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Di: Giovanni Odone

Distante 8.352 km da Roma, Caracas è la capitale di uno dei paesi più importanti in tutto il Sud America.

Ricco di risorse petrolifere e minerarie, il Venezuela è oggi al centro dell’attenzione internazionale a causa della forte crisi democratica che il paese sta attraversando. Se però ripercorriamo i fatti, vediamo che già molti mesi fa la situazione era veramente al limite; scontri, incarcerazioni e ingenti mancanze alimentari erano quasi all’ordine del giorno.

Il 23 gennaio si è arrivati al limite e così il leader dell’opposizione, Juan Guaido, si è autoproclamato presidente del Venezuela, pronto a prendere pieni doveri e poteri, per ristabilire la democrazia nel paese; ma la vera crisi inizia adesso.

I grandi player internazionali non si sono fatti attendere e dopo pochissimo arrivano le prime dichiarazioni. Certi di un forte dissenso nei confronti dell’attuale presidente Maduro, gli Stati Uniti hanno da subito appoggiato la battaglia di Guaido, non lasciando intendere però le modalità di supporto al giovane leader.

Appoggio subito aspramente criticato dalla Russia di Putin, che difficilmente però, lascerà deteriorare l’intesa con Trump, da una questione di relativa importanza geopolitica, come quella venezuelana. C’è poi l’intervento dell’Unione europea, che con una mozione del Parlamento europeo, riconosce come Presidente ad Interim il giovane Juan Guaido. Una mozione però, priva di molti voti firmati 5stelle, lega e PD; è l’Italia infatti, l’unico paese dell’UE che continua ad avere una posizione assolutamente neutrale verso la situazione in Venezuela, non supportando il Presidente Maduro ma nemmeno riconoscendo Juaido come Capo di Stato.

La soluzione che l’Unione europea propone, è un ritorno alle urne a livelli nazionali, potendo così mettere alle strette il presidente Maduro e far ottenere a Guaido l’ incarico che comunque conta su un enorme consenso popolare. L’Italia decide però di stare a guardare, quasi ignorando il grandissimo numero di italiani presenti in Venezuela; una scelta che non fa risplendere il nostro Paese e tanto meno la nostra politica estera. Lo spettro di una guerra è onnipresente nelle crisi democratiche ed è sicuramente il peggior scenario che si possa verificare; proprio per questo motivo, l’UE e l’Italia dovrebbero affermare con forza il ritorno alle urne.