Cecilia Ferrari

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In questi giorni si è sentito parlare molto, oltre che di coronavirus, di Ungheria. Questo perché il Parlamento ungherese, il 30 marzo 2020, ha approvato una legge che permette al primo ministro Viktor Orbán e al suo governo di emanare leggi senza passare attraverso l’approvazione del Parlamento, la cui attività è sospesa. La decisione è stata giustificata dalla necessità di gestire l’emergenza Covid-19 con quanta più velocità ed efficienza possibile.

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L’opposizione, formata principalmente da parlamentari del Partito Socialista ungherese, ha denunciato l’inizio di una dittatura. Perfino il partito nazionalista Jobbik, più a destra di Fidesz, il partito di Orbán, ha accusato il governo di avere commesso un “colpo di Stato”. Il timore causato dalla chiusura del parlamento è che, una volta finita l’emergenza coronavirus, questa legge “speciale” non venga revocata, dal momento che è stato stabilito che per ritirarla serviranno l’approvazione di 2/3 del parlamento e la firma del presidente. In altre parole, se non per volere del governo stesso, sarà impossibile revocare questa legge: Orbán, insieme al Partito Popolare Cristiano Democratico, suo alleato di governo, conta 134 seggi su 199.
Nonostante questi poteri siano stati affidati al governo per gestire l’emergenza coronavirus, Orbán non ha esitato a cambiare alcune leggi che con la pandemia non c’entrano nulla. Il vice primo ministro Zsolt Semjen ha preparato una norma, entrata in vigore il 3 aprile, che vieta di registrare sui documenti di identità il nuovo gender di una persona. Il testo di legge afferma: "Cambiare il proprio sesso biologico è impossibile, i caratteri sessuali primari e le caratteristiche cromosomiche sono immutabili e non possono essere modificate da nessun ufficio di registro dello Stato civile magiaro".


A livello pratico ciò implica che a tutte le persone transessuali sarà vietato non solo di essere identificate dallo Stato con la propria identità di genere, ma che sarà loro preclusa anche la possibilità di avere un matrimonio con una persona del sesso opposto ed essere visti come coppia etero. Ciò implicherà, secondo le leggi ungheresi già esistenti, l’esclusione dai benefici riservati alle famiglie.
D’altronde non è la prima volta che il primo ministro ungherese si schiera contro la comunità LGBT: ha infatti già proibito dibattiti sulle unioni diverse dal matrimonio eterosessuale e nel 2012 ha promulgato una nuova costituzione che permette il matrimonio soltanto a coppie formate da persone di sesso opposto. In più in Ungheria è vietata alle coppie omosessuali l’adozione ed è negata l’autorizzazione alle persone transessuali di prestare servizio nelle forze armate.
Dunja Mijatović, commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, ha affermato che il riconoscimento ufficiale di genere è un diritto fondamentale, così schierandosi contro la nuova legge ungherese.  Non può però bastare la sola tiepida esternazione di un commissario per fermare le violazioni dei diritti commesse dal governo di Orbán.


Il problema è che o l’Europa si fa sentire ora, o rischia di non farsi sentire mai più. Il dilemma è sempre lo stesso: dobbiamo decidere se accontentarci di un’Unione che sia soltanto economica, monetaria, commerciale e che quindi si disinteressi del “bullismo” istituzionale di certi Paesi membri, o se invece si debba compiere un ulteriore passo verso la formazione di una coscienza collettiva autentica, con valori civili e democratici condivisi e difesi senza se e senza ma.
In questo l’Europa che verrà, se verrà, dovrà essere migliore, al di là dei sovranismi: nella sua capacità di difendere non solo diritti commerciali ed economici ma anche in quella di tutelare l’uomo e l’attuale modello di democrazia. Un semplice richiamo non basterà a riportare Orbàn in quel solco. Un’Europa forte e competitiva, ma anche radicata su valori comuni tra cui i fondamentali diritti civili, è l’unica strada per guardare al futuro e per progettare un domani migliore.

Cecilia Ferrari