Federico Colli

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La solitudine è una condizione che tutti esperiscono nel corso della vita: a volte è imposta, a volte è cercata. Nel primo caso si tenta di combatterla, di evitare il perdurare di questa sensazione; nel secondo caso essa è inseguita, desiderata. Fabrizio De André, con la raffinatezza che lo contraddistingueva, aveva colto l’importanza del valore che la solitudine può assumere, e attraverso la sua musica ha provato a trasmettercelo. Le sue canzoni spesso sono difatti popolate da personaggi che, in un modo o nell’altro, diventano ognuno un ritratto diverso di questa condizione. Chi abbraccia con disposizione d’animo la solitudine, facendone un principio da perseguire, un credo, allora può davvero ricavarne del bene. In questo De André credeva fermamente, e lo riassunse in un breve e celebre pensiero espresso prima di un suo concerto.

Illustrazione di robyilpettirosso


«Si sa, non tutti se la possono permettere: non se la possono permettere i vecchi, non se la possono permettere i malati. Non se la può permettere il politico: il politico solitario è un politico fottuto di solito. Però, sostanzialmente quando si può rimanere soli con sé stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante, e il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che è fatto di tutto l’universo: dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle. E ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante, si riesce a pensare meglio ai propri problemi, credo addirittura che si riescano a trovare anche delle migliori soluzioni, e, siccome siamo simili ai nostri simili credo che si possano trovare soluzioni anche per gli altri».

Può essere indicativo il fatto che il cantante genovese si trasferì in Sardegna, in una zona piuttosto isolata, nella regione della Gallura. Un altro episodio biografico che si può citare a proposito, è quello che riguarda la nascita di Amico fragile, una delle canzoni a cui lui stesso teneva di più. Nel 1974, a una festa, una di quelle dove spesso i motivi conduttori sono soprattutto frivolezze, gli venne chiesto di cantare, lui propose invece di parlare di argomenti più seri, di attualità. Finì che si arrabbiò, e se ne andò insultando. Tornato a casa si chiuse nella rimessa: in isolamento, di notte, senza chitarra, e “aiutato” dagli alcolici bevuti lungo la sera, la canzone era scritta. Forse è la più valida dimostrazione proprio di quello che lui stesso disse.

Si sa che sono tanti i personaggi cui Fabrizio De André ha prestato attenzione, in particolare quelli appartenenti alla schiera dei cosiddetti «ultimi»: i drogati, le prostitute, i transessuali, i poveri e molti altri, che sono spesso vittime di emarginazione e vanno quindi incontro alla solitudine. Proprio quest’ultima è stata messa al centro nel suo ultimo album Anime salve, uscito nel 1996 e composto con la collaborazione di Ivano Fossati. De André ha precisato che il titolo non a caso significa «spiriti solitari». Si potrebbero scrivere numerose pagine su queste canzoni, ma cerchiamo di trarre qualcosa nello spazio che abbiamo.

Fabrizio De André – Sito Ufficiale – ANIME SALVE


Mettiamo sotto i riflettori una figura che anche nell’immaginario collettivo spesso compendia il sentimento di solitudine: il pescatore. È necessario per lui rimanere solo, perché per dedicarsi alla pesca non si può fare a meno del silenzio e dell’immobilità. Anche se questa figura è più famosa per la canzone omonima, noi guardiamo a come è raccontata ne Le acciughe fanno il pallone. Il pescatore, quando è a terra, vede la gente, ma in quel caso sembra limitarsi a vendere il pescato, oppure scende alla foce, ma «alla foce non c’è nessuno»; ancora «passano le villeggianti», ma in quanto tali non si fermano e proseguono. In mare invece, egli dialoga con la natura, conta le stelle del cielo e del mare, in un tempo scandito dalle azioni della pesca: «ogni tre ami c’è»; forse quest’ultimo è l’unico mezzo con cui è in grado di vedere il mondo. Ma non si rassegna a questa monotonia, anzi continua ad aspirare a qualcosa di migliore: «se prendo il pesce d’oro ve la farò vedere»; pur circoscritto nel suo mondo, sa che esiste una via di riscatto, che prima o poi qualcuno riconoscerà il suo valore, lo comprenderà come persona. Sorprendentemente, oltre all’uomo, anche i pesci danno un messaggio: come racconta il testo, le acciughe non stanno sole, si mettono in gruppo, si riuniscono a formare il cosiddetto “pallone”, affinché possano proteggersi dagli attacchi dell’alalunga. Allo stesso tempo però, seguendo questa strategia, si rendono visibili invece al pescatore, che aspetta proprio questo momento per poterle catturare: in un modo o nell’altro, restando sole o associandosi, vanno incontro alla loro fine.

La canzone che risponde al titolo di Anime salve, come l’album stesso, forse spiega lungo il suo testo cosa realmente pensino queste anime. Come sosteneva De André, il nome dato a questa categoria era traducibile in «spiriti liberi», e proprio su questo aspetto insiste il cantautore, sulla libertà garantita dalla solitudine. Quest’ultima è una contingenza che dà l’occasione di conoscere e di essere sé stessi; consegue spesso la decisione di non imporsi un ruolo nella società: questa scelta comporta non raramente l’emarginazione o quantomeno incomprensione da parte dell’altro. Nella canzone il protagonista si rivolge alla sua stessa anima più volte: «che bell’inganno sei anima mia» o «che bella compagnia»; proprio questa è l’unica interlocutrice, non è veramente solo, nella sua solitudine. Da questo dialogo nasce la riflessione su sé stesso, difatti ripete più volte «mi sono spiato», «mi sono guardato», «mi sono visto», giungendo forse a una conoscenza più profonda di sé stesso. Gli ultimi versi della canzone contengono il messaggio: questo tempo, quand’anche fosse lunghissimo, «mille anni al mondo, mille ancora», è un momento sereno, se passato in compagnia del vero sé stesso: «e che grande questo tempo, che solitudine, che bella compagnia».

Automat - Tavola calda - quadro - Hopper
Automat di Edward Hopper, 1927


Infine, uno sguardo sulla canzone che chiude l’album, un brano che molti pensano possa riassumere non solo i temi espressi in questa raccolta, ma addirittura tutta l’opera di Fabrizio De André. Come si legge nel titolo, Smisurata preghiera, è una invocazione, a una entità che sta in più in alto dell’uomo (che ognuno la chiami come preferisce), alla quale si chiede un riscatto: «ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco». La redenzione è un premio desiderato per essere riusciti a difendere la propria identità, andando contro la moltitudine e inevitabilmente vivendo l’emarginazione e la solitudine. In ultima istanza, i versi di Smisurata preghiera, che non possono non essere citati:

«Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria col suo marchio speciale di speciale disperazione e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi per consegnare alla morte una goccia di splendore di umanità, di verità»

Con queste sublimi parole, quasi una professione, si racconta l’ardimento di chi porta avanti la sua battaglia, anche se da solo.


Federico Colli

Immagine di copertina: https://www.globalist.it/culture/2017/01/11/fabrizio-de-andre-il-cantore-degli-ultimi-210230.html
Immagine 1: https://www.instagram.com/robyilpettirosso/?hl=it
Immagine 2: http://www.fabriziodeandre.it/portfolio/anime-salve/
Immagine 3: https://cultura.biografieonline.it/automat-hopper/