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Di Federico Baio e Daniele Dionisi

Salire sul carro dei vincitori non equivale a salire su quello dei giusti, così come appartenere alla categoria degli sconfitti non vuol dire essere associati necessariamente ai perdenti.

Il confine è molto più labile del 60/40 delineato dal Referendum costituzionale, tal è che si dimentica spesso che, in una democrazia rappresentativa come la nostra, ogni decisione finisce per coinvolgere tutta la popolazione senza discriminazione politica di sorta. Ebbene, malgrado per i detrattori della riforma sia trascorso più di un anno dal quel fatidico 4 dicembre, ciò non è stato invece per i sostenitori del “Sì”, i quali, da ben 525 giorni (il riferimento è ovviamente contestualizzato alla data in cui mi accingo a scrivere queste brevi seppur amare parole), vivono in un costante senso di malessere e rifiuto verso una realtà che stentano a riconoscere come propria. Non mi stupirebbe se addirittura qualcuno si sia sottoposto a sedute di psicoterapia per riprendersi dall’amara débâcle.  Allora, forse, risulta opportuno tornare sui propri passicercando al tempo stesso di carpire luci e ombre di un processo che, nel bene e nel male, avrebbe significato molto per il futuro di questo Paese, nonché un primo e significativo passo volto a colmare il gap quasi strutturale con gli altri Stati di vertice.

La questione referendaria era semplice nei suoi punti; essa sostanzialmente prevedeva: la riforma del Senato (con la contestuale trasformazione del bicameralismo paritario in bicameralismo differenziato), lo snellimento dell’iter legislativo e la limitazione delle cosiddette “navette parlamentari”, il risparmio dei costi della politica – connessi alla diminuzione del numero dei senatori, l’abolizione del CNEL e in ultimo il superamento dei conflitti di attribuzione sollevatesi dopo la riforma del Titolo V della Costituzione del 2001.

Rimandando per il momento l’analisi di ciascuno dei punti appena esposti, emerge già da una prima lettura superficiale, quanto incisivamente la Riforma avrebbe modificato l’assetto istituzionale allora in vigore. E delude ancor di più il fatto che il dibattito si sia spostato sul grado di “simpatia”, per utilizzare un eufemismo, dell’allora Presidente del Consiglio in carica, Matteo Renzi (per colpa di entrambi gli schieramenti, sia ben chiaro). Si è addirittura arrivati a parlare di “deriva autoritaria”, accusa mossa altresì da individui che la dittatura l’hanno affrontata solo sui libri di storia (forse), e poco consola il fatto che la partecipazione al dibattito abbia incanalato gli interessi degli italiani per più di due mesi. Le “chiacchiere da bar“ per quanto stimolanti esse possano essere, rimangono comunque realtà in cui la disinformazione risulta il primo bias alla formazione di un giudizio obiettivo sui punti posti all’attenzione dell’elettore. Solo attraverso questo filtro si può spiegare come sia stato possibile confermare il numero di senatori nonostante la retorica anti-sistemica di questi tempi.

E ciò conduce ad una più amara verità: lo sviluppo di un pensiero critico è processo sempre più estraneo all’elettore medio, condizionato e distorto da logiche di partito che non gli appartengono e sicuramente non comprende fino in fondo. Menzione particolare andrebbe pure fatta in relazione alla molto presunta imparzialità dei mass media e allo scarso controllo delle dinamiche delle nuove piattaforme digitali quali Facebook e Twitter, per citare giusto le due maggiori (si guardi allo scandalo dei falsi account russi).

Una campagna che ha assunto sfaccettature associate maggiormente alle sfumature militari della parola stessa, collegata ad una violenza verbale non giustificata e non giustificabile in un’epoca storica in cui di frequente la libertà di espressione travalica i confini del senso civico e del buon costume, in cui tutti ci sentiamo un po’ giudici e un po’ giustizieri senza avere la ben che minima competenza in materia. Ma prima di saltare immediatamente alle conclusioni è fondamentale analizzare, punto per punto, ciascuno dei quesiti su cui gli italiani sono stati chiamati ad esprimersi ormai un anno e mezzo fa.

Il primo punto da analizzare, per cercare di capire perché l’Italia sia ferma, non al 4 marzo 2018, giorno delle elezioni politiche, ma al 4 dicembre 2016, è sicuramente il superamento del bicameralismo paritario e perfetto, un caso raro tra le democrazie occidentali.

Quando parliamo di crisi politiche, istituzionali e di stabilità di governo, infatti, è utile ricordare che la possibilità di avere solo una delle due Camere rappresentativa delle percentuali emerse dalle elezioni, sarebbe un motivo valido per l’adozione di un sistema maggioritario che garantirebbe, di conseguenza, certezze nella formazione di un governo, e una maggiore stabilità politica.

Il sistema monocamerale, con la Camera dei deputati ad esercitare potere legislativo, ed il Senato rappresentativo delle regioni e degli enti locali, doveva essere successivamente accompagnato da una riforma della legge elettorale in senso maggioritario (Italicum), successivamente bocciato.

I lasciti di questa bocciatura sono ben visibili oggi, nel momento i cui le due forze politiche con le più alte percentuali, il m5s ed il centro destra, trovandosi in un sistema proporzionale, non riescono a trovare la via per la formazione di un Governo.

Più nello specifico, la modifica del Senato avrebbe posto fine al bicameralismo perfetto. La Camera dei deputati sarebbe diventato l’unico organo eletto dai cittadini a suffragio universale diretto e l’unica assemblea ad approvare le leggi ordinarie e di bilancio e accordare la fiducia al governo.

Il Senato, definito Senato delle regioni, sarebbe diventato un organo rappresentativo delle autonomie regionali: la sua funzione principale doveva essere di coordinamento tra lo Stato e gli enti locali. Avrebbe anche  espresso emendamenti e pareri sui progetti di legge approvati dalla Camera e proporre modifiche entro 30 giorni, con possibilità di non accoglimento.

La funzione legislativa sarebbe stata esercitata collettivamente dalle due Camere solo per le leggi costituzionali, per le minoranze linguistiche, il referendum popolare, per le leggi elettorali, per i trattati con l’Unione europea e le norme che riguardano i territori.

I senatori avrebbero comunque partecipato all’elezione dei componenti del Consiglio superiore della magistratura e dei giudici della Corte costituzionale. I cinque giudici della Consulta di nomina parlamentare eletti separatamente dalle due Camere: al Senato  due, ai deputati tre.

All’elezione del presidente della Repubblica non avrebbero invece più preso parte i delegati regionali e sarebbe cambiato il sistema dei quorum: per i primi tre scrutini necessaria  maggioranza dei due terzi dei componenti, dal quarto scrutinio la maggioranza dei tre quinti dei componenti, dal settimo scrutinio la maggioranza dei tre quinti dei votanti (non più degli aventi diritto). Attualmente, per i primi tre scrutini è necessaria la maggioranza dei due terzi dei componenti, mentre dal quarto scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta. Sarà il presidente della Camera (e non più del Senato) a sostituire il presidente della Repubblica ‘ad interim’.

Punti che sicuramente non riguardano questioni prettamente istituzionali, ma che hanno comunque un grande peso sullo stato della democrazia in qualsiasi Stato, sono le norme che regolano i referendum e la possibilità di portare un’istanza dei cittadini direttamente in Parlamento, ovvero disegni di legge di iniziativa popolare; veniva quindi modificata la modalità con cui i cittadini possono richiedere l’indizione di referendum abrogativi e proporre leggi d’iniziativa popolare. Per i referendum abrogativi erano previsti due tipi di quorum. Se i cittadini che propongono il referendum abrogativo sono 500mila, il quorum resta del 50 per cento più uno degli aventi diritto al voto. Se, invece, i cittadini che propongono il referendum sono 800mila, il quorum si riduce al 50 per cento più uno dei votanti alle ultime elezioni politiche.

Per proporre una legge d’iniziativa popolare, poi, le firme passavano da 50mila a 150mila ma si stabiliva anche che la deliberazione della Camera sulla proposta dovesse avvenire entro termini certi e passaggi definiti dai regolamenti parlamentari. Venivano inoltre introdotti il referendum propositivo e di indirizzo, da disciplinare con leggi successive.

Sempre nell’ambito della modernizzazione delle istituzioni, e della ripartizione delle loro competenze, si inserisce la riforma del Titolo V: sarebbe cambiata la divisione di competenze legislative tra lo Stato e le Regioni, con una riduzione delle competenze di queste ultime e una maggiore chiarezza sui ruoli di Stato e autonomie locali. Una ventina di materie sarebbero tornate alla competenza esclusiva dello Stato. Ambiente, gestione di porti e aeroporti, trasporti e navigazione, produzione e distribuzione dell’energia, politiche per l’occupazione, sicurezza sul lavoro, ordinamento delle professioni, beni culturali e turismo, sono solo alcuni degli esempi.

La Riforma avrebbe soppresso la competenza concorrente, con una redistribuzione delle materie tra competenza esclusiva statale e competenza regionale.  Era inoltre prevista l’introduzione di una ‘clausola di supremazia’, che avrebbe consentito alla legge dello Stato, su proposta del Governo, di intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica ovvero la tutela dell’interesse nazionale.

Allora la riforma venne tacciata di “svolta autoritaria” da tanti, giornalisti, costituzionalisti e politici. La realtà per fortuna ci riporta con i piedi per terra, ed oggi scopriamo che nel “contratto per il governo del cambiamento” tra m5s e Lega, ci sono abolizione del CNEL, riforme istituzionali, e una serie di provvedimenti che, questa volta davvero, sanno di “regime”. Due esempi? Vincolo di mandato e “comitato di riconciliazione con potere decisionale parallelo al governo”. Più che di terza Repubblica, si dovrebbe parlare di Repubblica del populismo, quella dove sparisce l’ART 67 della Costituzione, ed appare il vincolo di mandato (e 100000 euro di multa), quella dove se c’è una crisi nella maggioranza la risolve un comitato parallelo al governo (di fatto un governo bis). In barba a chi credeva davvero di difendere la Costituzione, oggi ci sono due forze politiche che rappresentano quasi il 50% del paese, che quella Costituzione non la rispettano e vorrebbero stravolgerla.

L’italia è ferma, non al 4 marzo 2018, ma al 4 dicembre 2016, perchè quel referendum non era il referendum Boschi-Renzi, era il referendum di tutti per sbloccare l’Italia.