Cesare Manzaro

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Cosa accade in Olanda, Lussemburgo e Irlanda

All’interno dell’Unione Europea sono molte le norme che regolano il funzionamento dell’economia e della politica degli Stati Membri: quello che manca, però, è una politica fiscale comune. Questa mancanza è dovuta all’ostilità di molti Paesi a cedere un’altra fetta della propria sovranità. La libertà in materia fiscale ha generato, perciò, diversi paradisi fiscali, un problema già di per sé enorme, ma ancor più grave trattandosi di una concorrenza sleale da parte di Paesi vicini e in teoria alleati.

Per capire la dimensione di questo fenomeno bisogna analizzare qualche cifra: in Italia gli investimenti diretti esteri sono pari al 19% del PIL, in Lussemburgo sono più del 5760% e in Olanda circa il 600%. Le aliquote sono per il Lussemburgo al 2%, per l’Olanda al 10% e per l’Irlanda al 12,5%, contro il 30% dell’Italia. Questi numeri fotografano chiaramente il sex appeal fiscale di cui godono alcuni nostri “soci”.

In una classifica stilata dal Tax Justice Network sui paradisi fiscali, sono tre i paesi facenti parte dell’UE nelle prime quindici posizioni: Olanda al quarto, Lussemburgo al sesto e Irlanda all’undicesimo. I parametri su cui si basa questa classifica sono aliquota sui redditi per le società, trasparenza e misure anti-evasione. In questi Stati, del tutto legalmente, vengono stipulati accordi tra le multinazionali e i Governi: le multinazionali trasferiscono i propri redditi realizzati in altri Paesi a tassazione maggiore e i Governi fissano un’aliquota molto bassa. Tra il 2015 e il 2016 questo accordi sono aumentati del 64%: celebre fu lo scandalo Luxleaks che coinvolse il Lussemburgo; tra il 2002 e il 2010 furono firmati 548 accordi fiscali con aliquota inferiore all’1%.

Le conseguenze sulla nostra economia

Guardando il caso specifico dell’Italia il dumping fiscale (termine tecnico che identifica queste manovre) nega all’erario tra i 5 e gli 8 miliardi di euro. Sono infatti numerose le aziende che hanno deciso di trasferire le proprie sedi legali lontano dal nostro Paese per mezzo dei cosiddetti investimenti fontana: il trasferimento di denaro attraverso società create appositamente per pagare le imposte in un altro Stato (Olanda e Lussemburgo sono in testa a questa speciale classifica).

Il gruppo Exor in Olanda, così come Cementir e Ferrari, il gruppo Ferrero in Lussemburgo, Cattolica Life in Irlanda: queste sono solo alcune delle imprese italiane che hanno deciso di emigrare per “cercare fortuna” altrove. Se non ci fossero imprese disposte a trasferire i propri capitali in questi Stati il sistema dei paradisi fiscali non funzionerebbe, ma nel momento in cui i Governi permettono tali manovre finanziarie è anche comprensibile che le scelte fatte dalle società incentrate sul business vadano nella direzione che consente loro di ottenere profitti più elevati.

L’auspicio di un’unione fiscale

Ogni anno queste operazioni costano ai Paesi dell’UE circa 170 miliardi di euro di mancate entrate fiscali: questa problematica evidenzia chiaramente quanto sia necessaria la costruzione di una più stringente politica fiscale all’interno dell’UE. Il Parlamento Europeo, in uno studio del 2015, stimò che le imprese a prevalente capitale straniero nei paesi dell’Unione erano circa 420.000, la cosa grave però è che in buona parte dei casi si tratta delle cosiddette “Shell Companies” (società conchiglia), ovvero un veicolo per l’evasione fiscale, il lavoro nero, la corruzione e il riciclaggio.

Non ci si può aspettare che l’Europa faccia di più: quando possibile, infatti, la Commissione Europea interviene per sanzionare ex-post le operazioni più controverse e disdicevoli. Il vero problema si presenta per la mancanza di una direzione comune dovuta, come già detto nel primo paragrafo, all’orgoglio sovranista della maggior parte degli Stati membri.

Queste circostanze palesano ancor di più quanto sia necessario concedere all’Unione Europea maggiori poteri in molti ambiti, non solo per aiutare i banchieri di Bruxelles, come direbbe qualcuno, ma per evitare le disparità tra le economie degli Stati Membri e contribuire a sostenere anche i singoli cittadini.

Cesare Manzaro