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Di Flavio De Pascali

L’Atene classica è considerata – a buon diritto – la culla della democrazia. Le basi per l’attuazione di tale forma di Governo, che vedrà la propria compiuta realizzazione nel V secolo, vengono poste nel 508 a.C. – tale data segna convenzionalmente anche l’inizio del cosiddetto periodo della Grecia classica – da Clistene il quale, sulla scia delle riforme portate avanti da Solone, operò una poderosa revisione delle istituzioni cittadine. Questi creò la Bulè, l’Assemblea costituzionale dei cinquecento che fu perno della vita futura della città attica, riformò il sistema tribale, introdusse la celeberrima pratica dell’ostracismo e applicò il metodo del sorteggio all’elezione di buleuti e magistrati guardandosi bene, tuttavia, dal permettere che un metodo di elezione così aleatorio fosse applicato al collegio degli strateghi onde evitare che persone del tutto incompetenti potessero giungere al potere senza avere la capacità di gestirlo adeguatamente.

Nel 2018 Beppe Grillo lancia, dalle colonne del proprio blog, l’ennesimo attacco alla democrazia rappresentativa. Per farlo, oltre a riportare alcuni casi di applicazione della demarchia nel mondo contemporaneo, cita proprio l’esempio ateniese. Ovviamente tralascia che il sistema ateniese – nel frattempo passato attraverso la riforma di Efialte – non impedì a Pericle di tenere ben saldo il timone della città per decenni e che – ironia della sorte e della storia – proprio Pericle introdusse il salario per coloro che ricoprivano incarichi pubblici. L’invettiva del comico genovese, del resto, si muove lungo schemi ben noti. È l’ennesima riflessione vagamente filosofeggiante che dice poco o nulla, lancia domande nel vuoto, piega la storia ai propri scopi, ha intorno a sé un enorme alone di vaghezza ma sceglie un titolo dal forte impatto comunicativo che possa diventare facilmente virale ed essere condiviso allo spasmo nella galassia su cui rimbalzano le notizie ed i temi dettati dal network afferente alla Casaleggio Associati.

Piuttosto che imparare l’utilizzo della macchina statale – è recente la notizia che il Ministro Di Maio, per un’intera legislatura vice-presidente della Camera, ha giustificato il ritardo del decreto dignità asserendo che: “sta girando tra bollinature e mille altre cose che scopro solo ora” – il Movimento preferisce dare in pasto al web la flebile utopia di un domani in cui la casta, eterno capro espiatorio di ogni male e verso cui è necessario rivolgere ogni improperio possibile, sarà finalmente abbattuta. Verrà un domani in cui il tiranno sarà stato abbattuto e – come Alceo alla cacciata di Mirsilo – potremo bere e brindare all’avvento del nuovo sol dell’avvenire. Il tutto, chiaramente, con una precisione chirurgica in modo che l’eco mediatico copra l’evidenza ossia che il M5S, una formazione politica che cinque anni fa doveva aprire il Parlamento come una scatoletta e che ora ha occupato tutte le poltrone possibili tra Camera e Senato, è succube e biecamente complice delle politiche leghiste.

Più che la democrazia ateniese, tuttavia, di fronte al governo Conte sarebbe meglio rispolverare un altro frammento dell’antichità classica. In un passo delle Storie, Polibio, seguendo la teoria della ananciclosi, spiega come la democrazia, se nelle mani sbagliate, possa agilmente mutare in oclocrazia, nello scriteriato dominio degli appettiti delle masse. Il grande storico afferma: quando subentrano al potere dei giovani e la democrazia viene trasmessa ai figli dei figli di questi, non tenendo più in gran conto, a causa dell’abitudine, l’uguaglianza e la libertà di parola, cercano di prevalere sulla maggioranza […] Desiderosi dunque di preminenza, non potendola ottenere con i propri meriti e le proprie virtù, dilapidano le loro sostanze per accattivarsi la moltitudine, allettandola in tutti i modi. Quando sono riusciti, con la loro stolta avidità di potere, a rendere il popolo corrotto e avido di doni, la democrazia viene abolita e si trasforma in violenta demagogia”. Questo passaggio, nella sua limpido fulgore, ci ammonisce circa la deriva che una politica populista, che parla alla pancia e non alla mente, che si basa soltanto sulla violenta soddisfazione degli appetiti primari, che gioca sulla paura e proprio da essa trae legittimazione, può far prendere allo Stato.

La soluzione allora non è meno politica. La soluzione non è la messa al bando di ogni classe dirigente e nemmeno un improbabile sorteggio. La soluzione è soltanto una classe politica migliore, competente, che abbia davvero a cuore le sorti del Paese, una classe dirigente che non sia formata da una massa di miracolati all’assalto dello Stato. Purtroppo, come diceva Antonio Gramsci, la storia insegna ma non ha scolari.