Sofia Bettari

Sofia Bettari

Curiosa cronica, appassionata di politica, giornalismo e cittadina del mondo. Un po' come tutti, no?

Proteste nel carcere della capitale

La morte di due detenuti, risultati positivi al Covid 19, all’interno del carcere Miguel Castro Castro nella città di Lima, ha acceso la protesta degli internati che ha causato la morte di nove carcerati.

Nel corso della giornata di lunedì 27 aprile, sono iniziate le contestazioni da parte dei reclusi contro il sovraffollamento dell’istituto, sollecitando le autorità a provvedere per mettere l’intero carcere in sicurezza.

La protesta però ha assunto toni violenti con materassi bruciati, grida e trasformandosi in un tentativo di evasione di massa; le guardie hanno quindi richiesto l’intervento delle Forze dell’Ordine e la situazione è velocemente precipitata. Il bilancio al termine dello spargimento di sangue è di nove internati morti e 60 secondini e 5 agenti che riportano ferite o traumi.

Le cause di morte dei detenuti non è stata ancora resa nota ma le famiglie delle vittime ipotizzano che le autorità abbiano aperto il fuoco: in ogni caso, i corpi sono stati prontamente trasportati in una camera mortuaria per degli accertamenti.

Una situazione complessa

Il triste episodio di lunedì non risulta isolato: il giorno seguente il carcere più popoloso del Paese- che conta circa 10mila internati a fronte di una capienza massima di 2500- ha protestato ma con un epilogo meno drammatico. Il problema del sovraffollamento delle carceri in Perù assume dimensioni maggiori rispetto al medesimo in Italia: nel carcere di Castro Castro ad esempio, vi sono circa 5500 detenuti, in una struttura designata per contenerne al massimo 1140. La riduzione degli spazi, oltre a creare un ambiente poco igienico, non permette il rispetto delle norme di sicurezza e del distanziamento sociale mettendo in pericolo i detenuti, le guardie e il personale che lavora all’interno della struttura.

Il Perù che conta circa 33mila contagi per Coronavirus, vede anche 600 detenuti colpiti (di cui 21 morti) e un centinaio di contagiati all’interno del personale di servizio delle strutture.

È chiaro che un fattore di avanzamento del virus nelle carceri siano le condizioni delle stesse in cui sono reclusi criminali con diversi reati alle spalle: assassini, narcotrafficanti e criminali di altro genere chiedono quindi un intervento del Governo per evitare la nascita di focolai interni.

La situazione però è molto delicata: le strutture sovraffollate sono un sintomo della carenza di altre strutture detentive ed è perciò impensabile un trasferimento di internati, tanto più in questo preciso momento; è altrettanto difficile però mantenere la situazione attuale che rischia di sfociare in un’evasione di massa; molti detenuti hanno richiesto l’indulto e la possibilità di scontare la propria pena presso l’abitazione.

Sicurezza per tutti

Il presidente della Repubblica Martìn Vizcarra ha annunciato un provvedimento di grazia a favore di circa 3mila detenuti giudicati particolarmente a rischio, tra loro: madri e figli (in Perù i figli di detenuti possono vivere in carcere fino ai 3 anni), internati anziani e coloro che hanno commesso crimini meno gravi.

La decisione del Governo è solo un palliativo alla situazione di pericolo delle carceri che rischia di trasferirsi anche all’esterno, trasformando l’emergenza sanitaria in un aumento della criminalità. Intanto il lockdown nel Paese è stato prolungato fino all’11 maggio con l’impiego dell’esercito per evitare assembramenti e la riduzione degli spostamenti.

Sofia Bettari