Antonella Consoli

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L’autore e cenni storici                                                                                        

Leonardo Sciascia nasce nel 1921 a Racalmuto, in provincia di Agrigento, da una famiglia della borghesia siciliana. È stato sino al 1957 insegnante elementare. Ha spesso soggiornato a Parigi ma non ha mai abbandonato la Sicilia. Intellettuale di grande impegno politico e civile, negli anni Settanta fu anche deputato del parlamento nazionale ed europeo. Nelle sue opere, siano esse saggi, romanzi o articoli giornalistici, egli denuncia i mali della sua terra natale, visti spesso come un sintomo del più vasto degrado sociale e morale di tutta l’Italia. In particolare, nel romanzo Il giorno della civetta affronta per la prima volta, in modo diretto, il problema della mafia e dei suoi legami con i politici corrotti attraverso il genere letterario del giallo, capace di avvicinare il grande pubblico a queste tematiche.

Leonardo Sciascia - Wikipedia


Genesi e scrittura                                                                                                                                                                                                                                                           Scritto nel 1961 è il primo, e forse il più grande, successo di pubblico di Sciascia. Il romanzo nasce dall’incontro di tre passioni dello scrittore: l’impegno civile nel parlare di mafia, coerentemente con la sua idea di letteratura militante, la predilezione per un genere considerato minore come il giallo, e, infine, la volontà, unita alla responsabilità, di farsi capire da un pubblico più ampio. Il romanzo racconta la storia di alcuni omicidi di stampo mafioso e della lotta del comandante dei Carabinieri Bellodi, solido nella volontà di scoprire la verità ed arrestare i colpevoli. La vicenda si basa sull’omicidio di Salvatore Colasberna, capo di una cooperativa edilizia, personaggio tratteggiato sul modello del sindacalista comunista Accursio Miraglia, vittima di mafia nel 1947 a Sciacca. L’imprenditore viene assassinato poco prima di salire sull’autobus per Palermo, un mezzo pieno di gente che, poco prima dell’arrivo della polizia, scompare per non essere costretta a testimoniare; a occuparsi delle indagini sarà il capitano Bellodi, indicato nel libro sempre per cognome. Anch’egli è un personaggio fittizio, ma basato su una figura reale: il comandante dei carabinieri di Agrigento Renato Candida. Mentre lo spunto venne a Sciascia da un reale fatto di cronaca, l’omicidio del sindacalista Accursio Miraglia nel 1947, il titolo è stato invece scelto in riferimento a un passo dell’Enrico IV di Shakespeare. L’autore ha spiegato che tale riferimento è stato scelto per indicare come una volta la mafia operasse in segreto, come un animale notturno, la civetta appunto; ora, invece, il suo potere è talmente grande da poter agire anche alla luce del giorno. L’opera si presenta come un romanzo giallo, ma è soprattutto un romanzo di denuncia. Leonardo Sciascia, così facendo, si schiera apertamente contro il clima di violenza e intimidazione della mafia in Sicilia, l’omertà dei cittadini e la complicità della classe politica. Lo sconcertante affresco che Sciascia, pedagogicamente, ci svela sulla vita della sua terra, dilatandosi per tutta la durata del romanzo, ne costituisce l’ossatura. C’è poi una seconda chiave di lettura, più profonda, mediante cui si resta stupiti di fronte alle due figure più simboliche dell’opera: il capitano Bellodi e il mafioso Mariano Arena. Essi sono proprio come l’Arena definisce sé stesso e il capitano: “uomini”, ma uomini non perché comprendono l’importanza del rispetto, tanto reclamato dai mafiosi, ma perché caratterizzati da una qualità non indifferente, la ragione. È la razionalità che muove il primo sulla pista giusta, fra le tante possibili, per conseguire la risoluzione del caso; è sempre la medesima che permette al secondo di rendersi impermeabile a qualsiasi tipo di accusa. Entrambi, volenti o nolenti, accettano le virtù sopra attribuitegli poiché si ritrovano immersi, in quanto personaggi letterari, all’interno di una costruzione sintattica di estrema intelligenza. I discorsi diretti che intessono con terze persone fanno risaltare agli occhi del lettore l’acume dei protagonisti, che sarà portato all’estremo nell’incontro che nel finale si consuma tra i due. Non solo nei discorsi diretti, ma in tutte le parti descrittive e nei mutevoli atteggiamenti che i vari personaggi tengono, a seconda dell’evolversi degli eventi, si manifesta la raffinata abilità scrittoria di Sciascia. Spesso utilizza periodi complessi che necessitano di una seconda lettura per essere compresi nel loro contesto, ma il bello sta proprio in questo: la pretesa, da parte del libro, di un lettore attento, non passivo, che abbia voglia di ragionare.

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Il giorno della civetta merita di essere letto perché in grado di battere un colpo sia alla coscienza che, soprattutto, all’intelletto del lettore. È un romanzo che insegna, proprio come fa Mariano Arena, ad allontanare le cose che ci capitano sotto il naso perché, come diceva sempre l’Arena, le cose si vedono meglio da lontano e che racconta chi eravamo e chi siamo, in quanto italiani. Viene rappresentata una lotta, una denuncia scritta di ogni potere mafioso, un manifesto dell’umanità come dovrebbe essere e di come, solo per poco, è stata, una voce che urla parole bellissime. La penna di Sciascia vola elegante, profonda, ogni parola è un sasso nel pozzo di cui ancora oggi possiamo sentire gli echi.

Antonella Consoli