Millennials

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Di Giorgio Ferrigno

Se lo stallo del 2013 ci sembrava una maestria all’italiana, il risultato che siamo riusciti a combinare con le votazioni dello scorso 4 marzo, sconfina nel calcolo delle probabilità quasi impossibili. Ora più che mai, un po’ tutti i partiti si sono dichiarati vincitori e con la loro percentuale più o meno vicina alla maggioranza, pretendono l’incarico di Mattarella come un bambino in fila dal gelataio.

Tra i vincitori indiscussi di questa tornata elettorale si trova il Movimento 5 Stelle: ha portato a casa quasi un terzo dei voti diventando il primo partito nel Parlamento della legislatura che verrà. Il mondo intellettuale si sta in questi giorni dividendo tra le più diversificate interpretazioni sul fenomeno del movimento e su quale personaggio storico incarni meglio Di Maio. I restanti due terzi del Paese si sta chiedendo: ma come è possibile?

Come e soprattutto perché questi politici alle prime armi sono giunti in poco tempo a risultati di successo?

Innanzitutto, il movimento cavalca l’onda del malcontento: sopito per troppo tempo e alimentato da una politica alle volte corrotta e alle volte priva di risposte concrete. L’italiano deluso dalla politica tradizionale è oramai da vent’anni un cameo che si ripete ad ogni elezione e ad ogni referendum. Peccato però che nel panorama politico odierno, dei grandi leader di quella politica insoddisfacente, non sia rimasto nessuno. Renzi e Salvini sono diventati segretari nel 2013, Meloni ha formato il suo partito e la sua identità politica nel 2014. Il M5S nasce invece undici anni fa criticando la politica precedente al loro ingresso in Parlamento.

Vari istituti di statistica hanno cercato il target del movimento, anche se non fosse difficile scovarlo: il cittadino tra 35 e 55 anni, disoccupato, senza laurea. Senza ombra di dubbio e sicuramente, questa porzione di popolazione è la più afflitta e arrabbiata nei confronti della politica e del cosiddetto establishment. Inoltre è anche la fetta di società che più si può personificare nell’elemento-chiave: l’essenza stessa del movimento. La democrazia dal basso sperimentata da Grillo sul proprio blog aveva reso possibile un progetto che sembra rendere il singolo e i propri pensieri importanti. La democrazia diretta su cui è fondato il sistema, va però in contrasto con il forte verticismo che si sperimenta nel momento in cui l’idea del capo non coincide con l’idea di tutti. L’esempio più eclatante sono state le comunali di Genova: i sostenitori del movimento avevano scelto Marika Cassimatis come candidata sindaco; a quel punto Grillo pone il suo inatteso e sconosciuto potere di veto e sceglie Pirondini, implorando i pentastellati di fidarsi di lui.

In terzo luogo troviamo l’alienazione che Grillo ha creato attorno al suo gruppo: “Noi siamo onesti, bravi e perfetti. Gli altri sono mafiosi, venduti alle banche e membri della casta.” Questa pesante campana di vetro che cade sui sostenitori del Movimento, allo stesso tempo condanna in maniera assoluta e radicale qualsiasi essere vivente che esprima un parere diverso. Forse nemmeno Salvini è riuscito a ingegnare una macchina dell’odio così efficace. Dall’esterno la campana di vetro sembra oppressiva, mentre dall’interno si sperimenta quella sorta di gratificazione morale che li esclude dalle cause del malessere attuale. Poi uno dei loro candidati, Antonio Tasso, è stato condannato per contraffazione di Playstation e videogames. È proprio vero che il Parlamento è rappresentanza del popolo.

Queste ovviamente sono tre ragioni insite nel Movimento. I pilastri costanti del motivo per il quale un cittadino li voterebbe in qualsiasi occasione. Nulla togliere al programma elettorale che a un certo punto aveva assunto i caratteri di una televendita di Wanna Marchi.

Dulcis in fundo, vorrei sottolineare che nelle tre maggiori città governate dai 5 Stelle (Roma, Torino e Livorno), il Movimento ha perso. Chi li conosce, li evita.