L'altro lato della didattica a distanza: intervista alla Prof. Valentina Chindamo

Millennials apr 14, 2021

Dopo più di un anno dallo scoppio dell’epidemia da covid-19 in Italia la situazione sembra essere ancora critica, sebbene l’inizio della campagna vaccinale possa apparire un tiepido scorcio della luce in fondo al tunnel. È tuttavia innegabile l’impatto che questa situazione ha avuto sui tantissimi aspetti della vita quotidiana: dalla difficile condizione economica in cui tantissimi nostri concittadini si sono improvvisamente ritrovati alla rinuncia di ognuno di noi ai contatti sociali con amici e parenti, sembra che la normalità tardi ancora ad arrivare. E tra regioni chiuse e bollettini in continuo aggiornamento, un grosso interrogativo rimane sempre la scuola, spesso al centro del dibattito per quanto riguarda il tema riaperture. Per avere un punto di vista interno abbiamo chiesto alla prof.ssa Valentina Chindamo un suo parere sulla situazione scolastica attuale, e in particolare sul risultato di quasi un anno di didattica a distanza.  Di seguito la sua intervista:

-Salve Valentina, e intanto grazie per la sua disponibilità. Cominciamo con una domanda generale: chi è lei?

Ok, parliamo di me, ma sarò molto breve. Sono laureata in Direzione Aziendale con un curriculum in Service Management presso l’Università degli studi di Verona. Appena laureata ho avuto la possibilità di lavorare come collaboratrice parlamentare per un deputato del Partito Democratico, dopo quella breve ma intensa parentesi, tre anni fa, ho iniziato ad insegnare Economia Aziendale alle superiori. Mi piace molto, credo sia uno dei lavori più belli del mondo. Purtroppo, in questi due anni è venuto meno quello che più mi interessa e mi appassiona del mio lavoro, cioè il rapporto con i ragazzi, ma resisto nella speranza torni tutto come prima, anzi, meglio di prima!

-Secondo lei, gli studenti che si sono diplomati alle superiori nel 2020 e nel 2021 sono o saranno svantaggiati per l’abbondante ricorso alla DAD durante il percorso scolastico rispetto sia ai loro coetanei europei, sia ai ragazzi più grandi di un paio d’anni?

Per rispondere a questo tipo di domanda bisognerebbe distinguere il tipo di scuola frequentata, la realtà del liceo è spesso molto differente rispetto a quella degli istituti tecnici o professionali. Il divario non è solo territoriale, ma anche socio-economico. Purtroppo nel nostro paese conta ancora troppo il contesto da cui si proviene; come si è letto nei giornali qualche settimana fa, l’ascensore sociale è rotto, ma non è stato il Covid a bloccarlo: è così da molto tempo. La scuola deve tornare ad essere la possibilità di poter fare il salto che la condizione familiare di provenienza spesso non permette. L’anno appena passato ha visto la sospensione delle prove Invalsi, quindi, sfortunatamente, non sappiamo con esattezza gli effetti provocati dalla didattica a distanza subita dai ragazzi, e per rispondere a questa domanda sarebbe stato utile avere questi dati. Per fortuna ci siamo accorti dell’errore e quest’anno le prove si stanno svolgendo: in questo modo sarà più facile comprendere gli effetti della pandemia sugli apprendimenti degli studenti.

Posso dire quasi con certezza, però, che chi si è diplomato l’anno scorso è stato molto più fortunato rispetto a chi si diplomerà quest’anno o l’anno prossimo. Ad un anno dalla chiusura delle scuole sembra non sia cambiato nulla: gli studenti, soprattutto quelli delle superiori, stanno collezionando mesi di didattica a distanza e quasi sicuramente un forte calo negli apprendimenti e nella motivazione. Per non parlare del benessere psicologico che la pandemia sta mettendo a dura prova. La pandemia ha colpito tutti, non solo i più fragili, anche chi a scuola è sempre andato bene ha perso qualcosa.

Un’altra cosa che posso dire con certezza è che mai avrei voluto essere nei panni di uno studente delle superiori, cerco sempre di mettermi al loro posto, ed io alla loro età avrei fatto davvero fatica ad affrontare tutto questo. Credo anche che la politica non stia facendo abbastanza per loro, e da amante della politica è davvero frustrante doverlo ammettere. La scuola dovrebbe essere la priorità di un paese che crede nel proprio futuro, e qua, oltre a non credere nel nostro futuro, stiamo tralasciando anche il nostro presente. Per me la quinta superiore è stato uno degli anni più belli, come bellissimi ed entusiasmanti sono stati gli anni dell’università. Non sono gli studenti che hanno crediti, abbiamo noi società un debito verso questi ragazzi, perché stiamo privando loro delle esperienze più belle di tutta una vita.

-Volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, in che aspetto specifico la Dad ha rappresentato un vantaggio rispetto alla didattica in presenza, che potrà essere valorizzato magari in una nuova "didattica del futuro"?

Facciamo così, ribalto forse la domanda, ma cerco di vedere il “bicchiere mezzo pieno”, prometto. La didattica a distanza potrà avere un risvolto positivo solo nel momento in cui decideremo di vederne i limiti e i problemi. Quando decideremo di non nascondere la verità sotto il tappeto forse la Dad potrà avere i risvolti positivi che tutti ci auguriamo. Fino a quel momento io continuerò a ritenere che la scuola in presenza sia attualmente l’unico strumento democratico che il mondo dell’istruzione può offrire.

L’Istat stima che circa 3 milioni di studenti italiani potrebbero aver avuto problemi ad accedere alla didattica a distanza per la carenza di connettività o di dispositivi. Avere una buona connessione per seguire le lezioni è fondamentale e, purtroppo, il nostro Paese non è al passo con gli altri stati europei. Per l’indice DESI, cioè l’indicatore che stima le capacità e le competenze digitali di cui dispone uno stato, siamo al 25° posto su 28 paesi. Servono investimenti verso questo fronte perché il divario digitale è diventato un ulteriore dimensione della povertà educativa. Quello su cui dobbiamo puntare non è la Dad ma la Didattica Digitale Integrata che prevede anche la presenza, non quello a cui stiamo assistendo adesso. Per fare una buona DDI serve formazione e non solo per i docenti, ma anche per gli studenti: essere nativi digitali non basta.

-Passiamo invece ad un altro aspetto: si è chiesto spesso agli studenti cosa provassero e come vivessero questa nuova scuola, in che modo influisse sulle loro giornate. Ma ora proviamo a vedere le cose da un altro punto di vista: voi insegnanti come l'avete vissuta? Cosa ha comportato questo stravolgimento improvviso sul piano lavorativo, ma anche personale?

Sinceramente credo che come gli studenti abbiano vissuto questa pandemia non sia stato preso più di tanto in considerazione, forse voi Millennials ne avete parlato molto, ma a livello nazionale ho sentito troppo poco la voce dei giovani. Per quanto riguarda me credo che quello che ho appena detto sia stato il motivo per cui non ho vissuto bene questi mesi. È mancato il pano B ad inizio anno, eppure gli esperti avevano avvisato che ci sarebbero state altre ondate! Nessuno ha pensato di mettere le scuole in sicurezza per permettere agli studenti di continuare a seguire le lezioni in presenza. Gli altri paesi hanno fatto di tutto per tenere le scuole aperte, pur con le loro restrizioni, hanno dato priorità agli studenti. Un segnale chiaro a tutti. Da noi si è fatto il contrario, si è data la priorità a tutto il resto, relegando gli studenti delle superiori nelle loro stanze per mesi. Questo a me, da insegnante, ha fatto male. Per me la scuola non può essere questa, dovrebbe essere il centro di tutto, non la prima cosa a chiudere e l’ultima a riaprire.

È con la scuola e nella scuola che possiamo invertire l’infelice primato del nostro Paese sulla dispersione scolastica che ad oggi è al 13,5%, siamo i peggiori in Europa. E non è l’unico triste primato, siamo tra i peggiori anche per numero di laureati e per quantità di Neet, ragazzi che non lavorano, non studiano e non si formano. Un paese che non mette al centro la Scuola, e con questa intendo gli studenti, è un paese che non crede nel proprio futuro. Io ho scelto di insegnare perché, al di la della materia che insegno, quello che mi piace è il rapporto con i ragazzi. Stare in classe insieme a loro, guardarli crescere e accompagnarli negli anni più complicati e più importanti della loro vita è la bellezza di questo mestiere. È da due anni che non faccio più il lavoro che ho scelto (la dad è altro), e mi manca.

A cura di:

Alessandro Carancini, Cecilia Ferrari

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