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Vi accompagno alla scoperta di un piccolo posto poco conosciuto nella città di Firenze: Palazzo Rinuccini, situato in oltrarno, nel quartiere di Santo Spirito e oggi sede del Liceo Niccolò Machiavelli.

L’attuale edificio è risultato di una serie di annessioni avvenute nel tempo. Il nucleo centrale apparteneva originariamente alla famiglia Soderini; fu poi espropiato loro dai Medici nel 1513 e acquistato dai Rinuccini solamente nel 1606. Proprio i Rinuccini ampliarono la struttura acquistando due edifici adiacenti: uno di propietà dei Della Rena e l’altro della famiglia dei Pecori. Fu successivamente venduto, nel 1888, al Cav. Ing. John Elliott che adibì parte del Palazzo a residenza personale. Il figlio lo vendette poi al Comune di Firenze nell'anno 1919 con la clausola che gli spazi fossero utilizzati per ospitare una scuola.


L’ingresso principale del palazzo è quello in Via Santo Spirito, che è sovrastato dallo stemma dei Rinuccini. La struttura del palazzo si sviluppa su tre livelli: il piano terra, che era utilizzato come magazzino e rimessa delle carrozze; il primo piano, con le sale di rappresentanza e la biblioteca divenuta poi teatro, e il secondo piano con gli appartamenti dei signori, una biblioteca massonica e una sala da bagno decorata tutta con specchi.

Salita la prima rampa di scale e giungendo al primo piano, vediamo subito le ricche decorazioni a grottesche dei soffiti, molto simili a quelle delle Gallerie degli Uffizi, dove compaiono anche numerosi motti e stemmi riconducibili alla stessa famiglia dei Rinuccini.


Arrivati nel grande salone dell’apoteosi e alzando lo sguardo al cielo, notiamo lo stemma della famiglia Rinuccini, composto dalle losanghe blu e da un elemento simile ad un letto a baldacchino.




























Da questa salone è inoltre possibile accedere ad una serie di stanze: le Sale delle Stagioni. Entrandoci, ammiriamo nei soffitti la rappresentazione della Primavera, con Afrodite circondata da molti putti intenti a giocare, dell’Estate, dell’Autunno e dell’Inverno, con Elena che specchiandosi si accorge della sua vecchiaia. Tra queste, la sala dell’Autunno è di gran lunga quella con più riferimenti all’età classica: sono raffigurati Hermes che affida il piccolo Dioniso alle ninfe e Bacco che incontra Arianna e che, in un’altra scena, accoglie Omero ed Ennio. Sempre dal salone dell’Apoteosi si accede ad altre sale, come quella di Niobe, che accoglie la raffigurazione dell’omonimo mito. Un altro gioiello nascosto è quello del Boudoir di Apollo, le cui decorazioni, a cura dello Zocchi e del Portogalli, sono ispirate a “Le Metamorfosi” di Ovidio. Sono raffigurati infatti ben 8 episodi ripresi da quest’opera, che hanno come filo conduttore la presenza di Apollo.

Ripercorrendo a ritroso tutto il corridoio, dove sono presenti anche dei bassorilievi raffiguranti Galileo Galilei, i dodici Cesari e tre personaggi della famiglia Medici, Papa Leone X, Lorenzo il Magnifico e Cosimo I, si arriva all’ingresso del teatro. L’entrata è preceduta da un lapidarium, dove sono raccolte delle epigrafi. Il soffitto del piccolo teatro è affrescato con una scena del mito di Aristippo, realizzata dallo Zocchi. All’inizio questo luogo era un biblioteca (lo si può notare dal ballatoio e dalla forma delle pareti), ma i Rinuccini ne fecero un teatro. Questa famiglia era infatti molto legata alla musica: Ottaviano Rinuccini era stato il librettista della prima opera lirica, Dafne, musicata da Jacopo Peri.

Usciti dal teatro e salendo lo scalone a metà del corridoio, realizzato nel ‘700, si giunge poi al secondo piano in cui si trovano la biblioteca massonica con le pareti interamente ricoperte di Legno e sempre affrescata dallo Zocchi. Troviamo inoltre la Camera Nuziale di Teresa Vittoria Antinori, con un affresco delle nozze tra Ercole e Ebe, attribuito a Luigi Catalani, un pittore neoclassicista fiorentino.

Sorprende molto trovare tanta bellezza in una scuola; nessuno se lo aspetterebbe. Il bello dell’Italia sta proprio qui, ogni volta che si cammina per strada si nota e si scopre qualcosa di affascinante e che ci lascia a bocca aperta.

Martino Bertocci