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Di Francesca Ferrini

Quando si parla di povertà si tende a pensare ai Paesi in via di sviluppo, il problema però riguarda anche l’Occidente, la nostra Europa e il nostro Paese. Basta vedere i numeri del rapporto Istat diffuso a luglio che si riferisce al 2016. Sono 4,7 milioni i residenti in Italia che vivono in condizioni di povertà assoluta. Un andamento in linea con i dati 2015 e che interessa in misura maggiore gli under 34 e le famiglie con tre o più figli minori. Un dato che sale a 8,4 milioni di persone se si considerano anche i soggetti che vivono in condizioni di povertà relativa.

Il tema della lotta alla povertà è dunque giustamente in cima all’agenda politica dei Governi di questa legislatura. Ma come si combatte la povertà? Nel rispetto di quanto recita l’art. 1 della nostra Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.” Ogni intervento deve dunque tamponare la condizione di povertà e sostenere gli individui nella ricerca di un lavoro, nell’apprendimento e nella formazione perché è solo tramite il lavoro che il cittadino può vivere adeguatamente ma anche realizzarsi singolarmente e all’interno della società.

Nel mese di luglio il Governo ha dato il via ad un intervento che, con una dotazione di 2 miliardi di euro, permetterà di erogare un contributo mensile (fino a 485 euro) per chi è sotto la soglia di povertà assoluta, dando precedenza ai nuclei familiari con figli minori e ultra 55enni senza lavoro, coinvolgendo circa 600 mila famiglie. E’ il cosiddetto Reddito di inclusione. Non a caso è stata scelta questa parola, inclusione, che rappresenta la condizione in cui tutti gli individui vivono in uno stato di equità e di pari opportunità, indipendentemente dalla presenza di condizioni di ritardo.

Lo scopo del Reddito d’inclusione è prendersi carico delle persone per farle uscire dalla condizione di bisogno attivando un sostegno economico limitato nel tempo (massimo 18 mesi) e servizi sul territorio di residenza per favorire l’inserimento al lavoro. Insomma uno strumento che funziona se, passati i 18 mesi, le persone non ne avranno più bisogno. I criteri per accedere sono molto stringenti e sono previsti diversi parametri per stabilire l’entità del contributo.

Si capisce dunque come si stia parlando di un intervento totalmente diverso nella filosofia, nel funzionamento e nella dimensione rispetto al Reddito di cittadinanza che è parte fondante del programma del M5S. Il Reddito di cittadinanza è pensato innanzitutto come un provvedimento universale e non selettivo. Inoltre necessiterebbe di 15 miliardi di euro di stanziamento annui, cifra assolutamente incompatibile con il nostro bilancio pubblico che sarebbe destinata a crescere negli anni.

Ma il rischio più grande sarebbe quello di provocare atteggiamenti opportunistici nelle persone, disincentivando la ricerca di un lavoro, rendendo conveniente il lavoro in nero e creando dunque un sistema di welfare passivo e assistenziale.

Proviamo solo ad immaginare se disponessimo davvero di queste grandi risorse sul bilancio pubblico, quanto si potrebbe fare in termini di politiche attive: aiutare i giovani che vogliono far partire start up e diventare imprenditori, sostenere la ricerca e l’innovazione, tagliare il costo del lavoro e rendere più conveniente assumere giovani per le imprese…

Non abbiamo bisogno di assistenzialismo né di demagogia ma di una Italia piena di opportunità soprattutto per la nostra generazione.

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.” Non dimentichiamocelo mai.