Linda Marsili

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"Kadına şiddete hayır" (in italiano "no alla violenza sulle donne") è lo slogan che si sta diffondendo in questi giorni sui social network per denunciare al mondo la condizione delle donne turche. L’atmosfera politica in Turchia, come anche la comunicazione delle notizie, contribuiscono alla crescita del problema dato che non sono schierate dalla parte delle vittime, bensì da quella degli aggressori, promuovendo l’ottica sociale del patriarcato.

L’omicidio di Pınar Gültekin

Il ritrovamento del cadavere di una studentessa di 27 anni, Pınar Gültekin, è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso. La ragazza, scomparsa da 5 giorni, è stata ritrovata morta il 21 luglio in un bosco nella provincia di Mugla. Dall'autopsia è emerso che Pinar sarebbe stata prima picchiata, poi strangolata, infine il suo corpo sarebbe stato incendiato, buttato in un bidone della spazzatura e ricoperto con il cemento. Cemal Metin Avci, ex compagno di Pınar, ha confessato di essere colpevole e di aver ucciso la ragazza perché  lei non voleva stare più con lui da quando aveva scoperto che lui era già sposato. Il rinvenimento del corpo di Pınar ha scosso profondamente l'opinione pubblica, tanto che il Presidente Erdoğan ha voluto affermare pubblicamente in un tweet il suo disprezzo nei confronti della violenza contro le donne. In realtà per le attiviste si è trattato solo di parole vuote, atte più a proteggere il presidente da una gogna mediatica, che ad esprimere un sincero cordoglio per le vittime di femminicidio.

I fatti in numeri

Questo omicidio così efferato ha dato origine a numerose veglie e proteste in tutto lo Stato in memoria delle vittime di femminicidio, le quali sono drammaticamente aumentate  negli ultimi anni. Per citare alcuni dati, secondo la piattaforma indipendente “Fermiamo i femminicidi” di Istanbul, sono state uccise più di 2600 donne dal 2010, 474 soltanto nel 2019. Purtroppo il numero dei casi è in costante aumento, solo nell’ultimo mese sono morte 40 donne sempre per mano di parenti stretti, compagni o ex. Sembrerebbe così che il fenomeno delle molestie sia molto diffuso nella società turca: secondo uno studio del 2009, il 42% delle donne tra i 15 e i 60 anni ha subito abusi fisici o psicologici da parte dei propri partner. Questi dati però fanno riferimento solo ai casi effettivamente denunciati, basti pensare che non tutte hanno il coraggio di denunciare oppure che spesso chi prova a denunciare non viene creduto. Durante la diffusione della pandemia e con il conseguente lockdown, le associazioni per i diritti umani e delle donne suppongono che il numero di casi di violenza domestica sia cresciuto vertiginosamente, ma questo non si può sapere ancora con esattezza dato che lo Stato non tiene conto delle statistiche ufficiali a riguardo (gesto simbolico del disimpegno statale nel combattere la violenza di genere) .

Le non-conseguenze penali

Parte del problema potrebbero anche essere le condanne: spesso gli episodi di violenza non vengono segnalati, e quando lo sono, l’aggressore riceve un rilascio rapido o una condanna troppo leggera rispetto a ciò che ha fatto. Nella maggior parte dei casi, gli uomini dichiarano davanti al giudice di aver agito di impulso e, quasi sempre, se sono vestiti in modo elegante (perché sì, in questo caso come il colpevole appare conta più del crimine), ottengono una riduzione della pena. Questa mancanza di punizione si è dimostrata quasi un incoraggiamento per gli aggressori, i quali spesso prima di compiere una violenza svolgono delle ricerche per conoscere le “non-conseguenze” a cui andrebbero incontro.

Il ruolo dei mass media

Anche i mass media sono parte integrante del problema, poiché il modo in cui vengono comunicate le notizie può influenzare molto il modo di pensare degli ascoltatori. In questo caso gli organi di informazione , ad esempio i giornali e i telegiornali, che si sarebbero dovuti occupare di diffondere le notizie in modo oggettivo, hanno ripreso, per la loro retorica, i classici luoghi comuni della "cultura dello stupro" patriarcale. Così la vittima diventa colpevole, in base a come si comporta e veste, e la responsabilità viene tolta allo stupratore. Nel caso specifico della Turchia, la narrazione assume un tono più religioso: le donne vengono descritte come bugiarde o comunque persone che “se la sono cercata”, mentre gli uomini sono difesi pubblicamente come amanti troppo passionali che hanno cercato di far rinsavire la propria partner.

La Convenzione di Istanbul

Nell’ultimo periodo Paesi governati da partiti conservatori come la Polonia o la Turchia hanno iniziato a prendere le distanze dalla Convenzione di Istanbul, un trattato internazionale europeo sulla prevenzione e la lotta contro la violenza domestica firmato l’11 Maggio 2011 proprio ad Istanbul. L’obiettivo di questa convenzione era quello di combattere il fenomeno dei femminicidi e della violenza di genere, dunque proteggere le vittime degli abusi e di impedire l’impunità dei colpevoli. I reati previsti da questa convenzione sono la violenza psicologica, gli atti persecutori (come lo stalking), la violenza fisica (tra cui lo stupro) , il matrimonio forzato, le mutilazioni dei genitali femminili, ma anche anche la sterilizzazione forzata. Trattandosi di un accordo internazionale giuridicamente vincolante, gli Stati firmatari dovrebbero includere nei propri codici penali leggi a proposito. Alcuni Stati  non hanno aderito (ad esempio la Russia), alcuni che sono rimasti solo firmatari (come l'Inghilterra) e altri che sono diventati sia firmatari sia ratificanti, per esempio l’Italia e la Turchia. Quest’ultima nello specifico nel 2012 è stata il primo Paese a ratificare la Convenzione e quindi a emanare delle leggi per la tutela delle donne. Solo che rispetto al 2012 il numero di donne uccise è raddoppiato e questo probabilmente è dovuto alla negligenza dello Stato nel far rispettare questo gruppo di leggi.

La scena politica

I movimenti per i diritti delle donne in Turchia sono molto attivi ma devono spesso fronteggiare una forte opposizione, guidata principalmente dai partiti conservatori come quello dello stesso presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan. Sono proprio questo tipo di partiti che sia in Turchia sia in Polonia stanno spingendo per l’uscita dalla Convenzione di Istanbul, considerata una “invenzione femminista per diffondere l’ideologia gay”. Secondo alcuni, infatti, la Convenzione avrebbe distrutto la famiglia tradizionale e minacciato l’integrità finanziaria e morale della famiglia, protette dall’articolo 14 della Costituzione Turca. Difatti, purtroppo, sono all’ordine del giorno dichiarazioni di alcuni politici che definiscono le donne inferiori agli uomini e che considerano anormali le donne senza figli. Negli ultimi giorni è al centro della discussione la possibile istituzione del matrimonio riparatore e l’introduzione di istituti di mediazione in caso di separazione anche nel caso di violenza certificata. Il primo provvedimento permetterebbe a chi è accusato di violenze sessuali di sposare la propria vittima. Una scelta politica del genere riporterebbe indietro nel tempo la figura della donna in materia di diritti, promuoverebbe la normalizzazione dello stupro, l’assoluzione dell’aggressore e la cancellazione di violenze che le donne sono costrette a subire da secoli. La seconda proposta sarebbe invece un modo per scoraggiare le donne a divorziare, costringendole a rimanere in contesti familiari indesiderati.

Il futuro che ci aspetta

Negli ultimi giorni molte donne da tutto il mondo hanno espresso il loro supporto e la loro solidarietà sui social postando foto in bianco e nero; la scelta del filtro deriva dal fatto che ormai ogni giorno sul giornale vengono pubblicate le foto delle vittime di femminicidio proprio in bianco e nero. Dunque, questo progetto serve a ricordare a  ogni donna che potrebbe essere lei la prossima a ritrovarsi sul giornale in quanto vittima. Questo tipo di iniziativa ha riscosso un grande successo ed è servita a diffondere queste notizie all'interno della Turchia stessa, dato che per via della censura questo genere di informazione non è facilmente reperibile, ma anche a portare le donne degli altri stati a riflettere e domandarsi: vista la situazione politica attuale, potremmo ritrovarci nella stessa situazione della Turchia? La risposta non la possiamo ancora sapere ma bisogna sempre tenere a mente che i diritti che abbiamo non sono scontati e che occorre combattere ogni giorno per poterli preservare.