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Di Maria Pappini

Quando penso al conflitto israelo-palestinese penso inevitabilmente a quella stupenda fotografia scattata a Camp David che ritraeva la stretta di mano tra l’allora presidente Rabin, il leader della resistenza Arafat e dietro di loro un sorridente presidente Clinton, promotore dell’incontro e del riavvicinamento tra i rappresentati dei due popoli. Sono trascorsi vent’anni da quell’incontro, vent’anni in cui il mondo che conoscevamo è cambiato radicalmente, tanto da far sembrare quella fotografia come qualcosa di surreale. Non mi riferisco ovviamente solo al riacutizzarsi dell’Intifada, la guerra civile che a ondate torna a far sanguinare il territorio di Israele con attentati suicidi, razzi da una parte e rappresaglie anche cruente dall’altra. L’area geopolitica stessa intorno ai due Stati è cambiata: la Siria è distrutta dalla guerra civile, il Libano non è più quella culla di democrazia e rispetto delle diversità di razza o religione che lo rendeva uno degli Stati più avanzati della regione, in Egitto è fallita la Primavera Araba. Rimane poi ancora da ricordare l’Iran e la rottura diplomatica con gli Stati Uniti, da quando il Presidente Trump ha denunciato e ripudiato il programma di contenimento nucleare iniziato e portato avanti negli anni della presidenza Obama.

Ieri, poi, la proposta del Presidente americano di voler spostare l’Ambasciata statunitense a Gerusalemme – e riconoscere quindi la città come capitale unica di Israele – ha scatenato reazioni in tutto il Medio-Oriente, nelle maggiori capitali europee e persino presso la Santa Sede. Tra queste, il commento che desta maggiore preoccupazione a livello internazionale è sicuramente quello dell’Iran e del suo leader supremo Khamenei, il quale ha dichiarato che “La Palestina sarà libera e i Palestinesi vinceranno”.

In soli vent’anni siamo passati quindi da una stretta di mano e dalla sincera volontà di trovare una risoluzione al conflitto, ai fantocci di Trump e alle bandiere a stelle e strisce bruciati per le strade dei Territori Palestinesi. Certo una parte non secondaria in questa escalation è stata giocata dal sostanziale silenzio dell’Organizzazione delle Nazioni Unite che, proprio per i suoi storici problemi di veti incrociati, non è mai riuscita a formulare una risoluzione che si sia rivelata efficace, e non solo per quanto riguarda questo conflitto.

In conclusione, quindi, i fattori che rendono potenzialmente esplosiva l’area israelo-palestinese sono molteplici e non sicuramente ascrivibili solo ad un’uscita poco cauta del Presidente Trump. Tuttavia, la storia e le stesse relazioni internazionali ci insegnano che spesso sono i singoli episodi che possono effettivamente fare la differenza in positivo o in negativo. Come democratica, condanno fortemente la soluzione proposta dal Presidente Trump e rimango ancora oggi, nonostante tutti i fattori internazionali avversi, convinta che sia possibile recuperare lo spirito di Camp David e che non solo i singoli Stati, ma anche e soprattutto le organizzazioni internazionali, debbano lavorare strenuamente per evitare che il conflitto infiammi l’intera area del Medio-Oriente.