentimentali. Questi causano in lei rabbia e frustrazione e, proprio durante un momento di collera incontenibile, scoprirà di avere dei poteri soprannaturali. Durante la narrazione saranno importantissimi i personaggi di Dina e di Stanley, migliore amica e vicino di casa della protagonista, che aiuteranno Sydney a trovare stabilità e a scoprire la sua reale natura. A loro si aggiungono la madre, Maggie, e Bradley, ragazzo di Dina, due personaggi con cui la protagonista avrà numerosi screzi. E’ interessante vedere come, pur essendo ambientata in una piccola cittadina americana odierna, l’estetica dei personaggi si ispiri ad un look anni ‘80.

LA FIGURA DEL BULLO: REDENZIONE O CONDANNA?

La figura del bullo non è sicuramente una novità per chi fruisce di serie teen, in questi anni siamo stati abituati a trovare sullo schermo il classico giocatore di football bello e crudele, che sembra avere il mondo nelle proprie mani. In ogni serie la sua evoluzione segue sempre lo stesso decorso, a una prima fase in cui compie orribili atti di bullismo, segue una fase in cui tutto ciò che ha fatto di sbagliato gli si ritorce contro, minando la sua popolarità, e infine il percorso termina con la sua redenzione; questo causa una rivalutazione del personaggio che ha l’obiettivo di giustificare le sue azioni. Bradley, in “I Am Not Okay With This”, sembra rispettare perfettamente lo stereotipo del bullo; bello, arrogante, popolare e pieno di sé. Tutta la sua vita prosegue alla perfezione: è fidanzato, è un ottimo giocatore di football e quando arriva ad una festa la musica si ferma, lui inizia a parlare, e ogni sua parola è ascoltata come se fosse pronunciata da un guru. La serie però si discosta dalle altre omettendo la parte del suo affrancamento; egli infatti è un personaggio statico, non cambia la propria personalità e per lo spettatore risulta odioso per tutta la durata della storia. La messa in secondo piano di Bradley contribuisce a evidenziare il percorso di crescita di Sydney ed evita il verificarsi del solito cliché. Questo non è solo un aspetto narrativo, ma introduce nello spettatore un dubbio morale; è giusto concedere al bullo la possibilità di redimersi, di fatto, giustificando i comportamenti violenti come la conseguenza di eventi traumatici del proprio passato?

La serie non vuole dare risposte univoche ma invitare lo spettatore a porsi interrogativi, stimolando una riflessione. Confrontando Bradley con Bryce Walker, suo pari ruolo in “13 Reasons Why”, notiamo come siano due personaggi totalmente opposti. Bryce è uno dei coprotagonisti ed è quindi soggetto ad un minutaggio decisamente più importante rispetto a Bradley. Questa maggiore presenza sullo schermo porta lo spettatore a empatizzare con lui e a recepire le sue parole con maggiore attenzione. Per questo è fondamentale che lo sceneggiatore fornisca al pubblico un messaggio chiaro: anche i peggiori possono redimersi e diventare delle persone buone, senza però giustificare le loro cattive azioni. Questo, dato che il tempo a lui riservato è scarso e la sua caratterizzazione limitata, non è necessario per Bradley; non c’è la volontà di portare lo spettatore ad empatizzare con lui.

IL DISAGIO ADOLESCENZIALE E LA SUA INFLUENZA NEL MONDO

Sydney, nel corso della serie, affronta dei gravissimi problemi familiari a cui si aggiungono dinamiche sentimentali e sessuali, tipiche dell’adolescenza. Tutto ciò finisce per turbarla profondamente; la collera e l’inquietudine raggiungono una forza tale da risultare ingestibili ed esplodono con poteri soprannaturali dei quali, fino a quel momento, nessuno era a conoscenza.

Pensando a serie affini per pubblico di riferimento, intreccio, ed età dei personaggi, non rappresentano un elemento innovativo né l’emancipazione della protagonista né le difficoltà che affronta. “I Am Not Okay With This” si differenzia dalle altre perché Sydney, nel fronteggiare le avversità, non si relega ad uno stato di autoisolamento e sofferenza; al contrario, il dolore e la frustrazione che lei prova esplodono verso l’esterno, intaccando e interagendo con il mondo circostante. Questa dinamica porta con sé un potente messaggio, molto sentito dai giovani: bisogna ascoltare i loro problemi, guidarli nei momenti di difficoltà e assecondarli nelle crisi, perchè anche loro hanno un forte impatto nel mondo. Se, fino a questa serie, l’effetto tangibile delle emozioni sul mondo circostante è stato un tema poco approfondito sul piccolo schermo, lo stesso non si può affermare per i “cugini” del cinema. La serie, infatti, pesca a piene mani da un pezzo di storia del cinema: “Carrie” del 1976 di Brian De Palma. Per molti versi “ I Am Not Okay With This” è assimilabile a questo film, condividendone diverse tematiche e scelte visive. Le differenze però si palesano nell’approccio: alla maggiore maturità e drammaticità dell’opera di De Palma si oppone la leggerezza e l’ironia che permeano la serie.

“I Am Not Okay With This”, in conclusione, presenta tematiche classiche che, dopo un adattamento ad i canoni comunicativi attuali, risultano dirette ed efficaci, offrendo allo spettatore un prodotto godibile e non avaro di contenuti.

Matteo Scelfo

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