Il paese che rinacque dalle ceneri: uno sguardo alla Corea del Sud

dic 14, 2020

Se si pensa alla Corea del Sud probabilmente figura in mente un luogo remoto a cui risulta difficile dare una collocazione territoriale precisa. Eppure, sempre basandoci sulla probabilità, molti di coloro che stanno leggendo questo articolo hanno un pezzo di Corea proprio tra le mani; La casa della Samsung è infatti Seul, capitale della Corea del Sud.

La Corea del Sud ha una storia complicata e contraddittoria. Nel 1950 ha inizio una guerra che porterà all’istaurazione di due Stati separati, sebbene aventi stessa lingua e radice storica: la Corea del Nord (affidata a un protettorato sino-sovietico) e la Corea del Sud (sotto l’egida degli Stati Uniti). Proprio i sudcoreani, durante la Guerra Fredda, saranno soggetti di aiuti economici americani che aiuteranno il paese a crescere fino a diventare una delle quattro ‘’tigri asiatiche’’.

Negli anni ’60 la Corea del Sud è afflitta da povertà assoluta. In maniera strabiliante, nel giro di una generazione, questo piccolo paese prende forma come uno dei più prosperosi del mondo, nonostante il susseguirsi di tre regimi dittatoriali dal 1960 per ventisette anni. Park Chung Hee, primo dittatore, costituisce un sistema di regolamentazione top-bottom, concedendo larghissimi incentivi alle più importanti aziende, come Samsung, LG o Hyundai. Allo stesso tempo, non vengono innalzate barriere commerciali all’entrata per le aziende internazionali, lasciando competere imprese interne, sempre appoggiate dal governo, con colossi economici come quelli statunitensi o giapponesi.

Viene così strutturandosi il cosiddetto sistema dei chaebol, conglomerati di aziende che contano sull’appoggio delle risorse statali per la loro attività e crescita. I chaebol si servono della strabordante forza lavoro sudcoreana, dotata di bassissimi livelli di tutela che saranno particolarmente evidenziati dai dati del 1980, quando la settimana lavorativa sudcoreana sarà riconosciuta come la più lunga del mondo. È facile intuire come questi conglomerati, che ora si aggirano intorno al centinaio, siano uno dei più grandi asset del paese.

A contribuire al potenziale di crescita contribuisce soprattutto il sistema scolastico sudcoreano. Per capire quanto l’istruzione sia fondamentale in Corea del Sud basta pensare come l’intero paese sembri fermarsi al momento annuale dei test di ammissione universitari. Quel giorno, l’apertura di banche, aziende, uffici governativi viene posticipata per evitare che gli studenti incappino nel traffico mattutino. La polizia viene messa a disposizione degli alunni che hanno necessità di arrivare in orario a scuola, le armi delle forze armate vengono silenziate e gli aerei rimangono a terra per permettere agli scolari la massima concentrazione durante il test di comprensione di inglese. L’esame di ammissione dura nove ore, le quali scrivono una fondamentale pagina nel destino di migliaia di ragazzi. Non è un’esagerazione affermare che i genitori sudcoreani preparano fin dall’asilo i propri figli per questo test. Infatti, il sistema di istruzione è disegnato in modo tale da creare figure altamente specializzate che andranno a occupare posti di lavoro nei chaebol. Per cui uno studente non eccellente è un lavoratore con scarse prospettive di carriera.

Nonostante l’instabilità di un’economia gerarchica basata sull’attività di poche e grandi corporazioni, è innegabile come la Corea del Sud abbia ottenuto grandi successi grazie al modello dei chaebol. Tuttavia, questo è sicuramente destinato ad evolversi nel futuro prossimo; una tale supposizione è possibile considerando che sempre più giovani sudcoreani completano il ciclo di istruzione all’estero e ciò potrebbe contribuire a importare in Corea del Sud modelli di crescita alternativi e, magari, più efficienti.

A proposito di modelli di crescita, negli ultimi anni sta prendendo forma un business altamente prolifico per la Corea del Sud: il business dell’intrattenimento. In particolare, sotto le luci dei riflettori si crogiolano l’industria cinematografica e, soprattutto, il ‘’K-Pop’’, Pop Coreano. Con grande sorpresa delle classifiche, solitamente monopolizzate da artisti americani, il K-Pop si sta espandendo a macchia d’olio in tutto il mondo, riuscendo a superare, oltre le barriere del linguaggio, anche i numeri di artisti occidentali rinomati. Il fenomeno del pop coreano sta portando la nostra generazione (ma anche quelle più grandi) ad avvicinarsi alla cultura asiatica e ad apprezzarne le peculiarità. Non è un caso che i BTS, il gruppo musicale più rinomato, abbiano ricevuto, proprio dal Presidente della Repubblica sudcoreana, l’importante Ordine al Merito Culturale per aver portato nelle case di milioni in tutto il mondo la cultura della Corea del sud.

Il contributo del K-pop per il proprio paese non si ferma all’esportazione globale della cultura. Basti pensare a come nel 2019 i dati registrano un apporto, solamente da parte dei BTS, di 4,65 miliardi di dollari al Pil nazionale. Questo pone la band ai livelli economici dei più volte citati chaebol. Il Prodotto interno lordo annuale delle Maldive o del Togo viene superato dai ricavi di vendite di milioni di album, biglietti per concerti e gadget. Addirittura, il traffico di dati su Twitter del gruppo è quattro volte quello del Presidente americano uscente Donald Trump. E allora non stupisce se Il ‘’potere’’ degli idols, i cantanti sudcoreani, abbia anche ricadute politiche. Sono di questa estate i comunicati che rivelano le donazioni milionarie dei BTS al movimento Black lives matter. O ancora, si pensi come, solo qualche giorno fa, il Parlamento della Corea del Sud abbia passato una legge che permette agli idols di sesso maschile di posticipare il servizio militare obbligatorio fino ai trent’anni, per permettergli di continuare, con il loro talento, a illuminare il paese agli occhi del mondo.

Shalom Caruso

Ciao, sono Shalom Caruso e studio Scienze politiche, Relazioni internazionali e Diritti Umani. Scriverò sull’Estremo Oriente.