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di Riccardo Milani

Pochi giorni fa, un cittadino italiano, da sopra una collina, ha sparato diversi colpi di fucile verso tre braccianti: il secondo colpo ha preso alla testa Sacko, “colpevole” di aver rubato delle lamiere che gli servivano per proteggere la sua baracca.

Un cittadino, un lavoratore, un sindacalista: questo era Soumalya Sacko. Era impegnato da due anni nella lotta contro una terribile condizione lavorativa che rendeva i braccianti come lui degli schiavi. Uomini e donne che dopo aver percorso deserti, essere sopravvissuti alle milizie, arrivano in Italia per vivere nelle baraccopoli e per lavorare nei campi sotto il sole per pochi euro al giorno:

“In Africa vivevo come un cane, ma qua è peggio”

Questa è una frase che ha dichiarato uno dei compagni di Sacko ai diversi giornalisti che si sono presentati nella piana di Gioia Tauro dopo la morte del sindacalista. All’interno delle baraccopoli la situazione è pessima: non hanno la luce, non hanno i bagni e la poca acqua che hanno la devono acquistare da dei “signori” che speculano sulle difficoltà dei braccianti. Eppure c’è chi osa definirla pacchia.

Per tutto questo si era battuto Sacko, ormai divenuto simbolo di umanità, che emerge dalla speranza e dalla lotta di vivere un centimetro di vita in più. Attraverso questa vicenda riusciamo a ripercorrere la nostra storia, la storia dei contadini italiani che chiedevano più equità ai latifondisti e venivano presi a fucilate.

È quella storia che noi adesso non possiamo più accettare. È compito nostro, della Sinistra, sostenere i compagni di Sacko e tutti quei lavoratori che vivono in condizioni di schiavitù e senza garanzie.

Graziano Delrio ha dichiarato:

“L’emergenza vera non è l’immigrato che chiede l’elemosina in questo Paese, non è l’immigrato la causa per cui i nostri giovani non trovano lavoro.”

Noi dobbiamo sostenere i più deboli che vengono utilizzati come capro espiatorio di tutti i problemi dell’Italia. Noi dobbiamo sostenere le persone come Sacko. Un cittadino, un lavoratore, un sindacalista.