Simone Corrado

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Il 10 Dicembre 1901 andava in scena a Roma la prima teatrale della Francesca da Rimini. Sulle nostre pagine il racconto del mito Bergamini e della straordinaria vicenda redazionale che indi avrebbe rivoluzionato la storia del giornalismo italiano.

Una costituzione per «Teatro Costanzi»

È consuetudine di ogni giorno, sfogliando il quotidiano al bar, finire - un po’ troppo prima di quanto non sia opportuno - nel cosiddetto paginone, la pagina più facile da aprire perché collocata appunto al centro dei giornali. È dedicato alla cultura - o a ciò che ne resta a giudicare dallo sbriciolamento della nobile materia tra la politica e lo spettacolo. E mi sovviene che non ci sono più l’elzeviro, il taglio, la spalla, a fronte dell’impressione che lo spirito della vecchia terza aleggi comunque in qualche modo a fior di pagina. Anche se non esiste più, per dirla con De Sanctis, essa si nasconde oggi nelle “pagine di cultura” e ha sostituito gli elzeviristi classici in via di estinzione con professori universitari, storici, politologi, economisti, scienziati. Si chiederanno: cosa mi suggerisce tutto questo? Claudio Magris disse una volta che la terza pagina - come l’animarono sul «Corriere della Sera» del grande direttore Albertini i vari D’Annunzio, Pirandello, Verga, Capuana, De Roberto, Deledda – si presentava come luogo di un rallentamento nella corsa del giornale, il luogo in cui si poteva sottrarre all’ordine del giorno dell’attualità lo spazio per noi stessi e per l’irregolarità. Lì l’urgenza e le tensioni del reale potevano interrompersi e anche l’occhio riposarsi dal nero e dalla concitazione dei grossi titoli e delle fotografie. Ma ancor di più quel «salotto buono» - come Aldo Palazzeschi usava chiamare la terza -nel bene e nel male rappresentò per una non breve stagione un pezzo consistente della prosa di casa nostra e soprattutto di quella più visibile e riconoscibile dal pubblico – ristretto certamente ma non del tutto trascurabile – dei lettori quotidiani. Falqui non aveva torto a sostenere che la terza pagina vivendo «sul quotidiano» non doveva o avrebbe dovuto allontanarsi da ciò che è propriamente giornalistico: la divulgazione. Le sue considerazioni all’inizio degli anni ‘60 sulla trasformazione – per non dire deterioramento – della terza nel panorama giornalistico italiano tornano utili in questa sede, all’inaugurazione della nostra rubrica; facendo nostri alcuni suoi precetti consideriamo un errore pretendere, infatti, che questa, come la terza nel secondo dopoguerra, divenga quasi un supplemento artistico-letterario di «Millennials» e, quindi, «stia o debba stare poco meno che a sé». Sulle ceneri di quella onesta e antica, i principi ideali che Falqui assegnava alla moribonda terza noi riproponiamo a fondamento della pedestre rubrichetta ritenendo che questa debba avere nello stile e nei contenuti «il suo più autentico lievito nell’attualità, senza perciò rinunciare a una maggiore elaborazione e ornatezza, pur nella diversa gradazione opportuna dall’uno all’altro articolo» .

Il giornale di Bergamini: una novità del nuovo secolo

«Era la belle époque dell’Italia sensibile ad ogni forma di intelligenza, in ogni campo». A ragione o a torto la nascita della terza pagina si colloca nel mito. Non certo per un indomito lavoro dell’istinto umano, subito interessato a un mitologema dell’origine, semmai forse per l’eccezionale fortuna che effettivamente essa ebbe nel suo tempo. Ma si può affermare con assoluta certezza che l’idea della terza pagina, così come tutti la conobbero e la conobbero le nazioni che da allora ce la invidiarono, venne nella mente di un uomo non per caso, in occasione della prima al Teatro Costanzi di Roma – ora Teatro dell’Opera – di un eccezionale evento mondano. Egli stesso affermò una volta che, in quei giorni infervorati che precedevano il 10 Dicembre 1901, non si parlava d’altro in tutta la Penisola: «Riparai molto tardi e fu un errore aver indugiato: al 25° numero. Si doveva rappresentare a Roma la Francesca da Rimini di D’annunzio». Quell’uomo era Alberto Bergamini, direttore del «Giornale d’Italia» fondato pochi giorni prima quella data, precisamente il 16 Novembre. Il suo giornale era stato una della novità giornalistiche del nuovo secolo. Nato ad opera di Sonnino, Salandra e Bastogi, fu un’operazione chiaramente politica di segno antigiolittiano. C’è chi afferma -come Farinelli ne La storia del giornalismo italiano - che essa fu tesa ad affiancare nella capitale quel «Corriere della Sera» il cui direttore Albertini «non risulta affatto estraneo alle scelte non solo del personale, ma dello stesso direttore Bergamini». Tiepido, vago era stato – disse – il giudizio del neonato giornale degli amici di Roma: «mediocre inizio, mentre l’aspirazione era stata grande». Il primo numero del «Giornale d’Italia» infatti era uscito a quattro pagine anziché sei, il prodotto pur nuovo non era così dissimile dai quotidiani già esistenti. Si ripeteva in quelle notti senza sonno che se il bel giorno comincia dal mattino – e così paventava che ragionasse il pubblico - con un mattino così c’era poco da star sereni e gli pareva di aver fallito la sua missione.  Ad ogni modo per quell’evento tutto il paese informato sembrava infervorarsi.Nella riunione con la redazione convocata per l’occasione disse che la tragedia dannunziana fragorosamente annunciata aveva non minore importanza di un discorso dell’on. Giolitti ai suoi elettori di Dronero, o di una crisi ministeriale, o di un concitato Congresso socialista.

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Scoop

«L’Italia era tranquilla, non ancora turbata da scioperi, agitazioni, guerre e altre diavolerie; era un’Italia placida, aveva il gusto atavico della cultura, si interessava a un nuovo scrittore che si affermasse, si accendeva di entusiasmo per l’ultima ode di Carducci, per le Myricae di Pascoli, per la Pioggia nel pineto di D’Annunzio, leggeva avidamente un romanzo di Giovanni Verga, di Antonio Fogazzaro, di Matilde Serao».

Apparve comunque chiaro a tutti che per la Francesca da Rimini che veniva alla ribalta del Teatro Costanzi il direttore invocava un «servizio da fare colpo».  In questo genere di servizi si sarebbe rivelato diversi anni dopo estremamente abile: stiamo senz’altro riferendoci a un’edizione straordinaria del 1913 la cui prima pagina fu – per dirla con le parole dello stesso Bergamini – «come lo scoppio di una bomba atomica, un colpo giornalistico con effetti catastrofici su Giolitti che nel giro di qualche mese dovette dimettersi». Si trattava di un’intervista condotta per la verità da un suo redattore, Achille Benedetti, che perito nel turlupinare il buon conte Ottorino Gentiloni, presidente dell’Unione elettorale cattolica, riuscì a ottenere i nomi di più di duecento candidati liberali ai quali le gerarchie ecclesiastiche e le organizzazioni cattoliche, in base a un patto segreto – passato alla storia col nome di “Patto Gentiloni” – avevano promesso di dare i loro voti. Quel colpo valse al direttore del «Giornale d’Italia» il merito del primo «scoop», come almeno pare dal vaglio degli studi. Ben prima della benemerita Francesca da Rimini Alberto Bergamini aveva l’abitudine di adunare la redazione per ogni fatto notevole, per ogni nuova iniziativa che venisse alla mente; interrogava «i lumi dei colleghi» con cui discuteva e concordava «insieme» il modus agendi.  

Pagina di piombo, signorile e armoniosa

Ma la tragedia del D’Annunzio che in quel clima affrontava il giudizio del pubblico era un avvenimento enorme che richiedeva uno sforzo, quindi, eccezionale: «furono mobilitati quattro redattori, ognuno con un incarico conforme al suo spirito e alla sua competenza», i quali - dirà anni dopo - «risposero bene al mio disegno». Alla scena c’era Diego Angeli, chiamato per descrivere la dimora del XIII secolo dei Polentani coi suoi preziosi giardini e le logge, i broccati e i ricami, i marmi traforati in guisa di transenne, con le camere gentilesche e tutte le colonnette che offrono alla loggia dei ravennati una duplice eleganza principesca. Alla musica del maestro Scontrino Nicola d’Atri; un’analisi critica della tragedia «ricca di dottrina» era scontato assegnarla a Domenico Oliva, la cronaca della serata a Eugenio Checchi. Questi in particolare attendeva il direttore nell’ufficio di Palazzo Sciarra perché l’informasse sui «biasimi e le laudi, sui motti di spirito, le ironie, gli improperi del vasto pubblico houleux». Si aspettava una serata tempestosa e così fu a detta di Oliva il quale, però, precisò subito che la Duse aveva recitato divinamente così che l’incanto della sua voce e il fascino della sua arte avevano vinto in parte la bufera in platea (e fuori). Le note dei quattro redattori andarono ad occupare la stessa pagina che risultava così «grigia e pesante perché le sei colonne di piombo non sono spezzate neppure da un titolo a due colonne, [ma] fa rumore e in genere piace». Formula allora inconsueta. Però parve al direttore «signorile, armoniosa» e gli suggerì di «unire sempre, da quel giorno, la materia letteraria, artistica e affine, in una sola pagina, distinta, se non proprio avulsa dalle altre, come un’oasi fra l’arida politica e la cronaca nera». Dapprima incerta, indi migliorata e raffermata, la terza pagina come fu chiamata da allora poté vantare la collaborazione di «sceltissimi scrittori», ospitare rubriche letterarie artistiche mondane e non da ultimo storiche collaborazioni dall’estero.

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Il direttore Bergamini morì quando la sua terza era ormai un’istituzione: i lettori – diceva – l’aspettano con desiderio ogni giorno; per molti di essi è la più gradevole. Tuttavia, di questa grande caduta, per quanto eccellente in vita, non possiamo che parlare in morte ove in sua memoria si dirà tra le nostre pagine, dunque, della letteratura dentro al giornalismo e del mestiere e dell’arte di raccontare nello stesso tempo il sentimento e la commozione, la professione e l’istinto. Dalla storia della terza ci sentiamo allora di rilevare con le parole più degne di Marabini una consapevolezza che facciamo nostra. Che «la letteratura cova ovunque alligni la parola scritta, ma sboccia naturalmente a livelli più elevati».

Simone Corrado

[1] http://www.tizianoterzani.com/giugliano/tesi.html

[1] Enrico Falqui, Nostra “Terza pagina”, Canesi Roma, 1965

[1] A. Bergamini, Così inventai la terza pagina, “Il Giornale d'Italia”, 3 maggio 1959

[1] Ibidem

[1] Benvenuto Beppe, Elzeviro, Sellerio, Palermo 2002, p.27

[1]Op.cit.

[1] Marcucci, Eugenio. Giornalisti grandi firme. RAI, Radiotelevisione Italiana, Ed. Periodica e Libr., 1998.

[1] Marabini Claudio, Letteratura bastarda, giornalismo, narrativa e terza pagina, Camunia, 1995