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Lady Sings the Blues

La newyorkese Era dello Swing, originatasi in seguito al crollo di Wall Street nell’ottobre del ’29, s’incarna perfettamente in Billie Holiday, una giovanissima cantante ivi fiorita tra il 1935 e il 1937.
Il timbro della sua voce, intrisa di asperità granulose e di raucedine, si nutre di una grande forza autobiografica, che mai con timidezza raggiunge l’animo e l’emotività dell’ascoltatore. Le terribili circostanze della vita e dei tempi di Billie, inestricabilmente legate alla sua vocalità, sono state gradualmente raccolte in un’autobiografia dal titolo Lady Sings the Blues, scritta nel 1956 a quattro mani con il giornalista del New York Post William Dufty.

«La mamma e il babbo erano ancora due ragazzi quando si sposarono. Lui aveva diciotto anni, lei sedici, io tre. La mamma lavorava come cameriera da una famiglia di bianchi, e quando i padroni si accorsero che era incinta la buttarono fuori su due piedi. Ma Sadie Fagan mi volle bene fin da quando non ero per lei che un mucchio di calci nelle costole mentre strofinava pavimenti. Quel mercoledì 7 aprile 1915, quando io nacqui a Baltimora, la mamma aveva tredici anni

Billie Holiday parla di sé con schiettezza, senza remore, servendosi di una scrittura petrosa e intensissima. Intensissima, è, infatti, la storia della signora del blues, mai impacciata sul palcoscenico nel cupo racconto della sua voce ornata di gardenie bianche.
Il blues di Billie, tuttavia, non costituisce solo una parte del suo repertorio musicale, ma ne caratterizza ontologicamente l’intera vicenda biografica. Nata in realtà a Filadelfia, come avrebbe successivamente dimostrato lo storico Stuart Nicholson, la cantante è il frutto dell’amore giovanile – «da poveri si cresce alla svelta» si legge nell’autobiografia - tra Sadie Fagan e Clarence Holiday, padre tanto pessimo quanto ottimo nell’arte della chitarra esercitata al fianco di Fletcher Henderson. Difatti, nonostante il precoce abbandono, la Holiday sceglierà volutamente per sé il cognome del padre, al fine di sottolineare il legame ancestrale con la musica jazz.
Dopo aver trascorso i primi anni della sua esistenza tra maltrattamenti, senso dell’abbandono e, forse, violenze sessuali, Billie Holiday seguì la madre a New York, in quello che di lì a poco sarebbe stato il teatro dei suoi primi trionfi musicali.

New York, New York

«Chiesi un lavoro a Preston, dicendogli che ero ballerina. “Danza allora” mi disse. Provai. Disse che facevo schifo. Gli dissi che sapevo cantare. “Canta” rispose. Nell’angolo c’era un vecchio che suonava il piano. Attaccò Travelin’ e cantai. Gli avventori smisero di bere, si girarono e guardarono. Il pianista, Dick Wilson, scivolò dentro Body and Soul. Accidenti, avresti dovuto vedere quella gente, iniziarono tutti a piangere. Preston si avvicinò, scosse la testa e disse “Ragazzina, hai vinto”. Ecco come ho cominciato.»

Da quella sera dei primi anni Trenta tutto sarebbe cambiato. Nel frattempo, Billie cominciava a guadagnarsi da vivere in un bordello clandestino di Harlem, dove incontrò per la prima volta i dischi di Bessie Smith e Louis Armstrong, sui quali formò la sua sensibilità musicale come in un succedersi di epifanie.
Tuttavia, a differenza dei suoi predecessori, l’estensione vocale di Billie Holiday nei momenti migliori copriva a malapena un’ottava e mezzo. Inoltre, l’esuberanza di Louis Armstrong e la forza del diaframma di Bessie Smith non potevano avere alcun ruolo nella drammatica visione del mondo della Holiday, la quale eccelleva, invece, per un incredibile senso del tempo, un fraseggio agile ma ritardato, e una capacità di infondere nelle parole di una canzone significati profondi e inediti.
All’interno di questa dimensione si collocava perfettamente la forza del suo timbro, che, simile ad una tromba sordinata, assorbiva e trasformava il senso di ogni canzone.
A dare una spinta decisiva alla carriera della diciottenne Billie fu la recensione del talent scout John Hammond nel 1933 – «canta meglio di chiunque altro abbia mai sentito» – sulle pagine di Melody Maker. Hammond, che negli studi della Columbia ne aveva affidato la voce emergente a Benny Goodman, saprà trovare la formula giusta per lei solo nel 1935, facendola incidere con il pianista Teddy Wilson per il mercato dei jukebox, il principale sbocco discografico negli anni della Depressione. Tuttavia, solo nel 1937, la cantante troverà in Lester Young un partner musicale perfetto, al punto che qualcuno descrive la collaborazione dei due come una storia d’amore in musica.
Le linee del sax di Lester Young e della voce di Billie Holiday si aggiravano e si incrociavano «senza collidere, in un sapiente complemento intuitivo di timbri, registri e pause che intrecciano affetti, pieghe interrogative e un reciproco sostegno emotivo che ha pochi eguali nel rapporto tra vocalità e strumenti» (Zenni).
Tutti i brani incisi dalla coppia Holiday-Young nel nostro tempo conservano ancora un grandissimo valore. All of Me, Foolin’ Myself, Mean to Me, Without Your Love, Love Me or Love Me, He’s Funny That Way sono solo alcune delle incisioni con cui gli eredi dei due musicisti dovranno inevitabilmente confrontarsi.

A legare i due, tuttavia, non era solo la musica, ma anche stima e amicizia profondissime. Infatti, in risposta al titolo di “Lady day”, conferitole affettuosamente dall’amico Lester Young, Billie Holiday lo aveva ribattezzato “Pres”, poiché riteneva che Young fosse il Roosevelt del sassofono.
Numerose e prestigiose furono le etichette discografiche – Columbia, Brunswick, Commodore, Decca, Verve - con cui Lady Day collaborò a partire dall’aurora della sua carriera, ma non meno autorevoli furono i professionisti con cui scrisse una pagina intramontabile e raffinatissima della musica del Novecento - Lester Young, Coleman Hawkins, Benny Carter, Oscar Peterson, Artie Shaw, Count Basie, Paul Whiteman e molti altri.
A metà degli anni Quaranta i travagli personali della Holiday attirarono sempre più le attenzioni del pubblico. Fin dall’infanzia Billie si era spesso allontanata dalla retta via e, col trascorrere del tempo, celebrità e irrequietezze si erano dilatate in parallelo. Giovanissima fumava già tabacco e marijuana, fino a quando il marito Jimmy Monroe la introdusse nel consumo dell’eroina che segnò definitivamente la sua tossicodipendenza.
Intanto, la voce della Holiday cambiava gradualmente: dapprima squillante e luminosa, era diventata sempre più cupa, quasi consumata dalle fatiche della vita. Eppure, il deterioramento del suo strumento vocale si accompagnava a interpretazioni ricchissime di emotività.
«La sua voce era solo un’ombra di quello che era stata, ma poteva ancora far arrivare una canzone al pubblico. La sua voce da cantante se ne era andata, lasciandole l’emozione come unico strumento espressivo» spiegherà Jackie McLean in riferimento a quel periodo della sua carriera.
Nonostante la lotta contro tossicodipendenza e alcolismo e i problemi con la giustizia, Billie Holiday continuò a registrare e ad esibirsi, in un susseguirsi di successi che tramontarono solo al calare della sua vita. Memorabili sono il concerto alla Carnegie Hall, un vero e proprio trionfo, e la partecipazione nel 1957 ad un programma televisivo, The Sound of Jazz, in compagnia di musicisti superbi tra cui Lester Young, Gerry Mulligan e Coleman Hawkins, immortalati insieme in un video ritenuto tra i più emozionanti della storia del Jazz.

Da sinistra a destra: Billie Holiday, Lester Young, Coleman Hawkins, Gerry Mulligan

Strange Fruit

La voce di Billie Holiday, «nuda, friabile, resa eloquente da crepature, pieghe e trasalimenti timbrici sospesi tra lirismo e tono colloquiale» (Federighi), spesso considerata tout court al servizio di amori infelici, non è avulsa dal contesto storico-culturale in cui si propagava.
Il 1939 segna un vero e proprio spartiacque nella parabola artistica di Lady Day, che da semplice – ma non troppo – torch singer eleva il suo canto alla dimensione politica per dar voce a una battaglia in cui era personalmente coinvolta.
Malgrado la sua notorietà, infatti, aveva più volte sperimentato sulla propria pelle episodi di razzismo. Molto spesso vittima di insulti, Billie era stata costretta durante la sua peregrinazione con l’orchestra di Count Basie a scurirsi il volto con il cerone nero, in modo da non creare fraintendimenti circa il colore della sua pelle sotto i riflettori.
D’altronde, neppure l’Hotel Lincoln dell’avveduta New York poteva vantare l’immunità dal fenomeno, giacché a lei che era l’attrazione principale dello spettacolo fu concesso solo l’utilizzo di un ingresso di servizio e del montacarichi al posto dell’ascensore.
In quell’anno, dunque, il razzismo toccò non solo le corde dell’anima di Billie Holiday, ma anche quelle della sua voce, traducendosi in una memorabile registrazione per la Commodore dal titolo Strange Fruit, una denuncia coraggiosissima contro il linciaggio dei neri.

Secondo una stima del Tuskegee Institute, l’80% delle vittime dei quasi quattromila linciaggi avvenuti negli anni fra il 1889 e il 1940 erano afroamericani. Non a caso, fu proprio uno scatto che immortalava il 7 agosto 1930 una folla di bianchi festanti davanti ai corpi di due neri – Thomas Shipp e Abram Smith – impiccati a un albero a ispirare la penna di Abel Meeropol per la composizione della poesia Bitter Fruit.

Abel Meeropol non era un nero, ma un ebreo comunista che pubblicò i suoi versi sulla rivista New York Teacher e nel giornale comunista New Masses con lo pseudonimo di Lewis Allan.

«Gli alberi del sud danno uno strano frutto,
sangue sulle foglie e sangue sulle radici,
un corpo nero dondola nella brezza del sud,
strano frutto appeso agli alberi di pioppo.»

Strange Fruit divenne subito molto popolare negli ambienti della sinistra statunitense, tanto che, Barney Josephson, il proprietario del Café Society, primo locale ad aver eliminato la segregazione razziale a New York, incoraggiò Billie Holiday a usarla come finale delle sue esibizioni. Oramai Billie non era più solo una cantante d’amore, ma un vero e proprio simbolo nella lotta per i diritti civili.
«È come se un gioco di finzione fosse terminato e una cantante di blues, che finora aveva tenuto nascosto il vero dolore sotto una serie di canzonette d’amore, avesse sollevato il sipario e ci avesse rivelato cosa realmente l’ha fatta piangere. È un’opera d’arte incredibilmente perfetta che rovescia la relazione consueta tra una persona di spettacolo nera e il suo pubblico bianco. Le convenzioni di cortesia tra razza e razza sono sparite. Se mai la rabbia degli sfruttati dovesse raggiungere livelli sufficientemente alti negli stati del Sud, adesso ha trovato una sua Marsigliese» avrebbe scritto Samuel Grafton sul New York Post nel 1939.
I concerti al Café Society diedero solo il la alla notorietà di Strange Fruit, che da lì in poi sarebbe diventata la chiusa dei concerti della Holiday, uno strumento a volte di condivisione della medesima lotta civile e altre di disapprovazione.
In poco tempo il brano, nonostante la censura di etichette discografiche, riviste, radio e, soprattutto, di una parte della popolazione americana, conquistò l’animo di moltissimi ed ebbe un impatto bruciante sull’intera società.
Gradualmente l’orrore del razzismo e della violenza contenuto nella registrazione divenne uno dei simboli della lotta per i diritti dei neri e, ancora oggi, lo stato emozionale suscitato dall’ascolto di Strange Fruit è tale da destare in qualsiasi uditore l’impressione di trovarsi esattamente difronte a quei grossi, strani e amari frutti.

Sofia Trisolino

Fonti
Gioia T., Storia del Jazz, Savigliano, EDT, 2013

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