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Nei suoi Promessi Sposi Alessandro Manzoni fa una digressione storica sulla peste nei capitoli XXXI e XXXII. L’autore ricostruisce gli avvenimenti intercorsi fra l’ottobre 1629 e il maggio 1630 e relativi alla peste di Milano.

La diffusione della peste

L’epidemia si diffuse nei luoghi in cui erano passati i lanzichenecchii. Già nell’ottobre del 1629, quando la malattia provocò sporadiche vittime, che lamentavano sintomi sconosciuti ai più, il vecchio medico Lodovico Settala denunciò la presenza della peste sul territorio percorso dall’esercito imperiale.

“…cominciarono, prima nel borgo di porta orientale, poi in ogni quartiere della città, a farsi frequenti le malattie, le morti, con accidenti strani di spasimi, di palpitazioni, di letargo, di delirio, con quelle insegne funeste di lividi e di bubboni; morti per lo più celeri, violente, non di rado repentine, senza alcun indizio antecedente di malattia. I medici opposti alla opinione del contagio, non volendo ora confessare ciò che avevan deriso, e dovendo pur dare un nome generico alla nuova malattia, divenuta troppo comune e troppo palese per andarne senza, trovarono quello di febbri maligne, di febbri pestilenti.”(1)

Le autorità pubbliche, però, mostrarono indifferenza verso la peste, si fidarono di alcune rassicurazioni sul fatto che non si trattasse di peste, ma di febbri dovute alle esalazioni delle paludi, e preferirono non credere al contagio, in quanto le preoccupazioni della guerra erano maggiori.
Quando, però, il medico Tadino e un magistrato del Tribunale di Sanità furono inviati a fare un’indagine, si accorsero immediatamente che il territorio di Lecco, la Valsassina e le coste del lago di Como erano infettati da questa terribile malattia, che già aveva provocato un enorme numero di morti e aveva svuotato le case di moltissime persone, rifugiatesi in campagna per cercare di sfuggire al contagio.
A quel punto il Tribunale varò una legge che imponeva a chiunque viaggiasse di presentare un certificato di sanità: si pensò di formare un vero e proprio cordone sanitario per bloccare la diffusione dell’epidemia nella città di Milano.
Il Governatore di Milano, Ambrogio Spinola, pur addolorato per la situazione, decise di non prendere alcun provvedimento rigido e restrittivo volto al contenimento della malattia ma, anzi, proclamò pubbliche feste per la nascita del figlio di Filippo IV.
Oltre al governatore, la stessa popolazione di Milano non comprese l’effettivo pericolo e, incurante del contagio, derideva e disprezzava tutti quelli che parlavano di peste; il solo Cardinal Borromeo esortò a vigilare sulla diffusione del morbo.

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La peste a Milano

Il 29 novembre fu pubblicata la grida che prescriveva il cordone sanitario, con un colpevole ritardo, dato che era stata decisa il 30 ottobre. Infatti era tardi: la peste era già nelle mura di Milano. L’aveva portata, pare, un soldato lombardo, Pietro Paolo Lovato, che aveva commerciato con i lanzichenecchi.

“Sia come si sia, entrò questo fante sventurato e portator di sventura, con un gran fagotto di vesti comprate o rubate a soldati alemanni; andò a fermarsi in una casa di suoi parenti, nel borgo di porta orientale, vicino ai cappuccini; appena arrivato, s’ammalò; fu portato allo spedale; dove un bubbone che gli si scoprì sotto un’ascella, mise chi lo curava in sospetto di ciò ch’era infatti; il quarto giorno morì.”(1)

Il Tribunale di Sanità segregò in casa la sua famiglia e bruciò i suoi vestiti, ma questo non impedì alle persone che erano venute in contatto con lui di ammalarsi e, a loro volta, di infettare altre persone; si era ormai creata una catena impossibile da fermare, una situazione aggravata dall’ingresso in città di altre persone infette, a causa della lentezza nell’allestimento del cordone sanitario.
Per il timore di essere mandati nel lazzaretto, dove le autorità avevano deciso di internare gli infetti, molti malati non furono neanche denunciati, facendo sì che il numero di contagiati e vittime rimanesse basso o almeno non tale da destare preoccupazione e contribuendo, invece, a diffondere il batterio. A tutto ciò si aggiunse l’ignoranza del popolo, che continuando a non credere alla peste, insultò e minacciò Lodovico Settala, accusandolo di spargere, a scopo di lucro personale, false notizie.
Alla fine di marzo il lazzaretto era pieno. La peste mieteva vittime in tutta la città, ormai i malati manifestavano sintomi inconfondibili: bubboni, febbri violente e improvvise, delirio. Anche i medici fino ad allora restii a parlare di peste iniziarono a diagnosticare febbri maligne e pestilenziali, senza però ancora cedere all’idea che il contagio si propagasse per il contatto tra le persone.
Il lazzaretto venne affidato alla direzione di un cappuccino, Felice Casati, che, insieme ad altri confratelli, diede assistenza agli ammalati lì ammassati, senza altro fine se non quello di servire il prossimo.
Il fatto che la peste si diffondesse attraverso un semplice contatto tra persone, con sintomi che poco o  niente avevano a che fare con la classica influenza e unito al fatto che stesse iniziando a colpire non solo le classi povere ma anche quelle più agiate, convinse i più della sua effettiva  presenza e pericolosità: tra le vittime illustri ci furono, ad esempio, i familiari di Lodovico Settala, il quale, invece, pur ammalatosi, guarì insieme a un figlio.  

https://www.ilriformista.it/il-coronavirus-riporta-in-vita-manzoni-gli-untori-e-i-giudici-compiacenti-60613/amp/


Gli untori

Intanto iniziarono a circolare le prime dicerie sugli untori: la popolazione iniziò a sospettare che la peste fosse causata da sostanze velenose sparse da non si sa bene chi e a che scopo. Ad avvalorare questa ipotesi ci furono due episodi, uno accaduto la sera del 17 maggio 1630: alcuni videro delle persone nel duomo di Milano ungere un’asse che faceva da divisorio tra i fedeli di sesso maschile e quelli di sesso femminile.
La mattina seguente ci fu l’altro episodio: un lungo tratto delle mura di Milano fu ritrovato imbrattato da una strana poltiglia giallastra. Le indagini del Tribunale di Sanità sull’accaduto si conclusero con un nulla di fatto circa le responsabilità e le colpevolezze di questi ignoti autori di cotanta scabrosità, sicuramente forestieri. La gente iniziò ugualmente a fantasticare su chi avesse potuto inviare a Milano questi untori, arrivando ad ipotizzare una vendetta da parte dell’ex governatore Don Gonzalo, del Cardinal Richelieu, del Wallenstein, del Collalto o anche uno scherzo di cattivo gusto degli scolari.
Per togliere gli ultimi dubbi a chi non credeva ancora alla peste, le autorità esposero i cadaveri nudi di una famiglia falcidiata dal contagio. Una dimostrazione che portò tutti a credere all’esistenza della peste, ma che certamente contribuì notevolmente alla diffusione del contagio per l’assembramento delle persone.

“Era in quel giorno morta di peste, tra gli altri, un'intera famiglia. Nell'ora del maggior concorso, in mezzo alle carrozze, i cadaveri di quella famiglia furono, d'ordine della Sanità, condotti al cimitero suddetto, su un carro, ignudi, affinché la folla potesse vedere in essi il marchio manifesto della pestilenza. Un grido di ribrezzo, di terrore, s'alzava per tutto dove passava il carro; un lungo mormorio regnava dove era passato; un altro mormorio lo precorreva. La peste fu più creduta: ma del resto andava acquistandosi fede da sé, ogni giorno di più; e quella riunione medesima non dové servir poco a propagarla..."(1)

Le fonti di Manzoni

Manzoni, per scrivere il suo capolavoro, consultò il manoscritto originale dell’opera di Federico Borromeo (1564-1631) De pestilentia quae Mediolani anno 1630 magnam stragem edidit, il cui testo è attualmente disponibile nella traduzione di Armando Torno, Rusconi, Milano 1987.
Prese spunto anche da Lodovico Settala (1552-1633), autore di Preservatione della peste, Milano 1630 e di De peste et pestiferis affectibus libri quinque, Bidellio, Milano 1632.
Ricordiamo, inoltre, tra i documenti storici adoperati dal Manzoni La pestilenza seguita in Milano l’anno 1630 di Agostino Lampugnani e vari scritti di Giuseppe Ripamonti, Alessandro Tadino, Carlo Girolamo Cavatio della Somaglia, Francesco Rivola, Lorenzo Ghirardelli, Ludovico Antonio Muratori e Pio La Croce.


Giuseppe Vitolo

Note
1) Promessi sposi, capitolo XXXI, Alessandro Manzoni