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Il problema di un rapporto “ambiguo”

Il mondo dell’educazione è, da sempre, un quadro di difficile componimento; è complesso accostare le tonalità, creare i giusti contrasti, affinché docenti e alunni, protagonisti della stessa opera, possano essere legati da un’alchimia che renda il significato voluto dall’artista, comprensibile, utile, in grado di “insegnare a vivere”.
La difficoltà di questi rapporti nasce, innanzitutto, nel riuscire a trovare il giusto equilibrio, la giusta vicinanza fra due figure che vivono in una relazione di subordinazione: dare del “lei” piuttosto che del “tu” è veramente, come si pensa, una forma di rispetto o è una forma di convenzione sociale? E, qualora la risposta fosse la prima, perché gli inglesi, così ligi all’etica e al galateo, usano la seconda persona in maniera quasi del tutto incondizionata?
Ebbene, forse qualcuno potrebbe cercare di rispondere basandosi sulla differenza “nativa” delle due lingue, una di ceppo germanico e una di origine latina. In questo caso, appellandosi alla Linguistica Generale, e in particolare al principio di arbitrarietà del segno linguistico «il rapporto fra significante, forma, e significato, contenuto, è basato su una convenzione» (1),si può affermare che la stessa forma del “lei” non è altro che un patto volto allo scopo di sottolineare un ruolo gerarchico all’interno di una piramide sociale.
Sebbene detentore di un privilegio dovuto a un maggiore prestigio, il ruolo del docente viene spesso sminuito da un atteggiamento di sfida di chi si trova nella posizione inferiore, quasi fosse un gesto di rivolta all’interno di una serenità costruita su regole e disciplina; giusto o sbagliato che sia, tale fenomeno ha matrice diversa in base all’epoca storica, un esempio sono le rivolte studentesche del 1968, ma è oggi a presentare un vero e proprio problema, sia per gli insegnanti che per gli alunni.
Com’è possibile che spesso, specialmente tramite social, assistiamo ad un “rovesciamento della medaglia” e ad una sempre maggiore derisione di una figura che, fino a pochi decenni fa, incuteva rispetto, se non timore? E com’è possibile che, al contempo, quasi fosse un effetto “boomerang”, siano numerosi i casi di “abuso di potere” in cui tanti ragazzi vengono derisi, se non umiliati e costretti, spesso, a subire danni permanenti all’autostima? Può esistere un modello di insegnante perfetto? È una domanda ricorrente, che porta ad una riflessione spesso toccata da pedagogisti e filosofi, tra cui Rousseau con il suo romanzo pedagogico “Émile ou De l'éducation”. Pubblicato nel 1762, l’opera, attraverso una “cornice narrativa”, porta all’esposizione di una teoria pedagogica basata sulla liberazione degli stimoli della società nell’educazione del bambino. John Dewey, filosofo statunitense, fondatore della corrente dell’attivismo, affronta un nuovo modello di vivere la scuola, più libero e puerocentrico che venne portato in Europa dallo psicologo e pedagogista svizzero Edouard Claparède.

Mentre le teorie attivistiche si diffondevano in tutto il mondo, sulla loro scorta in Italia emerse la figura della pedagogista e medico Maria Montessori. Con il suo operato e la nascita delle “Scuole Montessoriane” diede un grosso contributo all’applicazione di una didattica innovativa; ciò nonostante permase una linea di contrapposizione, come quella del filosofo italiano Giovanni Gentile, sospettoso di quei “motti rivoluzionari” e persisté con una linea più conservatrice, creando un forte dibattito su quale fosse il metodo migliore da applicare al mondo scolastico.

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Il rispetto diviene sempre di più una forma di tabù

Non è una rarità sentire professori raccontare delle proprie esperienze con le classi, di come tra una ventina di persone spesso se ne salvino tre o quattro e di come il rispetto sia ormai un atteggiamento sempre più in disuso, un tabù. “La colpa è delle famiglie” affermano, “la colpa è dei professori che non li sanno gestire” controbattono quest’ultime: ma la colpa allora di chi è? Liti, lettere, colloqui, uffici di un preside, che probabilmente preferirebbe essere altrove e non in una sorta di riproduzione scolastica del programma “Forum”, e tutto per questa parola: rispetto.
Dal dizionario Palazzi Folena, la parola ha come primissima accezione quello di “atteggiamento di riconoscimento del valore intrinseco delle prerogative e dei diritti di persone, cose e istituzioni”, poniamoci allora tale domanda, perché tale sostantivo viene riportato su un manuale di uso comune quando nella vita quotidiana, in cui dovrebbe rappresentare una base solida per vivere in società, viene del tutto ignorato? È un problema di comprensione o del fatto che sempre di più viviamo in una società che mostra modelli di comportamento sbagliati?

Il 24 giugno 1998 viene emanato con il decreto 249 del Presidente della Repubblica, su iniziativa del ministro Berlinguer attraverso le consulte di studenti provinciali, lo “Statuto degli studenti e delle studentesse” che verrà modificato il primo novembre 2007. Con questo viene introdotto il “Patto educativo di corresponsabilità”, nel quale vengono redati, in maniera dettagliata, i diritti ed i doveri dell’istituzione scolastica nei confronti delle famiglie e degli studenti.

Lo scopo dello Statuto, composto da sei articoli, è quello di stabilire un sistema equilibrato di diritti, basato su regole condivise e che portano al benessere reciproco e ad una maggiore trasparenza e responsabilità nei confronti di entrambe le parti.

L’importanza della figura dell’insegnante nella vita

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Fin dall’infanzia, il bambino si approccia al genitore per poter creare un modello di vita sul quale creare una propria identità: esso diventa un punto di riferimento, sia positivo che negativo, che aiuta nell’intraprendere le proprie scelte e ad iniziare il cammino per la scoperta dell’identità personale che dura per quasi tutto il periodo adolescenziale, se non oltre.
L’insegnante, da questo punto di vista, ha un’importanza essenziale nella riscoperta personale del ragazzo: l’adolescenza è vista dalla psicologia come uno dei momenti critici ma decisivi per la  crescita, la maggior parte dei problemi e delle incomprensioni nascono nell’ambiente scolastico. Qua il quadro sociale non è “naturale” come quello familiare, nel quale viene creato un legame sin dalla nascita, ed è per questo motivo che vi sono frequenti episodi di ribellione, di crisi interiore e di bisogno di sentirsi “parte di un gruppo”; è un ambiente che prepara alla vita al di fuori dei “banchi” e permetterà la formazione di persone consapevoli, dalla mente libera.
La figura dell’insegnante funge, in un certo senso, da “mentore” per i ragazzi perché  li guida in un percorso così difficile e complesso, finalizzato al trovare un proprio posto nel mondo ed è per questo motivo che tale professione è al contempo complessa e fondamentale. Dal latino “doceo”, insegnare viene anche riportato con l’accezione di “mostrare” ed è proprio ciò che caratterizza questo mestiere, il voler indicare il cammino verso la vita.

Aurora Sguassero

Note
(1) “La linguistica,un corso introduttivo”,seconda edizione di Gaetani Berruto e Massimo Cerruti UTET Università.

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