Marco Zini

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L’invenzione dell’agricoltura ha portato l’uomo a stanziarsi, sorpassando il nomadismo, creando quindi delle comunità. Man mano che le conoscenze sono progredite si è giunti alla formazione di villaggi e poi vere e proprie città con il passare dei secoli. Da piccoli stanziamenti rurali immersi nella natura si è passati a veri e propri nuclei cittadini che in molti casi in epoche più avanzate non davano molto spazio al verde urbano. Sebbene questo ragionamento sia valido per una grandissima casistica, nella storia vi sono state eccezioni nel corso dei secoli come il caso dei Giardini Pensili babilonesi, forse la più celebre e moderna delle applicazioni di verde ornamentale, senza nulla togliere poi ai celebri parchi londinesi del ‘800. La vera e propria urbanistica nasce nell’Ottocento con l’iconica costituzione dei boulevard parigini progettati appositamente per le incursioni militari in caso di rivolta popolare che hanno ridotto lo spazio disponibile per il verde ornamentale ed hanno impostato i dettami del successivo secolo. Infatti se si fa mente locale alla progettazione del verde urbano l’immagine a cui si fa più spesso riferimento è senz’altro quella di un lungo viale provvisto di grandi  alberature laterali costituti, per esempio, frequentemente da platani. Ma quali sono le funzioni di una pianta in ambiente urbano e in quale modo l’organismo vegetale interagisce con l’ecosistema antropico?

Le piante in ambiente urbano: croce e delizia

I benefici dati dalla presenza di piante, in particolare arboree, in un ecosistema antropico sono senza dubbio quelli relativi al miglioramento della temperatura e della sua percezione. Gli alberi, oltre a schermare fisicamente la radiazione solare proiettando la propria ombra, liberano vapore acqueo svolgendo una spiccata azione termoregolatrice di cui tutti noi abbiamo esperienza  se passeggiamo in un parco durante una giornata afosa. Inoltre gli organismi vegetali sono in grado di assorbire l’anidride carbonica e le emissioni nocive derivanti dai mezzi di trasporto a combustibili fossili e, nel caso di sempreverdi, provenienti dagli impianti di riscaldamento domestici. In taluni casi fungono anche da buoni fonoassorbenti riducendo quindi non solo l’inquinamento atmosferico ma anche quello acustico, grande problema delle città odierne. Alla luce dei fatti risulta quindi vantaggiosa l’applicazione di verde ornamentale in ambito urbanistico ma per raggiungere risultati ottimi è necessaria una corretta gestione della pianta che spesso purtroppo latita in Italia e non solo. Questa mancanza è dovuta sia ad errori grossolani svolti in sede di progettazione come nel caso di errato posizionamento del materiale vegetale o addirittura errata scelta della tipologia di pianta da utilizzare in quel contesto. A peggiorare la situazione vi è la cattiva manutenzione successiva alla piantumazione che provoca spesso stentata crescita, morte o rischi gravi per la cittadinanza. Risulta evidente come una pianta, già stressata dall’ambiente certamente non ideale come un contesto urbano caratterizzato da urti e scarsa qualità del suolo, non riesca a garantire quegli obiettivi sopracitati se non è in grado di svilupparsi adeguatamente. Ciò per cui sono tristemente note le alberature cittadine sono senza dubbio gli incidenti, talvolta anche mortali, occorsi in seguito a forti precipitazioni e raffiche di vento molto intense. Ogni qualvolta una di queste fatalità accade ritornano sempre come un mantra considerazioni circa come rendere più sicuri questi alberi e cosa si poteva fare per evitare tutto ciò. Alcune delle risposte sono già evidenti al lettore più attento nel testo sovrastante ma alcune precisazioni devono essere aggiunte per comprendere appieno come sia possibile che spesso e volentieri si assista a episodi di questa entità.

Capitozzatura: un crimine contro natura

Il motivo principale del succedersi di questi eventi risulta essere la cattiva gestione delle amministrazioni pubbliche, non solo per quanto riguarda la rapida rimozione delle situazioni più pericolose nel breve periodo, bensì la cronica assenza di lungimiranza nell’operare nel settore del verde urbano. Oltre alle sopracitate mancanze dal punto di vista della progettazione, bisogna annoverare anche la mancata o inadeguata manutenzione post-impianto che provoca certamente un ulteriore stress per la pianta facilitando l’attacco di patogeni in grado di minare la loro stabilità. Ma a dare il colpo di grazia a questo già malandato quadretto è senza dubbio la gestione della potatura. Le amministrazioni tendono infatti a stanziare pochissimo budget a questo importantissimo aspetto della gestione prediligendo manutenzioni scorrette ma più rapide ed economiche che mettono in serio pericolo la cittadinanza. La tecnica prediletta in caso di potatura in ambito urbano è la capitozzatura, ovvero l’effettuazione di un taglio nello spazio posto fra due gemme consecutive, che ridurre a zero la possibilità per la pianta di cicatrizzare la ferita, la quale si basa sulla apposizione di tessuto e compartimentalizzazione  analogamente a quanto accade per l’uomo con le piastrine. In questo frangente essa non riesce a reagire in tempi rapidi creando, di conseguenza, una vera e propria autostrada per specifici patogeni vegetali di natura fungina. Questi infatti provocano le cosiddette carie che altro non sono che porzioni di tessuto vegetale decomposto e privo di ogni caratteristica di resistenza meccanica. I sintomi spesso si evolvono nella formazione di vere e proprie cavità vuote nell’area interessata non in grado di fungere da supporto. Nella figura sottostante un esempio pratico di capitozzatura nella quale le linee rosse rappresentato alcuni tagli tipici di questa tecnica.

Successivamente la pianta, arginata temporaneamente la ferita, emette dei particolari germogli definiti succhioni caratterizzati da una spiccata verticalità che causa una stabilità decisamente inferiore rispetto ai normali rami. Questo insieme di circostanze (formazione di carie nel legno e di succhioni) aumenta di molto il rischio di cedimenti strutturali da parte dell’organismo o di sue porzioni. Alex Shigo, il più illustre esponente dell’arboricoltura ornamentale, che per anni ha studiato la fisiologia delle piante e la corretta esecuzione dei tagli di potatura ha definito questa pratica “un crimine contro natura” [1] descrivendo in maniera esemplare come essa danneggia l’organismo vegetale in maniera severa e spesso irreversibile. E’ stimato infatti che l’ammontare dei danni causati da episodi di cedimento delle alberature sia economicamente maggiore rispetto al costo di una gestione che non preveda la capitozzatura. A rendere la situazione paradossale è il fatto che sono proprio le amministrazioni locali coloro i quali devono farsi carico delle spese di risarcimento della parte lesa in casi di danni a terzi.

Negli ultimi anni sta però aumentando la consapevolezza riguardo a questo tema anche fra i cittadini più ignari ai quali salta all’occhio, non tanto l’aspetto tecnico-gestionale o quello legato al rischio eventuale ,bensì quello  estetico infatti un albero sulla quale è stata effettuata una potatura di questo tipo perde la sua funzione decorativa ornamentale che è uno degli aspetti più importanti per il decoro cittadino. Non sono quindi le piante ad uccidere come annuncia qualche giornalista ma spesso la fatalità unita ad una inappropriata cura di un elemento importante della città i veri colpevoli di queste tragedie.

Marco Zini

BIBLIOGRAFIA:

[1],  A.Shigo, 1991. Modern Arburiculture: Touch Trees