Cesare Manzaro

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Negli anni le Regioni sono andate evolvendosi, a partire dal 1948, anno della loro nascita, arrivando al 2001, anno della restaurazione; diversi tentativi successivi di risolvere i conflitti permanenti non sono però andati a buon fine. Ora, tuttavia, sembra che si voglia imparare dagli errori e riprovare a definire meglio i confini delle competenze assegnate a ciascuna istituzione.

Regioni: tra storia e competenze

Nonostante la Costituzione italiana le prevedesse già dal 1948, le Regioni divennero operative soltanto nel 1970, anno in cui furono attribuite loro le prime competenze legislative e amministrative.

Negli anni successivi, la questione delle competenze regionali è tornata più volte al centro dell’attenzione politica: basti pensare al referendum costituzionale del 2016, il quale tentò di definire in modo più chiaro la linea di comando. È, però, in questo periodo di emergenza che si nota come spezzettare così poco chiaramente la catena decisionale non sia stata, in fin dei conti, la scelta migliore.

Alle Regioni, con il referendum per la modifica del Titolo V del 2001, sono state attribuite varie funzioni, alcune di competenza esclusiva, altre in concorrenza con lo Stato: commercio con l’estero, tutela della salute, gestione di porti e aeroporti civili, ricerca scientifica e tecnologica (solo per citarne alcune), sono tutte materie in cui sia lo Stato che le Regioni hanno voce in capitolo.

Un problema è dunque sorto spontaneo negli anni: non vi è una netta distinzione delle competenze riguardo gli argomenti sopra citati. Di conseguenza, dal 2001 al 2018 circa la metà delle sentenze della Consulta ha riguardato i contenziosi tra Stato e Regione.

La situazione sanitaria attuale

La più rilevante materia di conflitto tra Stato e Regioni è la sanità, più precisamente il controllo della spesa pubblica ad essa inerente. Andiamo quindi a fare chiarezza sui compiti che spettano a questi due enti: lo Stato disciplina i livelli essenziali di assistenza (LEA), vigila sulla loro effettiva erogazione e stanzia fondi per il Servizio sanitario nazionale ripartendoli tra le varie Regioni; a quest’ultime spetta invece il compito di programmare e gestire la sanità all’interno dei propri confini. Il Governo nazionale e quello regionale sono poi supportati, nell’erogazione e nella gestione, da diversi enti: a livello statale esistono il Ministero della Salute, che svolge l’incarico di raccordo e coordinamento, e l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), che si occupa di ricerca e sviluppo; a livello regionale invece sono presenti l’Azienda Sanitaria Locale (ASL), che garantisce e organizza i servizi previsti, assicura il corretto funzionamento e riceve i reclami dei cittadini, e le Aziende Ospedaliere, le quali hanno il dovere di erogare i servizi.

Questa suddivisione degli uffici genera un continuo conflitto di interessi che coinvolge la dimensione comunitaria locale e l’interesse nazionale. In tempi di crisi si va incontro alla necessità di avere unità per poter garantire il controllo della situazione; in questo periodo invece è accaduto proprio il contrario con i governatori che prendevano decisioni autonome e indipendenti da quelle di Roma aumentando il caos e la sfiducia nelle istituzioni. È quindi fondamentale che ci sia una normativa che permetta allo Stato di stabilire un indirizzo comune, in modo da contrastare coralmente i problemi che si presentano. Una soluzione potrebbe essere la clausola di supremazia presentata dallo sfortunato referendum del 2016 e riproposta in questi giorni da varie forze politiche.

Il referendum costituzionale del 2016

Il referendum costituzionale del 2016 avrebbe cambiato tanti aspetti (se in bene o in male sarà la storia a giudicarlo), tra questi anche il rapporto Stato-Regioni che in questo periodo ha esplicitato tutti i suoi limiti e le sue debolezze. Il disegno di legge Renzi-Boschi mirava a risolvere le controversie presenti nella Costituzione attraverso una clausola di supremazia, ovvero consentire allo Stato di richiamare a sé competenze delle Regioni quando strettamente necessario. Inoltre, sarebbe stata ridefinita anche l’annosa diatriba riguardo le competenze concorrenti.

È inutile rimuginare sul passato e sulle scelte fatte, ma probabilmente l’approvazione di questo referendum nel 2016 oggi avrebbe determinato una situazione diversa. In questi giorni, però, M5S e PD si sono dichiarati favorevoli a cambiare il Titolo V, un ripensamento che palesa ancora una volta quanto le scelte di pancia siano una malattia che attraversa il nostro Paese da anni; per fortuna, il buon governo e le scelte ponderate prima o poi hanno la meglio.

Cesare Manzaro