Il peso specifico dell'elezione di Joe Biden sulla politica italiana

Attualità e politica dic 03, 2020

Alle ore 11.40 statunitensi la Fox News- nota emittente televisiva con sede nella Grande Mela che durante tutta la volata fino alla Casa Bianca aveva sostenuto non troppo velatamente Donald Trump, per poi essere nel mirino di un attacco a dir poco ingeneroso da parte dell’ex presidente- annunciava il raggiungimento di 270 grandi elettori da parte di Joe Biden, che significò la vittoria da parte del neoeletto Presidente. Oltre al successo stesso dell’ex vice di Barack Obama bisogna naturalmente considerare le conseguenze e gli effetti che ne deriveranno per l’Europa, ma anche e soprattutto per il nostro Paese.

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Una ventata di progressismo e riformismo durante la tempesta

Come è ben noto alla maggior parte di tutti noi in questo momento storico, grazie ai sondaggi, anche se non con una totale esattezza, la fotografia del Paese a livello politico ci dice che i sovranisti e i populisti avrebbero presumibilmente la maggioranza del popolo italiano dalla loro parte. Nonostante ciò, come recita il titolo del celebre componimento poetico di Giacomo Leopardi “La quiete dopo la tempesta”, il trionfo dello “zio d’America” (soprannome datogli in campagna elettorale) potrebbe, almeno si spera, farci intravedere un piccolo spiraglio di luce, politicamente parlando. Sebbene non sia una completa quiete, è un primo piccolo passo di quel cammino che si incentra tutto sulla ricostruzione di un polo democratico e riformista anche nel nostro Paese. In questa cornice, l’exemplum da prendere come riferimento deve essere proprio Joe Biden: un moderato con una visione di futuro per il proprio Paese e che non si è fermato di fronte alla veemenza e i toni esasperanti del candidato delle destre, colui che ha guadagnato, con una quieta ma efficace tenacia, la fiducia degli elettori americani. Da lui è necessario carpire e afferrare quella chiave di volta decisiva che poi lo ha trascinato verso la definitiva affermazione, ossia la sua baricentricità. Ecco, nel nostro Paese c’è un disperato bisogno, a maggior ragione in un momento come quello attuale, di una nuova “borghesia” di centro-sinistra, politicamente parlando, che sia libera dalla retorica e che si faccia carico delle necessità di una crescente porzione tra i cittadini italiani. Questo è il manuale di teoria, poi urge una vera risposta portavoce di un nuovo modo di fare politica che costruisca la propria identità sul progresso industriale e aziendale, nella transizione verde, nelle infrastrutture, nel terzo settore e su tutti quegli ambiti dove l’Italia può aspirare e raggiungere obiettivi ben più eccellenti.

Alleanza atlantica: una possibile svolta

Nonostante al giorno d’oggi non sia frequente ragionare e riflettere di politica estera e geopolitica, in termini per esempio di accordi internazionali, incombe l’esigenza di intraprendere una meditazione su questi temi. Negli scorsi anni e mesi, durante la presidenza di Donald Trump, non poche sono state le indiscrezioni lanciate dai media statunitensi sulle manovre dell’ex presidente riguardanti l’alleanza atlantica.  A gennaio del 2019, infatti, secondo il New York Times Trump avrebbe comunicato ad alcuni dei suoi collaboratori la volontà di ritirarsi dalla Nato, derivante dal suo scetticismo nei confronti dell’Alleanza Atlantica. A gennaio dell’anno successivo, invece, di fronte a dei giornalisti alla White House, Trump avrebbe avanzato l’ipotesi di un allargamento dell’Alleanza Atlantica anche al Medio Oriente, volto a contrastare con l’aiuto dell’Iran l’Isis. A luglio dello stesso anno annuncia il ritiro di 12mila soldati americani, accusando la Germania di spendere troppo poco per la Difesa, spostandoli in Belgio, Polonia e repubbliche baltiche.

La goccia che avrebbe potuto far traboccare il vaso è datata proprio ai giorni di elezione del nuovo presidente ed è derivata dall’annuncio di Trump del ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sul clima, intesa firmata nel 2015 da altri 200 Paesi. Invece Biden, proprio nel caos delle elezioni americane edopo la decisione di Trump di non far più parte dell’accordo di Parigi ha lanciato con un tweet la sua volontà, se fosse stato eletto, di annullare in settantasette giorni il provvedimento di Trump, ripristinando la partecipazione degli Stati Uniti all’accordo sul clima.

Tutta questa serie di dichiarazioni aveva un solo scopo: lo scontro diplomatico. Difatti, qualora ci fosse stata una presa di posizione da parte della Nato “contro” gli Stati Uniti, egli ne avrebbe tratto le conseguenze, con la scusa che il suo Paese non fosse gradito all’interno dell’Alleanza Atlantica. Della serie, “lancio il sasso e tiro indietro la mano”. È lo stesso atteggiamento dei sovranisti italiani nei confronti dell’Unione Europea, con uno scetticismo fatto di dichiarazioni pericolose che possono minarne l’integrità interna. Era questa la strategia di Trump. Quest’ultimo, inoltre, trovava nei leader italiani dell’opposizione, in particolare Salvini e Meloni, interlocutori validi per un’uscita dall’Alleanza Atlantica, dal momento che repubblicani americani e sovranisti italiani hanno in comune la visione, frutto di miopia politica, che si è più forti quando si è soli, sovrani e non si hanno vincoli. Col duo Biden-Harris, invece, si apre una stagione di cooperazione internazionale, volta a ristabilire i rapporti economici e difensivi. Quella tra Stati Uniti-Europa-Italia è una  partnership fondamentale.

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La guerra dei dazi

Nonostante il titolo “la guerra dei dazi” potrebbe far pensare solamente ai conflitti riguardanti l’imposizione di dazi da una parte e dall’altra tra USA e Cina, in realtà ne è coinvolta anche l’Italia. Nel nostro Paese, infatti, l’export vale una fetta assai rilevante di Pil e un elemento che può mettere in pericolo lo stesso è rappresentato dai dazi. Quest’ultimo è un capitolo che si spera di chiudere con l’amministrazione Biden, dopo anni di tensioni, oltre che tra Usa e Cina, anche tra Usa ed Europa. In particolare, un esempio emblematico risale all’ottobre del 2019, quando Trump impose all’Europa, e di conseguenza quindi ai membri della stessa, un valore stimato intorno ai 7,5 miliardi di euro. Ci furono una serie di prodotti italiani colpiti, con un effetto sul Pil italiano dello 0.05%, che potrebbe sembrare irrilevante, ma in realtà non lo è. L’allora segretario di Stato Mike Pompeo spiegò che il ricorso non fosse contro l’Italia, bensì contro l’Europa, per aver fornito aiuti illegali all’Airbus. Tra ottobre e novembre di questo anno l’Europa ha imposto in risposta circa 4 miliardi di dazi su una lista di beni americani.

In conclusione, serve un cambio di passo e una sterzata netta rispetto al passato e Joe Biden e Kamala Harris non possono che essere i più idonei ad affrontare questo percorso globale che il mondo richiede urgentemente.

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Alessandro Carancini

Sono Alessandro Carancini, ho 16 anni e mi interessa in particolare commentare il dibattito politico interno. Millennials Marche